L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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recensioni_verzaOne Floor Up More Highly

Katharina Grosse al Mass Moca

Maria De Propris

grosse_2_18One Floor Up More Highly è il titolo dell’installazione realizzata da Katharina Grosse nel Building 5 del MASS MoCA. Inaugurata il 21 dicembre del 2010, la mostra resterà aperta al pubblico per la durata di un anno.
Katharina Grosse, nata a Freiburg nel 1961, vive e lavora a Berlino. È conosciuta in Italia per aver esposto i suoi lavori nello spazio di Viafarini a Milano (2004), e presso il Museion a Bolzano (2006), il Palazzo Strozzi a Firenze (2007), la Galleria Civica di Modena (2008) che ha organizzato una personale.
Il MASS MoCA si trova a North Adams, nella regione degli Berkshire, Massachusetts, USA. Lo spazio espositivo, ricavato dal recupero di edifici industriali dismessi, è stato aperto al pubblico nel 1999. Le vecchie strutture in passato hanno ospitato la Arnold Print Works Works (1860–1942) e poi la Sprague Electric (1942–1985). Il loro recupero ha consentito di realizzare il più esteso museo di arte contemporanea degli Stati Uniti. Ora il MASS MoCA, insieme al Dia Beacon, fa parte di uno degli itinerari più importanti per lo studio e la ricerca sull’arte contemporanea.


 L’insediamento di archeologia industriale rivitalizzato con nuove attività culturali/espositive, commerciali e d’intrattenimento è costituito da 27 edifici e da un campus di circa 6000 metri quadrati. L’idea di questo nuovo genere si spazio espositivo deve attribuirsi a Thomas Krens, Art director del Williams College Museum che, in seguito, assumerà la direzione del Solomon R. Guggenheim Museum. Alla metà degli anni Ottanta egli era alla ricerca di spazi in grado di esporre grandi opere d’arte contemporanea che non potevano trovare luogo in gallerie del museo convenzionale. Sarà il sindaco John Barret III a prospettargli, nel 1986, la possibilità di utilizzare come luogo di esposizione gli ambienti del vasto complesso industriale dismesso l’anno prececente.
Lo studio di fattibilità per MASS MoCA sarà elaborato da architetti di fama: da Simeon Bruner di Bruner & Cott Associates a Frank Gehry, da Robert Venturi a David Childs di SOM.
Lo studio Bruner & Cott Associates, nel 1992, sarà incaricato di elaborare un progetto che punta a sfruttare l’enormità degli spazi del complesso industriale e la loro versatilità. Saranno così realizzate 19 gallerie (di cui una “grande come un campo di calcio”), per un totale di 9.300 metri quadrati d’esposizione. A tali spazi espositivi andranno ad aggiungersi un laboratorio teatrale, un cinema all’aperto con mega-schermo e due cortili esterni per le performance; un laboratorio dove costruire i supporti necessari per la realizzazione delle opere d’arte; negozi, bar, ristoranti e spazi per uffici inseriti nella cittadella museale.
L’area dei 27 edifici è composta da un elaborato sistema a incastro fatto di cortili, che sono passaggi ricchi di suggestioni legate alla storia del complesso: viadotti, ponti, camminamenti sopraelevati e facciate in mattoni rossi che creano un complesso architettonico in sé unico. È stato il primo museo del genere. La Tate Modern a Bankside, Londra, ad esempio, che punta anch’essa su uno spazio di grande dimensione, è stata inaugurata nel 2000. Nel corso degli anni, dunque, il MASS MoCA ha imposto un suo modello culturale di galleria espositiva, piuttosto che di museo (con una sua specifica collezione), con dei progetti ambiziosi, spettacolari, spesso irrealizzabili in altri luoghi.
Gli obiettivi del MASS MoCA “sono quelli di fornire agli artisti spazi senza precedenti, gli strumenti e il tempo per realizzare le loro opere, e di portare il pubblico faccia a faccia con la carica di energia e il senso drammatico dell’arte contemporanea”.
Anche la durata delle esposizioni “temporanee” è stata rivoluzionata: così, ad esempio, nel novembre 2009 è stata inaugurata, nel Building 7 (2.500 metri quadrati, distribuiti su tre livelli, restaurati nel 2008 dallo studio Bruner & Cott Associates), una “walldrawing retrospective” di Sol LeWitt: un’esposizione costituita da 105 pareti dipinte su disegno del grande artista (scomparso nel 2007) che durerà per 25 anni.


