L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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architetture_cipollaSauerbruch / Hutton. M9 a Mestre

Un nuovo museo per una nuova città

Michele Costanzo

sauerbruch_mestre_00Sauerbruch / Hutton Architects è uno studio composto da architetti, urbanisti, designers, ingegneri di diverse nazionalità che punta a far coesistere fin dalla fase iniziale del progetto una doppia componente ideativa-concettuale e tecnologica-costruttiva e ad impostare il proprio lavoro su una realtà operativa di tipo internazionale, ossia appartenente ad un mondo senza più confini nazionali.
Matthias Sauerbruch, Louisa Hutton si sono incontrati a Londra presso l’Architectural Association dove hanno svolto i loro studi. L’A.A. è un’istituzione cosmopolita che conta un secolo e mezzo di vita, in cui liberamente convivono tradizione e modernità. L’insegnamento è basato su una sorta di ginnastica temporale che tende a coniugare lo sperimentalismo dell’avanguardia con la “reinvenzione” del passato.

Fondato il primo studio a Londra nel 1989, dal 1993 la sede ufficiale di Sauerbruch / Hutton è a Berlino. Un primo progetto che richiamerà su di sè l’attenzione internazionale sarà il Photonics Centre (1991-1998), composto da due padiglioni ben modellati di diversa grandezza che sinuosamente si snodano su un prato dell’ex-periferia industriale di Berlino; entrambi rivestiti da una doppia pelle di vetro dotata di tende metalliche multicolori.
Fin dagli esordi, Sauerbruch e Hutton manifesteranno una sensibilità pittorica che nell’elaborazione progettuale li porterà ad attingere alla “tavolozza dei colori” e a vivere un’esperienza di tipo architettonico fortemente improntata da tale forte interesse. “Matthias ha la pittura nel sangue”, racconta Hutton, “Suo padre era pittore ed è cresciuto in una casa dove si respirava il profumo dei colori ad olio. A me piaceva dipingere ad acquerello, ma più che altro ero appassionata alla storia dell’arte”.
Certamente l’uso del vocabolario dei colori non è sufficiente a rendere in sé unico e distinguibile il modo di configurare l’oggetto architettonico, ma lo sarà la loro specifica maniera di portare avanti la ricerca degli effetti cromatici. È chiaro che, osserva Hutton, “non tutti gli edifici devono avere rivestimenti colorati, dipende dalle situazioni. È indubbio, però, che il colore abbia un potere magico, in quanto può trasformare completamente lo spazio, dare alle superfici il senso della tridimensionalità”.
Hutton ritiene altresì che un architetto debba sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del presente: “Ogni generazione non può fare a meno di cambiare i propri parametri culturali. Del resto, anche le modalità di fruizione cambiano di continuo. Nell’epoca in cui viviamo, molti edifici o parti di città vengono visti prima di tutto come schermi o immagini. Certo, lo spazio fisico offre un’enorme ricchezza, tuttavia, a noi piace rendere vibrante l’immagine dei nostri edifici. E poi, non ha senso sfuggire alle leggi dell’universo mediatico in cui siamo immersi”.
Altri punti che contraddistinguono il loro modo di operare sono: l’interesse a realizzare soluzioni specifiche per i diversi siti, a progettare edifici eco-sostenibili, a utilizzare tecnologie aggiornate, a mantenere costi di realizzazione contenuti, a non tralasciare di considerare le risorse esistenti nel contesto di ciascun progetto.
Le loro opere, oltre a fare ampio uso del colore per il rivestimento delle superfici esterne, impiegano, in numerosi casi, linee sinuose per rendere la figura architettonica plastica, avvolgente, accattivante come la Federal Environmental Agency a Dessau (1998-2005) o la Municipal Savings Bank a Oberhausen (2004-2008). In altre situazioni, che nascono sempre dalle caratteristiche del luogo, l’edificio risulta, al contrario, squadrato, composto da un insieme piani rettilinei, come il Museum Brandhorst a Monaco (2002- 2008) e gli Edifici per uffici a Milano (2006-2010).

