L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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architetture_cipollaNecessità e pretesto: forma e tecnica di un’architettura africana

Il lavoro di Fabrizio Caròla e l’ospedale regionale di Kaedi

Filippo De Dominicis

kaedi_05Il progetto della tecnica costruttiva (1) è, nelle regioni dell’Africa sub-sahariana, anzitutto un principio di realtà: un tentativo, forse estremo, di comprensione del processo che unisce il prodotto architettonico alla realtà di cui è parte. É un discorso operativo che garantisce specificità e carattere al prodotto: carattere che discende immediatamente dal modo di produzione della forma, dalle sue ragioni reali. La forma, piuttosto che esito di un’astrazione, procedimento di selezione esclusiva di elementi desunti dalla realtà, è strumento inclusivo di comprensione e di conoscenza.


É questo un discorso che accomuna, seguendo le prefigurazioni di Tomàs Maldonado (2), la “capacità del fare” con la “capacità di progettare”, che qui non appaiono più come due racconti distinti: non solo gioco, fare senza progettare, non solo utopia, progettare senza fare, ma un sistema di regole (le “regole del gioco”) di volta in volta scoperte, o ri-scoperte.

«Il discorso della non-progettazione è un lusso intellettuale della società dei consumi, una prerogativa dei popoli benestanti, una fastosità retorica dei popoli saturi di beni e di servizi. I popoli sommersi dall’indigenza e dalle necessità non possono permettersi un tale atteggiamento. Per essi la volontà di sopravvivere, perché per essi, progettare è principalmente munirsi delle attrezzature più elementari contro l’ostilità repressiva dell’indigenza, è cioè concepire strutture che consentano loro, da un lato, di massimizzare le scarse risorse disponibili e, dall’altro, di minimizzare i fattori che possono contribuire allo spreco di queste risorse».

A Kaedi, piccolo centro della Mauritania sul fiume Senegal, capoluogo della regione Gorgol, Fabrizio Caròla progetta e realizza per conto dell’ADAUA (Association pour le Developpement d’une Architecture et d’un Urbanisme Africains) il nuovo ospedale regionale; siamo nel 1981; siamo, soprattutto, duecentocinquanta chilometri a sud-est della capitale Nouakchott, ai margini del deserto. Caròla, napoletano, studia architettura all’ENSAV La Cambre di Bruxelles, scuola fondata da Henry van de Velde e Victor Bourgeois nel 1928, sui principi e le esperienze del primo Bauhaus di Weimar; e Caròla studia, esplora la realtà saheliana riscrivendo le regole del gioco a partire da una comprensione profonda del dato reale; che azzera, in partenza, riferimenti e memorie di immagini precostituite. Affidarsi al rilevamento puntuale dell’esperienza significa porsi in una condizione di libertà assoluta nell’interpretazione del fenomeno (Fabrizio Caròla parla esplicitamente di «libertà di darsi le regole da sé» (3)); ma significa, altrettanto, farsi inventore, trovatore; artefice che desume la forma e i suoi caratteri di necessità nient’altro che dall’esperienza.

L’ospedale, progettato e realizzato in soli tre anni, sarà il risultato della collaborazione tra operai locali formati sul posto e specialisti mauritani, italiani, svizzeri e francesi; e sarà insignito dell’Aga Khan Award for Architecture nel 1994.

Definendo in pochi versi il Sahel, Fabrizio Caròla descrive una condizione umana che ha progressivamente rinunciato a riconoscere la realtà della propria esistenza:

«Sahel:
zona d’equilibrio precario: conflitto permanente fra dune e alberi.
L’uomo, consumatore di alberi (pascoli, fuoco, costruzioni), è nello stesso tempo vittima e complice delle dune.
Aumento demografico = aumento delle esigenze = rottura dell’equilibrio.
La natura non ce la fa più a sostituire le perdite: le dune avanzano.
Abitudine a vivere in subordinazione alla natura, quindi assenza di reazione al suo cambiamento».