One Floor Up More Highly di Katharina Grosse è un’istallazione ipnotica “spettacolarmente bella e stranamente inquietante, come un paesaggio di Casper David Friedrich”, come recita l’invito dell’inaugurazione.
L’artista tedesca è nota per le sue installazioni di grande dimensione che sperimentano - attraverso una originale e innovativa tecnica pittorica - i rapporti dinamici tra la fruizione/percezione da parte dello spettatore e lo spazio in cui essa interviene, che viene negato e  rigenerato, creando, come lei afferma, una sovrapposizione di diversi “sistemi”.
Per svolgere il suo lavoro l’artista sente la necessità d’isolarsi completamente dall’ambiente in cui interviene, indossando una tuta di protezione e una mascherina (che la fa apparire come un’astronauta); e, poi, applicando con energica gestualità grandi quantità di colori acrilici diffusi con un compressore.  “Divento un essere diverso quando uso lo spruzzo. Mi sembra di dilatarmi. Sono in grado d’abbracciare molto più che la mia presenza corporea”.  
I colori puri o miscelati, dalle brillanti e spesso dissonanti tonalità, si stendono in ampi strati sovrapposti di sottilissimo spessore: superfici cromatiche incrociate che lasciano trasparire le tonalità sottostanti (di modo che è quasi possibile ripercorrere le varie fasi d’esecuzione), ma anche violenti segni, arabeschi colorati, casuali sgocciolature, in una totale dissoluzione dei contorni, direttamente su tutto ciò che incontra nel suo percorso “nella scena” (come lei ama definire gli spazi del suo intervento) allestita, in precedenza, con materiali eterogenei, che sono cumuli di terra, pietre, elementi sferici, superfici ricurve ma anche oggetti della vita quotidiana  quali  letti, abiti, o sue opere precedenti.
Ogni suo lavoro non ha in sé una conclusione. “Partecipa della natura degli angeli”: è  una metratura tagliata da una pezza fluttuante ed eterogenea tra l’attimo precedente e quello successivo dell’esistenza dell’artista, come “un racconto a colori del vissuto che trascende la fisicità dei luoghi”. L’isolamento, che opera tra sé e lo spazio a seguito dell’eliminazione del medium del pennello, trasforma l’atto del dipingere in un puro processo di “osservazione e trasfigurazione” di figure (teoricamente infinite) che cambiano pelle e significato una volta che vengono coinvolte nell’azione creativa. Un atteggiamento volitivo che punta ad affrontare in maniera diretta la realtà sul piano dell’azione, in un concreto rapporto con la società e la comunicazione.
Il nuovo percorso aperto alla pittura da Grosse è una “pittura riportata alla sua essenza” e, pur essendo fortemente collegato alla “tradizione”, per tornare all’origine esso sgretola qualsiasi gerarchia o convenzione. Riutilizzando la nota affermazione di Maurice Denis (che risale al 1890) la pittura di Grosse può essere definita “una superficie piana coperta di colori assemblati in base ad un determinato criterio”: intendendo, però, per superficie ogni superficie esistente. L’intera crosta terrestre può, di diritto, entrare a far parte di un’opera ed essere così trasfigurata. “A un certo punto”, dichiara la Grosse in una recente intervista, “mi sono accorta che non potevo guardare gli oggetti separatamente. Non riuscivo a dire: questo è un tavolo, questa è una sedia, questo è un albero. Vedevo tutto connesso. E ho cominciato a dipingere fuori della tela…in questo modo è stato molto naturale per me uscire dalla pittura canonica”.
L’intervento della Grosse nel Building 5 del MASS MoCA rappresenta la sua prima personale di rilievo negli Stati Uniti.
Lo spazio della galleria è inusuale: si trova al secondo piano ed è lungo circa 100 metri e largo 20. Presenta una doppia fila di finestre su entrambi i lati che lo inondano di una luce intensa, diffusa: in origine accoglieva un immenso laboratorio di produzione di materiale elettronico. Una lunga navata conclusa alle estremità da due elementi dinamici: una scala (posta su un lato) e un volume su due piani; quest’ultimo è formato da un galleria chiusa e in cui si accede attraverso una varco angusto al piano terra e, ad un livello più alto, da uno spazio con un affaccio verso il basso. Le relazioni dinamiche tra i vari livelli dell’edificio che hanno inspirato l’ambiguo e polisenso titolo della mostra “Un piano ancora, ancora più su” è il tema ispiratore della complessa installazione.
