L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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architetture_cipollaSewoon Sangga

La grande dimensione alla coreana

Federico De Matteis

sewoon_sangga_01Nel pieno centro “storico” di Seoul, in un’area oggi densamente edificata e soggetta a diversi programmi di riqualificazione urbana proposti dall’Amministrazione comunale, sorge un singolare edificio, una delle più importanti testimonianze dell’architettura coreana del dopoguerra: Sewoon Sangga.
Si tratta di un complesso di grandissime proporzioni, composto di quattro blocchi di dimensione omogenea, disposti in sequenza a definire un asse con orientamento nord-sud della lunghezza di circa un chilometro. I blocchi sono divisi dalle arterie stradali est-ovest della città, configurandosi pertanto come edifici separati, chiaramente riconducibili, tuttavia, ad un unico impianto architettonico. Completato tra il 1967 ed il 1969 su progetto dell’architetto Soo Geun Kim, classe 1931, fondatore dello studio Space Group, Sewoon Sangga venne concepito come un grande contenitore polivalente, destinato ad ospitare residenze, gallerie commerciali, uffici, alberghi, ecc.


Oggi, a poco più di quarant’anni dalla sua inaugurazione, l’edificio è utilizzato quasi esclusivamente come spazio commerciale e per laboratori artigianali, dato che i residenti originari lo hanno da lungo tempo abbandonato. Lo stato di cattiva manutenzione ha indotto l’Amministrazione di Seoul a proporne la demolizione, in parte già avvenuta, per sostituire il grande complesso con un corridoio verde, ideato per collegare l’area monumentale di Jongmyo a nord con la montagna Namsan a sud.
Sewoon Sangga è un complesso che esprime compiutamente il milieu culturale in seno al quale fu concepito. Il suo autore, all’epoca alle prime esperienze di progettista, aveva completato i suoi studi in Giappone, dove era entrato in contatto con le teorie di Le Corbusier ed era stato fortemente influenzato da uno dei grandi expats del Novecento, Antonin Raymond. La “grande dimensione” dell’edificio consente di iscriverlo a pieno titolo nell’albo delle Megastrutture, molte delle quali rimaste sulla carta: le tracce di questi progetti visionari sono però chiaramente rintracciabili in Sewoon Sangga. Gli esperimenti compiuti in quegli anni da alcuni architetti giapponesi – tra gli altri Tange, Kurokawa e Isozaki – sono leggibili, in quest’opera, nel carattere radicale dell’impianto, in numerose scelte architettoniche, nonché nel linguaggio brutalista del complesso.
La peculiarità di questa grande architettura risiede, tuttavia, nel suo forte legame con una condizione urbana preesistente. Se da un lato è semplice operare un paragone tra Sewoon Sangga e Corviale – se non altro per le evidenti analogie morfologiche e dimensionali – dall’altro occorre sottolineare la netta differenza tra i due complessi: Corviale è stato dichiaratamente ideato per creare una contrapposizione tra la dimensione ciclopica della “diga” e l’atomizzazione dell’edilizia abusiva della periferia romana; Sewoon Sangga, al contrario, nasce come intervento di “ricucitura”, pensato per saturare un settore urbano dalla travagliata storia. L’evoluzione convergente di due architetture così simili, eppure nate sulla base di presupposti affatto distanti fra loro, induce a riflettere su quanto una concezione fortemente ideologizzata conduca frequentemente a risultati singolari e non riproducibili, difficilmente interpretabili sulla scorta di criteri interpretativi canonici.

