L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Urbanistica / architettura

Nel secondo capitolo, “Il disegno per la città”, Quaroni confronta il metodo di lavoro dell’architetto, definito attraverso il suo strumento di lavoro, il disegno, e il metodo dell’urbanista, studioso del fenomeno città. L’accusa che Quaroni muove agli architetti è quella di essersi avvicinati tardi allo studio dei fenomeni urbani, “la città era diventata metropoli senza farlo sapere all’architetto”, e soprattutto di aver dimenticato quale fosse la loro specificità, il disegno, l’idea, la forma.
Quaroni critica al movimento moderno di aver spostato l’attenzione verso altri ambiti disciplinari, le scienze sociali ad esempio, e di non essere riuscito quindi a vedere e a disegnare la nuova città, la metropoli, che intanto si andava realizzando. L’architetto aveva visto degenerare il Movimento Moderno verso “l’accademia funzionalista”, per la quale la forma dell’oggetto architettonico avrebbe dovuto nascere spontaneamente da una accurata metodica analisi delle funzioni alle quali era stato destinato. L’urbanistica quindi era una fuga dalla creazione della forma. Quaroni propone l’allargamento disciplinare non come fuga dal disegno, ma come presa di coscienza del contesto, individuazione del quadro generale all’interno del quale risolvere il vero problema dell’architetto, cioè proprio il disegno dello spazio urbano.
Principale responsabile della “bruttezza” della città moderna è lo zoning, che ha imposto una rigidezza delle tipologie edilizie, bloccando la ricchezza di invenzione per nuovi tipi architettonici, e soprattutto ha eluso il problema delle relazioni create fra le varie parti. Quaroni definisce la città come un organismo, non una semplice combinazione di elementi. Allo zoning la città moderna cerca rimedio contrapponendo il planivolumetrico, strumento che Quaroni critica per la sua inefficacia: il planivolumetrico si preoccupa di costruire un bel disegno, ma dimentica che il disegno è l’idea, deve quindi fornire le intenzioni progettuali, l’idea di spazio, le tipologie edilizie, e non essere solo un pattern.
Nel terzo e quarto capitolo, “La progettazione della città” e “Spazi nuovi per contenuti nuovi”, Quaroni indaga sui possibili strumenti compositivi per attuare una cosciente progettazione urbana, che tenga conto sia delle necessità dell’urbanistica che delle necessità del disegno. Prima di tutto definisce il contesto nel quale indagare: la metropoli moderna, intesa come “sviluppo ultimo di una città che già ha un suo passato”, escludendo immediatamente dal discorso le città di nuova fondazione come Brasilia. La metropoli è dunque un organismo unitario non omogeneo, formato di diverse città sovrapposte, accostate, ma inseparabili, ed è popolata da “collettività” e da “individui” e non da “comunità”, prendendo così le distanze da concetti quali l’unità di vicinato e le new towns.
Partendo da questa analisi è possibile rintracciare una delle più importanti motivazioni che hanno reso questo testo necessario, e che ne hanno determinato la fortuna critica: “La Torre di Babele” analizza una possibile strada di intervento nel contesto dei grandi agglomerati urbani, dove le teorie di Aldo Rossi risultano inefficaci perché troppo legate a modelli di vita provinciali, e lo fa da un punto di vista compositivo, a differenza di Samonà, subendo il fascino dei contemporanei movimenti utopistici internazionali, ma riferendosi sempre alla realtà italiana come luogo privilegiato di indagine.
La metropoli viene quindi smontata nelle sue quattro “parti” principali: le grandi infrastrutture, le grandi attrezzature e servizi, la residenza, le attività terziarie. Quaroni indica queste parti come i campi di indagine privilegiati nella progettazione di nuovi Piani Regolatori, i quali dovranno anche tener conto delle indicazioni a livello territoriale. Fondamentale nella stesura del piano è il riferimento a possibili modelli europei, i Master Plans inglesi e i Plans Direceurs francesi, intendendo quindi il piano come uno strumento schematico che fornisca l’idea formatrice e la struttura organizzatrice, e sia in grado di indicare vie di sviluppo nel disegno urbano. Gli elaborati principali del piano si dividono in due famiglie, entrambe necessarie: il Piano - idea, espressione figurativa dell’idea di città futura, e il Piano - norma, documento necessario per l’attuazione del piano stesso, traducibile quindi in una serie di elaborati a scala più grande utili per l’organizzazione del lavoro di costruzione. Questa distinzione è evidente se si pensa al progetto già citato del quartiere Casilino, in cui ogni proposta contiene uno sviluppo morfologico e un testo normativo utile ad una corretta realizzazione.
Del Piano - idea Quaroni specifica il suo carattere di modello morfologico, che “come nella biologia e nella cristallografia” fornisce una idea di forma all’interno della quale le varie parti si costruiscono:

“É opportuno considerare la necessità di organizzare, durante la formulazione del Piano, la forma architettonica della città anche al di fuori e al di sopra della forma intrinseca che assumerà, in se stessa, la singola “parte” o unità formante l’insieme urbano. Il Piano dovrà cioè, sull’opportuna sensibilizzazione al paesaggio ed alle sue vocazioni, studiare un disegno di insieme che “leghi” le varie parti fra loro proprio per lasciar loro il massimo dell’autonomia interna di disegno” (14).

Come un cristallo la metropoli è scomponibile in parti più piccole che contengono le stesse leggi della struttura più grande. Queste parti per Quaroni sono delle unità differenti da quelle considerate dall’urbanistica moderna, non sono la singola cellula residenziale, né l’isolato dello zoning, l’unità di Piano è definita dalla sua funzione, prevalentemente quella residenziale, quella industriale e quella relativa alle attività terziarie.
La consapevolezza di un necessario allargamento disciplinare dell’architettura verso lo studio e la progettazione della città è un fatto presente in Quaroni fin dall’inizio della sua carriera, prima che la cultura architettonica mondiale iniziasse ad interessarsi al tema di una “nuova dimensione”. Dal 1948 inizia ad elaborare idee per lo sviluppo di Roma, tese fin dai primi disegni alla costruzione di una proposta per la futura espansione della città verso est, studiando soluzioni ancora oggi riprese nel nuovo piano regolatore di Roma, quali l’idea di diverse centralità dislocate in periferia. Queste centralità sono per Quaroni le unità di Piano più importanti, perché fulcri della vita di intere parti di città. L’allargamento disciplinare non è però per lui simbolo di una fuga dal disegno della forma, ma costituisce il mezzo per l’individuazione del quadro all’interno del quale risolvere il vero problema dell’architetto: il disegno urbano.
Per Quaroni la città è un organismo, una struttura, nel senso che dà Hjelmslev del termine:

“un tutto formato da elementi solidali fra loro e tali che ciascuno dipenda dagli altri e non possa essere quello che è se non in virtù delle sue relazioni con essi”, cioè “una entità autonoma di dipendenze interne” (15).

Dunque esiste un legame imprescindibile fra le varie scale del progetto. Fra l’urbanistica e l’architettura, fra la città e gli edifici. Per Quaroni solo in un insieme armonico è possibile la vita del singolo edificio:

“Solo un organismo architettonico che sia tale ha la possibilità di contribuire a formare e realizzare, insieme ad altri, simili e diversi organismi della stessa natura, quell’insieme strutturale valido che chiamiamo nucleo urbano o villaggio, quartiere o paese, settore urbano o città, metropoli o sistema di città. L’armonia dell’insieme è necessaria all’armonia della singola struttura architettonica e viceversa” (16).

Testo fondamentale per le successive elaborazioni progettuali quaroniane, e non solo, è “L’urbanistica e l’avvenire della città” di Giuseppe Samonà, del 1959 (17). Quaroni, nella recensione del testo che scrive su Casabella (18), mette in evidenza la critica compiuta da Samonà al funzionalismo e al mancato interesse della cultura architettonica nella costruzione della forma urbana. Nel testo Samonà studia le diverse realtà europee, dedicando molte pagine alle elaborazioni delle New Town inglesi, eredi delle città giardino, ma innovatrici per quanto riguarda i principi generali dell’urbanistica moderna. Lo scopo delle nuove città era quello di generare un nuovo equilibrio, e di moltiplicare le attività economiche. Samonà specifica tutti quegli strumenti normativi attuati dallo stato per regolare il controllo del territorio, tracciando dunque un discorso che permette di guardare alle altre realtà europee con un fine conoscitivo, e fornendo strumenti per l’elaborazione di nuove proposte anche sul nostro territorio nazionale. Quaroni chiaramente esalta il testo, muovendo però alcune critiche alla mancata presa di posizione operativa, giudicando il lavoro solo uno strumento conoscitivo critico-storico.
Grande importanza da un punto di vista operativo ha invece Il tema della grande dimensione, della grande scala. Questo entra a far parte del dibattito internazionale verso la fine degli anni ’50, mosso soprattutto dalle proposte progettuali che si stavano elaborando in Giappone, ad opera di Kenzo Tange prima, del gruppo Metabolism e Kurokawa dopo. L’architettura italiana, attraverso le pagine di Casabella, inizia dal 1960 a subire l’influenza di queste elaborazioni utopiche, con giudizi alterni.
Manfredo Tafuri spiega, nel testo “L’Architettura Moderna in Giappone” come i risultati a cui arriva Kenzo Tange fossero la logica conclusione di una tradizione figurale giapponese, e della volontà di trovare in fretta la soluzione all’esigenza di inurbamento e di proiezione verso il futuro. Il testo di Tafuri, anche se marginale all’interno della sua produzione, tanto da essere stato da lui in seguito cancellato dalla propria bibliografia personale, mostra alcune idee ed impressioni generate dalle proposte giapponesi all’interno dell’ambiente culturale romano che ruotava intorno allo stesso Ludovico Quaroni.
Nel testo Tafuri riporta le parole di Gropius sulla eccezionale capacità ideativa da parte dell’architettura giapponese:

“Il vantaggio per i giapponesi in questo momento di transizione è che essi sono tuttora così intonati, ed in presenza di tali perfetti esempi dell’equilibrio raggiunto tra iniziativa individuale e sottomissione volontaria ad un principio comune, da dover essere potenzialmente in grado di effettuare il passaggio, generalmente così penoso e difficile, da un artigianato ad una cultura meccanica con maggiore facilità, e senza la perdita di orientamento, direzione e tradizione, che hanno minacciato tanti altri popoli” (19). 

La proposta di Kenzo Tange per l’espansione di Tokio all’interno della sua baia si pone come alternativa alle proposte delle nuove città inglesi. Lo spostamento verso le città aveva generato una crescita della popolazione urbana tale che gli interventi delle New Town, o il decentramento sarebbero stati inutili. La nuova dimensione nasce dunque come una imprescindibile esigenza. Tange si pone in polemica con la tradizione bidimensionale della pianificazione.

“La risposta giapponese”, scrive Tafuri, “è ricca d’insegnamenti per la cultura europea. Il costruttivismo critico di Mayekawa, di Tange, di Otaka, di Kikutake, è già un modo di riportare in primo piano la questione della forma architettonica come espressione ricca di implicazioni ideologiche: ma non più di un’ideologia completamente identificata con quella forma. L’architettura è per loro la risultante di un processo metodologico che vede appunto nell’immagine uno strumento primo di conoscenza e di comunicazione, e sia pure spesso di un’immagine simbolica, dato che il simbolo è per loro un mezzo per riallacciarsi ad una esperienza storica ricca di molteplici possibilità costruttive nel presente” (20). 

Sotto questa luce Quaroni elabora, nel 1960, il progetto per Mestre, primo di molte composizioni urbane. La sua architettura si dirige verso il plan design, criticando quelli che erano gli strumenti progettuali italiani, come il planivolumetrico, per una progettazione composta da strutture flessibili, aperte, ma dotate di una rigorosa definizione formale.
Nella sua soluzione del progetto per il quartiere CEP alle Barene di San Giuliano a Mestre (fig.14-16) esiste una sorta di “gestualità informale o espressionista”, come scrive Terranova:


”É da notare l’emergenza delle centralità circolari e radiali dell’impianto del quartiere, che costituirà il principio compositivo interno di vari altri progetti, e costituisce anche affermazione simbolico - visuale della “differenza” tra le parti urbane nella storia della figura della città. Così si può citare tra i precedenti non solo la grande ricerca classicista del Tridente romano […], ma anche quella “anticlassica” che va dalle rimeditazioni piranesiane sul Campo Marzio fino ai precedenti classici adrianei” (21).

 

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Fig. 14 Concorso per le Barene di San Giuliano, pianta. Fig. 15 Concorso per le Barene di San Giuliano, prospettiva. Fig. 16 Concorso per le Barene di San Giuliano, tessuto.

 


Le operazioni elaborate per Mestre vengono poi elaborate in declinazioni morfologiche al Lido di Classe a Ravenna (fig.17). Queste composizioni urbane tendono tutte alla creazione di una natura costruita “non tanto come rapporto dialettico fra spazi progettati e componenti naturali, quanto come sintesi in atto di interventi urbanistici e risorse del sito, dove la morfologia generale e l’aggregarsi delle cellule seguono, sorreggono, o creano autonomamente, un valore spaziale adeguato ad una moderna strutturazione delle attrezzature per il tempo libero” (22). 
Si tratta di spazi estremamente individuati, in cui l’eccezionalità della configurazione è l’elemento integrante di quelle strutture e l’ossatura portante degli interventi.

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Fig. 17 Composizioni urbane per il  Lido di Classe a Ravenna.


 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

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Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

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