L’artista inserisce all’interno di questo volume prismatico quattro cumuli di terra (ne ha, infatti, richiesto 700 metri cubi che son stati portati all’interno con un complesso sistema di nastri trasportatori). Enormi blocchi di polistirolo tagliati con filo a caldo  - “sembrano un po’ come matite appuntite” - lasciati eccezionalmente del loro colore bianco - “abbaglianti, come luce cristallizzata” - sono accatastati ed emergono (sono alti circa 7 metri) dalle montagne di colore. Alcune “false” masse rocciose colorate sono inoltre mescolate alla terra. Come afferma Grosse: “Questo ha molto a che fare con i cambiamenti di scala e di colore in grado di trasformare la materia in qualcosa di ambiguo”.
All’interno dell’installazione sono collocate, infine, due enormi superfici ritorte e dipinte, una nel mezzanino, l’altra nel piano della galleria sottostante. Queste “strisce” di laminato sembrano essere tranciate da una superficie più ampia. “ Le forme ricurve”, commenta l’artista, “funzionano sia come un supporto diverso per la pittura, sia come elementi architettonici organici che si inseriscono nello spazio in una maniera non euclidea”.
Un piccolo dipinto su tela è disposto in maniera discreta sulla parete di fondo del mezzanino, e nello spazio più piccolo sottostante il pavimento su cui son sparsi oggetti personali dell’artista è interamente coperto da strati brillanti di colore che illuminati con luci colorate assumono tonalità fosforescenti. “Così ci sono diverse situazioni spaziali e improvvisi cambiamenti di scala tra le diverse aree”.
A proposito di questa sua opera, l’artista afferma: “Piuttosto che vedere l’installazione MASS MoCA come un progetto site-specific, direi che è più come la proposta di due sistemi spaziali che si affiancano…”. In questo caso l’artista, infatti,  tratta lo spazio come un palcoscenico teatrale in cui è chiamata ad allestire una scenografia “seduttiva” e lo fa muovendosi come guidata da un
segreto ritmo musicale. “Per complicare la cosa”, afferma, “ho una sinestetica relazione con il colore, come se ascoltassi qualcuno cantare”; in una danza che inizia dall’esterno, in basso (dall’apertura da cui è stata introdotta la terra) e si sposta all’interno, su un terriccio affogato di opaca pioggia colorata, su superfici plastiche che si ricoprono di lucidi e cangianti riflessi, attraversando infine vuoti, assenze ben delimitate, deprivate della sostanza colorata.
Spezzando le categorie razionali in cui si incasellano i vari settori artistici, pittura scultura architettura, propone una scena che è soprattutto un paesaggio “perturbante”, reale e illusionistico a un tempo, secondo la definizione di Anthony Vidler, ma anche fortemente influenzato da Robert Smithson e le sue opere di terra e di specchi.
Le sue relazioni con l’arte e il pensiero americano, dai graffiti da strada ai murales, dalla Land Art all’Espressionismo, vengono, infatti, in questa occasione chiarite dall’artista che riconosce i suoi debiti, ma anche il distacco ottenuto puntando sul totale illusionistico annullamento del concetto di superficie: “Si tratta di scegliere tra la pittura come un sistema coerente e chiuso e la pittura vista come una finestra […] per me, tutto è una superficie illusionistica e la pittura è un modo di pensare un modo per collegare gli elementi in un insieme illusionistico (in cui) non esistono, né un esito predeterminato, né le regole di realizzarlo”.
I visitatori, attori/protagonisti di questa scena, che si determina unicamente nell’atto di essere pecepita, sono spinti a muoversi, a ripercorrere, spaesati, per l’enormità dell’opera, per la sua dislocazione su vari livelli, i movimenti dell’artista: attraversando le gallerie, salendo e scendendo le varie rampe di scale. Hanno la possibilità di attraversare la pittura di Grosse, così come si è sviluppata nel tempo e nello spazio, dall’esterno all’interno e dall’interno verso l’esterno, cercando in ogni momento di conquistare un equilibrio provvisorio dello sguardo, vagando in uno spazio “inquieto”, poliprospettico, che non può essere misurato.


Si ringrazia Katherine Myers, Director of Marketing & PR del MASS MoCA, per aver concesso la pubblicazione delle foto.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DE PROPRIS Maria 2010-09-02 n. 36 Settembre 2010
 
Hortus

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