 

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Corviale e Sewoon in Sangga in due immagini satellitari alla stessa scala

La storia di Sewoon Sangga (1) parte da lontano: nel 1944 l’autorità coloniale giapponese, nell’ambito di una grande campagna di difesa contro i bombardamenti aerei, delibera la realizzazione di una fascia tagliafuoco lunga 1,2 km e larga 50 m in un’area fittamente edificata della città. Tutti gli edifici compresi in questo perimetro vengono demoliti; subito dopo la fine del conflitto, tuttavia, la zona sgombrata viene rapidamente occupata da squatter, che la satureranno progressivamente sino all’apertura del cantiere per la realizzazione del grande complesso.
L’iniziativa per la realizzazione di Sewoon Sangga – insieme ad altri interventi simili, sempre nelle aree tagliafuoco create a Seoul durante la dominazione giapponese – nasce con l’intento di modernizzare la città all’indomani della Guerra di Corea, conflitto che aveva pesantemente danneggiato la capitale del sud (2). Nel 1966 il Sindaco di Seoul, Hyun Ok Kim, consultò dapprima Oswald Nagler, un architetto statunitense già allievo di Josep Lluìs Sert ad Harvard e attivo presso l’Housing and Urban Development Planning Institute di Seoul, il quale propose una soluzione modernista convenzionale basata su edifici alti distanziati fra loro, disposti su un parterre verde: una rivisitazione del Plan Voisin. Tale progetto fu valutato negativamente proprio per l’eccesso di spazio libero a terra, considerato inefficiente sul piano economico. Questa configurazione, del tutto anomala se raffrontata con le alte densità caratteristiche di Seoul e di gran parte delle città asiatiche in generale, non rispondeva all’idea urbana del giovane ed intraprendente sindaco Kim.
Solo in secondo momento subentrò Soo Geun Kim, allora un giovane architetto divenuto famoso per aver inaspettatamente vinto, nel 1959, il concorso per il progetto – poi non realizzato – per il nuovo Parlamento coreano, chiaramente ispirato alle prefigurazioni di Le Corbusier per il palazzo delle Nazioni Unite a New York. Diversi schemi, susseguitisi rapidamente, portarono in primo piano il tema dell’edificio concepito come “frammento di città”, contenitore di una molteplicità di attività capaci di rendere la struttura sostanzialmente autosufficiente. Ispirandosi alle teorie di Alison e Peter Smithson sulla “città multi-livello”, Sewoon Sangga è caratterizzato dalla presenza di due porticati sui lati est e ovest dell’edificio, collocati alla quota del terzo piano, “interfaccia” tra il volume edilizio ed il tessuto urbano circostante. Questi ospitano un deck pedonale continuo (3): la separazione dei percorsi, tema architettonico di matrice chiaramente modernista, prevedeva la realizzazione di una zona commerciale in quota, sulla quale i negozi avrebbero affacciato creando due boulevard pedonali, protetti dal caos urbano del centro di Seoul.

