L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Antichità / Modernità

Nel secondo capitolo Quaroni afferma che “la città moderna è veramente brutta”, e poco più avanti afferma che “la città antica era bella”.

“la città storica ha un chiaro disegno: ha una struttura. La parte corrispondente agli sviluppi degli ultimi due mezzi secoli ha ancora un disegno, che tuttavia mostra tutta la sua fiacchezza e l’assenza assoluta di qualsiasi struttura. La parte corrispondente agli sviluppi più recenti è addirittura il caos” (10).

La città antica è un’opera d’arte collettiva, nel senso che presenta le caratteristiche strutturali dell’opera d’arte, ed è il risultato più o meno cosciente di una comunità.
L’antichità viene esaltata da Quaroni per la permanente idea di organismo, idea cosciente ed istintiva in tutti. Ogni trasformazione effettuata nella città antica veniva controllata spontaneamente, c’era in tutti l’idea, anche formale, della città.

“La progettazione di un edificio come di una città non soltanto teneva conto degli aspetti funzionali, tecnologici ed estetici delle singole parti e dell’insieme, ma componeva tali aspetti in modo da realizzare un immediato, diretto, pregnante rapporto fra loro, sì che uno aiutasse l’altro, derivasse dall’altro, e comunque non fosse possibile separarlo dall’altro se non attraverso la forzatura d’una artificiosa analisi a posteriori. Forma, mezzi e contenuti non erano cose lontane l’una dall’altra, quasi nemiche; erano, insieme, l’invenzione architettonica e lo “specifico” architettonico” (11). 

La città antica aveva poi una struttura, gli edifici che la costituivano non erano solo ognuno una struttura, ma ciascuno dipendeva dagli altri. Nel testo vengono individuati alcuni caratteri che rappresentano l’essenza del disegno urbano derivati dallo studio dell’antichità:
- la delimitazione dei contorni, il limite;
- il tessuto continuo dell’edilizia residenziale;
- i monumenti, le emergenze, i “focus”, punti nodali riconoscibili.

Il limite è costituito dalle mura difensive, necessarie anche per una separazione giuridica fra città e campagna, ma Quaroni lo definisce anche come “limite di disegno e di forma”, indicandolo come una componente precisa della composizione urbana. Il limite quindi non è solo quello psicologico necessario alla presa di coscienza di un’area, di un quartiere, indicato da Kevin Lynch, ma è il margine formale della città. Spesso nell’antichità la ricerca di una precisa forma della città era dovuta a questioni simboliche e religiose, più che strettamente compositive, come ad esempio la forma delle mura aureliane, l’aquila, simbolo della potenza dell’Impero Romano. Quaroni affida invece alla forma planimetrica, al disegno del margine, un senso compositivo importante per il futuro sviluppo dell’area circostante, e per la riconoscibilità sintetica dell’area urbana, assemblando in elaborazioni successive i metodi figurali del town design inglese con concetti simbolici e mistici derivati dalla antichità.
Il tessuto, o “l’area residenza” come lo definisce Aldo Rossi, rappresenta la base per la composizione urbana. È formato dalla ripetizione  di tipi edilizi, modificati molto lentamente nei secoli, e costituisce uno strato uniforme sull’area urbana, in cui è indivisibile il rapporto fra zone costruite e strade, vuoti urbani. Quaroni scrive che “acquistano una tipologia particolare soltanto in pochi casi i suk, i bazar”, affermando e confermando sostanzialmente un forte interesse per le eccezioni tipologiche, e per le antiche tipologie mediorientali, largamente studiate fin dall’inizio della sua lunga carriera. Nel testo “L’Architettura delle Città” del 1939, titolo volutamente ripreso da Aldo Rossi nel 1966, Quaroni studia “il carattere e le sembianze” di alcuni insediamenti della preistoria, della protostoria, e dell’antico oriente, cercando nell’antichità quelle leggi che permettono ad un tessuto urbano di essere un organismo, in cui ogni parte è saldata all’altra, e fuggendo al semplice “ordine geometrico” moderno, per comprendere di un più complesso “ordine naturale, biologico, spontaneo”.
Con il termine “focus” Quaroni intende tutti quei fatti estremamente riconoscibili all’interno della città. Chiaramente la vicinanza del binomio “focus / tessuto” al binomio di Aldo Rossi “elementi primari / aree residenza” è indicativo di quanto questi stessi concetti circolassero nell’ambiente architettonico, e dell’importanza che avevano per la ridefinizione del contesto urbano italiano.
Fra i “focus” e gli “elementi primari” esiste però una profonda differenza. Aldo Rossi definisce gli “elementi primari” come nuclei di aggregazione, “elementi capaci di accelerare il processo di urbanizzazione di una città e,riferendoli a un territorio più vasto, degli elementi caratterizzanti i processi di trasformazione spaziale del territorio. Essi agiscono da catalizzatori” (12).
In Quaroni essi sono invece descritti anche come “emergenze fisiche”, sono elementi di riferimento, nel senso dato da Kevin Lynch, cioè elementi capaci di eliminare il disorientamento. I “focus” non sono necessariamente edifici, ma possono anche assumere l’aspetto di vuoti urbani, di eliminazione di tessuto, definiti in questo caso “immergenze”.
L’altra profonda differenza fra “elementi primari” e “focus” è il differente senso che essi hanno nell’evoluzione della città: i primi, come abbiamo detto sono dei “catalizzatori” dei fatti urbani, i secondi hanno invece un senso spaziale, sono “eventi” che permettono la definizione di successioni. Le “immergenze” hanno, all’interno della composizione urbana, il carattere di elementi-sorpresa: la forma della città antica è sintetizzabile attraverso il suo skyline, da lontano, ma le piazze e i vuoti urbani sono invisibili, rappresentano appunto elementi inaspettati nel tessuto, elementi fondamentali nella successione logica del disegno urbano.
Proprio per il carattere unitario della città storica Quaroni riflette sulla possibilità di applicare le leggi della composizione a diverse scale di intervento, ogni edificio genera sempre nella propria composizione un incontro, un contrasto fra scale diverse. Memore delle lezioni della storia, Quaroni gioca con le variazioni dimensionali per creare rapporti, generare tensioni nello spazio, ed elaborare progetti che posseggano un forte rapporto con il luogo circostante.
In una intervista con Gaia Remiddi, Quaroni afferma che le proporzioni e l’attacco a terra costituiscono l’incontro fra “l’edificio come elemento della città, e la scala umana”.
Il progetto per la stazione Termini (fig.6-7), ad esempio, si compone di campate modulari, basse verso i binari, ma alte verso la città, generando una sorta di ordine gigante che crea una sproporzione dimensionale rappresentativa di quella che si instaura fra uomo e città.