Le regole del gioco, già iscritte nella realtà che si indaga, sono così svelate da chi, ragionando ogni volta come fosse la prima volta, le ricompone e le rende nuovamente manifeste attraverso l’architettura e la forma tettonica: per la costruzione dell’ospedale è escluso da subito l’impiego del calcestruzzo, inadeguato alle condizioni climatiche, e del legno, difficilmente reperibile in aree pre-desertiche e dunque difficilmente sostenibile in termini di costi di trasporto; la terra cruda, di solito confezionata in mattoni essiccati, appare da subito materiale fragile se esposto alle precipitazioni che investono l’area da maggio a settembre: imporrebbe infatti una manutenzione costante impossibile da garantire per un edificio pubblico. La terra è dunque cotta attraverso la combustione della polla, sottoprodotto della lavorazione del riso, inadatta all’alimentazione animale e buona allora per esser bruciata. Il risultato, mattoni cotti (circa due milioni e mezzo, nei tre forni realizzati ad hoc, e successivamente riconvertiti) con cui coprire spazi voltati, unica soluzione possibile trattandosi di materiale in grado di sopportare il solo sforzo di compressione. E ancora, stante l’indisponibilità del legno per la realizzazione delle centine di supporto, la costruzione della volta – autoportante – si concretizza attraverso l’utilizzo di un compasso che ne governa la geometria, stabilendo la posizione dei singoli elementi nello spazio. Se Hassan Fathy aveva già recuperato le tecniche delle manodopere nubiane impiegando il compasso ligneo per spiccare volte emisferiche a partire da una base muraria quadrata o rettangolare, Fabrizio Caròla progetta il compasso modificando l’articolazione del braccio, riuscendo a ottenere una serie di configurazioni spaziali complesse, ora a ogiva, ora a limone, ora a zucca, forme che nascono dal compasso in funzione delle esigenze reali. Forme che, per esser realizzate, non hanno bisogno di disegni esecutivi: è il compasso che decide (volendo trascrivere qui un’espressione ricorrente nei suoi cantieri) le intersezioni, gli attacchi, i giunti; forme che si identificano con la tecnica che dà loro vita, in quanto immediatamente desunte dall’esperienza della costruzione, senza il medium della rappresentazione; forme che rispondono naturalmente a criteri di funzionamento complessi; basti pensare alla distribuzione radiale dei dormitori a forma di “ciambella”, che assicura allo stesso tempo buona ventilazione passante e facilità di monitoraggio dei pazienti.
In questa serrata sequenza di scelte necessarie, rese possibili da uno sguardo ogni volta liberato dal pre-giudizio sul reale, la forma giusta, appropriata, appare come custode dei propri segreti, delle ragioni che la rendono necessaria. Al di là di ogni tipizzazione formale, ovvero di normalizzazione del prodotto formale attraverso una serie di invarianti, è nella libera individualità dell’invenzione, nell’aver saputo scovare quelle tracce che hanno necessariamente condotto a quelle forme, la specificità e il carattere delle architetture di Fabrizio Caròla. La forma pur così necessaria, è allora un pretesto per conoscere e rispettare le condizioni che porteranno al prodotto finito; pretesto come «meditazione severa sulla possibilità di dare continuità a un’identità» (5); pretesto per comprendere il processo che lega il prodotto alla realtà di cui è, indissolubilmente, parte; pretesto ovvero strumento per descrivere attraverso l’esperienza della costruzione l’identità e la specificità degli uomini che praticano tecniche riscoperte e tradizioni rinnovate.

Hôpital regional de Kaedi, Mauritania
Cronologia 1981-1984
Localizzazione Kaedi, Gorgol, Mauritania
Committente Ministero della salute pubblica, Nouakchott
Progetto architettonico e strutturale ADAUA (Association pour le Developpement d’une Architecture et d’un Urbanisme Africains) Jak Vauthrin, Josè Esteve, Birahim Niang, Serge Theunynick; Fabirizo Caròla.

Note
(1) Questo lavoro sull’ospedale regionale di Kaedi è l’esito di alcune personali riflessioni seguite all’esperienza svolta con Fabrizio Caròla presso il cantiere del centro culturale di Sevarè, Mali, nei mesi di novembre e dicembre 2009; e successivamente esposte al Seminario dei dottorati di ricerca della scuola di Dottorato IUAV – sezione “Tecnica e Carattere” tenutosi a Venezia il 23 aprile 2010.
(2) Tomàs Maldonado, La speranza progettuale, Torino, Einaudi, 1970
(3) Cfr. Domus 940, ottobre 2010
(4) Fabrizio Caròla, Vivendo, pensando, facendo, Napoli, Intra Moenia, 2004
(5) Luciano Semerani, L’esperienza del simbolo, Napoli, Clean, 2007

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DE DOMINICIS Filippo 2011-03-07 n. 42 Marzo 2011
 
Hortus

Lo spessore della città

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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