La complessa genesi di Sewoon Sangga può essere dedotta anche dalla singolare relazione che l’edificio stabilisce con il tessuto minuto circostante: il porticato al pianoterra, infatti, è posto quasi a contatto con i piccoli edifici adiacenti. Quella che a prima istanza potrebbe sembrare una scelta progettuale errata ha origine, al contrario, in una precisa richiesta dei commercianti della zona: la presenza di un porticato di fronte ai loro negozi avrebbe, infatti, favorito la fruizione pedonale della strada, aumentando il flusso di persone in prossimità delle attività commerciali. L’idea di adoperare il grande edificio come condensatore sociale, derivante anch’essa dalle utopie radicali degli anni ’60, viene qui interpretata, a differenza di Corviale, in maniera organica, considerando quindi la nuova architettura come un elemento che sarebbe entrato a far parte a pieno titolo di una struttura urbana già costituita.
La ricca complessità morfologica e funzionale di Sewoon Sangga, esibita attraverso l’introduzione, sulle testate, di alcuni elementi “speciali”, è ulteriore testimonianza di un’interpretazione tutt’altro che semplicistica dell’idea di edificio-città. Le funzioni singolari, segnalate dal ricorso ad un numero consistente di piani, quasi a realizzare delle torri, producono un riconoscibile landmark in corrispondenza degli incroci stradali principali, rendendo visibile l’edificio anche da una certa distanza. Nell’odierno skyline di Seoul, caratterizzato da un gran numero di torri e grattacieli, il profilo di Sewoon Sangga appare discreto, eppure la sua presenza è un elemento chiaramente riconoscibile della città.
Le complesse sezioni architettoniche dell’edificio sono l’indice più evidente della volontà di creare un sistema che predisponesse un supporto flessibile per la molteplicità di attività tipiche della condizione urbana. La sezione tipo prevede un livello di parcheggi interrati, due piani commerciali ricompresi sotto il porticato, due ulteriori piani di negozi sul deck pedonale, infine quattro livelli residenziali organizzati con un corpo di fabbrica doppio. La distribuzione degli alloggi è a ballatoio, con appartamenti monoaffaccio disimpegnati da una grande corte interna coperta. La profondità complessiva del corpo di fabbrica, esclusi i porticati, è di 27,60 m (a fronte dei 24 circa della porzione superiore di Corviale), mentre le logge esterne degli appartamenti hanno profondità variabile e sono disposte in maniera da creare una rastremazione verso l’alto.  
Sebbene per molti versi la struttura morfologica di Sewoon Sangga ricordi Corviale, la sua costruzione spaziale risulta, nel complesso, del tutto differente. Si è osservato come Corviale definisca una configurazione spaziale caratterizzata da continue interruzioni, percezioni incomplete, nette separazioni tra osservatore e oggetto architettonico, dando quindi vita ad un sistema che tende ad accentuare la monumentalità, “allontanando” con vigore il fruitore dall’edificio.
In Sewoon Sangga l’aspetto di monumentalità è quasi del tutto assente. Da nessun punto, né a livello stradale, né dal percorso commerciale in quota, è possibile traguardare una porzione particolarmente estesa dell’edificio, poiché la chiara percezione del volume è negata dalla presenza del tessuto urbano che giunge quasi sino a toccare il porticato, mascherando quindi la notevole lunghezza dei corpi di fabbrica.
L’altezza dell’edificio, non dissimile da quella del complesso romano, viene anch’essa percepita in maniera meno imponente. Ciò è dovuto alla “duplicazione” della quota di terra: quando ci si trova al livello della strada, sotto i lunghi porticati, del complesso non si leggono che due piani; rispetto alla quota del percorso commerciale, i piani in elevato sono sei: anche da questa posizione l’altezza dell’edificio non risulta quindi eccessiva. Nelle testate, dove Sewoon Sangga raggiunge anche 22 piani di altezza (in corrispondenza dell’hotel), si ha a volte uno scalettamento del volume verso l’interno, espediente che riduce la percezione della massa costruita. A ogni modo, essendo molto ridotta la visuale di scorcio, le testate si presentano percettivamente come degli edifici a torre.
Anche il dimensionamento degli spazi interni dell’edificio appare risolto con una certa accortezza. Pur nell’attuale degrado funzionale, i lunghi porticati alla quota stradale definiscono degli ambiti urbani ben misurati, in cui la relazione dimensionale tra fronti edilizi, aree pedonali e carreggiata risulta efficace; meno convincente invece la forte riduzione dell’illuminazione naturale, dato che la luce filtra soltanto fra gli interstizi tra gli edifici preesistente. Gli spazi comuni interni, soprattutto le ampie corti coperte intorno alle quali si svolgono i ballatoi, danno vita ad ambiti ariosi, ben illuminati, privi delle inquietanti accelerazioni prospettiche dell’edificio romano.