 

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Fig. 6 Stazione di Roma, modello della copertura. Fig. 7 Stazione di Roma, schizzo prospettico.


Il discorso è ancora più evidente nel rapporto fra basamento ed edificio presente nel progetto per piazza del Parlamento (fig.8-9), del 1967. In questo progetto Quaroni elabora un edificio dalla forte carica espressiva, un intervento moderno nel cuore di Roma, relazionato forse ad un tempo precedente alla stessa città. L’edificio, rivestito in acciaio corten, come per accostarsi anche cromaticamente alla città, sembra non arrivare a terra. Il basamento arretrato lo rende una massa sospesa, intaccata da fenditure verticali come a voler dare una nuova immagine, ancora più buia e misteriosa, ai vicoli romani.
La forza di questa architettura risiede nel riuscire non solo a mettere insieme scale dimensionali diverse, ma anche a far coesistere sfere temporali diverse, come se in Quaroni la modernità fosse inevitabilmente subita, veicolata verso un espressionismo quasi barocco, e fosse fondamentale il rapporto con l’antichità, il rapporto personale con Roma.

 

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Fig. 8 Progetto per la Camera dei deputati, pianta. Fig. 9 Progetto per la Camera dei deputati, schizzo.


Dall’antichità romana Quaroni deriva soprattutto un forte senso dell’organismo architettonico, in cui la struttura diventa forma, e ogni forma plastica possiede la sua giustificazione d’essere in quanto elemento strutturale. Prendiamo ad esempio il Ponte-diga sul fiume Dora ad Ivrea (fig.10-11) del 1957-58 progettato con A. De Carlo,S. Musmeci e B. Zevi, questo possiede una compattezza formale affidata al continuum strutturale, formato da una tessitura di travi che poggiano sui pilastri a forcella.

“É la struttura che diviene la generatrice dell’organismo, laddove ogni incidente di natura funzionale viene ricondotto all’interno dell’articolazione strutturale” (13). 

Il progetto è composto da un ponte su due livelli, uno per il traffico veicolare, sopra, e uno per quello pedonale, sotto, una sorta di “passeggiata coperta”,  elaborando il tema del “ponte abitato” preso a prestito da Ponte Vecchio a Firenze. Restando fondamentale il concetto di forma, il linguaggio in molte opere quaroniane viene piegato ad esprimere concetti figurativi dettati dalle particolari contingenze, al di fuori di una specifica intenzionalità stilistica.

 

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Fig. 10 Ponte-diga sul fiume Dora ad Ivrea, pianta. Fig. 11 Ponte-diga sul fiume Dora ad Ivrea, prospettiva. Fig. 12 Ponte-diga sul fiume Dora ad Ivrea,plastico. Fig. 13 Ponte-diga sul fiume Dora ad Ivrea, primo progetto.

 

 



 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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