Sulla scorta di quest’impianto percettivo, anche nella definizione del rapporto a distanza ravvicinata, Sewoon Sangga stabilisce una relazione tra osservatore e oggetto che, nonostante le cospicue dimensioni dell’edificio, rientra in una condizione nota, facilmente governabile da parte dell’individuo. L’edificio non si impone, né per massa né per dimensioni, non allontana psicologicamente chi vi si avvicina. Tantomeno si pone, prossemicamente, come elemento “altro”, distaccandosi nettamente dalla spazialità diretta dell’osservatore.
Grazie a questi accorgimenti, Sewoon Sangga avrebbe avuto le potenzialità per diventare un raro caso di grande edificio “sensibile”, capace di affermare la propria identità architettonica inserendosi al contempo in un contesto urbano, senza generare fratture eclatanti. Avrebbe potuto creare per i suoi abitanti un habitat accogliente, modulando la sua dimensione in maniera tale da non sembrare mai “eccessivo”, offrendo quindi lo spazio fisico e psicologico per un’appropriazione da parte degli utenti.
Eppure, come molte altre architetture nate con un forte portato ideologico, Sewoon Sangga non è stato un successo. Inaugurato in pompa magna quale simbolo della modernizzazione coreana sotto la dittatura militare del generale Park Chung-hee, l’edificio rappresentò, per un decennio, un modello di sviluppo urbano, tanto da dare vita, entro Seoul, a diversi complessi simili. Ma la moda delle megastrutture urbane passò rapidamente e nel giro di pochi anni gran parte degli abitanti abbandonò Sewoon Sangga per altri tipi di alloggio, soprattutto gli enormi complessi di torri residenziali realizzati negli anni successivi. Il cambiamento del modello di riferimento culturale per l’abitare, insieme al blando degrado dello spazio urbano circostante, ha spinto gli utenti a cercare altre soluzioni, “fuggendo” dalla megastruttura.
Oggi l’edificio è occupato da una miriade di piccole attività commerciali, laboratori di elettronica low-tech, un mercato dei fiori, ecc.; l’hotel Poongjeon, recentemente ristrutturato, rappresenta l’unica parte del complesso ad essere stata sottoposta ad un’opera di riqualificazione, sfruttando la posizione centralissima dell’edificio per attirare il pubblico. Come già accennato, un piano di riqualificazione proposto dal Governo di Seoul prevede la sostituzione di Sewoon Sangga con un parco lineare: il corpo di fabbrica più settentrionale, prospiciente il parco di Jongmyo, è stato demolito per fare spazio ad una plaza. Non è certo se l’operazione proseguirà: ma è difficile, date le forti condizioni di degrado del complesso e la mancanza di un interesse diffuso per la sua conservazione, che possa essere avviato un serio programma di recupero. Pur nel suo indiscutibile interesse architettonico e rilevante ruolo urbano, in mancanza di una vera appetibilità economica è difficile immaginarne un uso futuro: plausibilmente una parte di Sewoon Sangga verrà conservata, ma il destino su lungo termine di quest’opera sembra segnato.
La vicenda della grande megastruttura di Seoul ci aiuta a riflettere sul senso stesso dell’ideologia nell’architettura. Sebbene gli autori di Sewoon Sangga siano stati in grado di evitare alcune delle più eclatanti “trappole” nelle quali sono incappati i progettisti di Corviale, cionondimeno l’operazione di ingegneria sociale necessaria per dare vita ad un condensatore sociale – forse l’unico metro secondo il quale è possibile valutare un’opera di questo genere – non ha sortito gli esiti sperati. L’ideologia “gentile” di Soo Geun Kim si è arrestata di fronte alla naturale resistenza, da parte degli abitanti, all’adattamento ad un’opera comunque radicale; in più, non ha retto alla prova del tempo. Se a Corviale gli abitanti sono rimasti perché “prigionieri” dei loro stessi alloggi, la radicale trasformazione funzionale di Sewoon Sangga, l’abbandono di gran parte della sua destinazione originaria, ci dà il metro di quanto difficile sia, per le opere di questo tipo, trasformare effettivamente la realtà.

Note
(1) La vicenda storica di Sewoon Sangga è stata accuratamente ricostruita da Heui Jeong Kwak nella sua tesi di PhD presentata alla Graduate School of Design della Harvard University nel novembre 2002.
(2) Sangga, in coreano, significa edificio multifunzionale con spazi commerciali e residenze; Sewoon significa “muoversi in avanti nel mondo”. Il nome del complesso fu scelto dallo stesso sindaco Kim.
(3) I collegamenti tra le diverse sezioni dell’edificio avrebbero dovuto essere realizzati tramite passerelle pedonali che superavano anche gli assi stradali. Tali passerelle, tuttavia, non furono mai costruite.

Tutte le foto, salvo dove diversamente indicato, sono dell'autore

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DE MATTEIS Federico 2011-02-01 n. 41 Febbraio 2011
 
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