M9 a Mestre, Venezia (2010) è il progetto vincitore di un concorso internazionale per la realizzazione di un museo d’arte. Alla gara oltre a Sauerbruch / Hutton, vincitori del primo premio, hanno partecipato Massimo Carmassi, David Chipperfield, Mansilla e Tuñon, Eduardo Souto de Moura, Pierre-Louis Faloci.
L’intento della Fondazione di Venezia, che è l’ente banditore della competizione, è stato quello di dotare la terraferma veneziana di uno spazio culturale che superi i confini regionali per diventare patrimonio culturale nazionale e, contemporaneamente, realizzare una struttura che contribuisca a rafforzare il senso identitario del cento di Mestre.
Seguendo tale visione il percorso progettuale di Sauerbruch / Hutton prende le mosse da una proposta di rivitalizzazione del centro storico mestrino puntando a valorizzare, come atto primario, le sue preesisenze. E questo, attraverso la creazione di nuovi spazi di percorrenza e di sosta che stimolano l’incontro e s’inseriscono, senza causare contrasti, nel contesto storico esistente rivitalizzandolo.
L’idea è quella di attuare un collegamento pedonale, dall’andamento diagonale che da via Cappuccina porta a piazza Erminio Ferretto, attraversando due nuovi spazi pubblici, resi significativi e attraenti sia dal punto di vista delle relazioni sociali/culturali, che commerciali. Essi sono: la “piazzetta del museo” che è un luogo direttamente collegato all’M9, il nuovo museo e la corte dell’ex caserma Matter (già convento di suore benedettine), dove è previsto che il piano terra del portico del chiostro e quello della fronte su via Poerio siano destinati a negozi e laboratori artigianali.
L’impostazione del progetto si basa, da un lato sulla ricomposizione del sottile equilibrio urbano e dall’altro sulla frantumazione dell’isolato prodotto dall’apertura del varco obliquo e svasato verso l’ex caserma.
«Da questa prima “decisione urbanistica”» scrivono i progettisti, «dipendono le scelte progettuali successive» (1). Infatti, l’introduzione del percorso diagonale darà origine alla divisione in due del lotto e alla costruzioni di due corpi di fabbrica triangolari di differente configurazione ed entità volumetrica: un edificio di servizio che insiste sull’area che si affaccia su via Pascoli e consente con la sua ridotta dimensione la formazione della piazzetta, ed uno di dimensione maggiore su via Brenta Vecchia, ossia l’edificio museale M9.
L’interno del museo si sviluppa su quattro livelli, più uno sotterraneo. Esso presenta a piano terra un ampio atrio, dove sul lato della piazzetta si sviluppa una scala che costituisce l’elemento dinamico dell’organismo, polarizzando su di sé l’attenzione del visitatore che ha modo, salendo, di lasciarsi avvolgere dalla complessa e varia spazialità del museo e dalle viste prospettiche verso l’esterno che percepisce nell’ascesa.
Procedendo in salita si raggiungono i due piani dell’esposizione permanente. Al terzo piano si trova, infine, la sala delle esposizioni temporanee. È un vasto ambiente illuminato da lucernari posti a soffitto. «Questo spazio, diversamente da quanto accade nei piani destinati ad esposizione permanente, costituisce una “scatola bianca” che può anche essere oscurata, da cui è possibile uscire su una terrazza o godere della vista della città vecchia attraverso delle ampie vetrate» (2).
L’edificio si contraddistingue per il suo rivestimento esterno in ceramica policroma e questo rappresenta il segno di identificazione del museo e, naturalmente, degli stessi Sauerbruch / Hutton Architects, le cui opere risultano immediatamente riconoscibili per questa caratteristica che, tuttavia, non è ripetitiva, ma si rinnova (formalmente e tecnicamente) in ogni occasione progettuale.
Le diversi modulazioni di colore, in questo caso, sono state studiate per entrare in accordo cromatico con quelle dell’area circostante e consentire alla nuova costruzione di entrare in sintonia con l’ambiente storico.
Oltre alla flessibilità degli spazi e alla significativa interpretazione di un ambiente museale adatto alle esigenze espositive dell’contemporanea, il progetto si segnala e per le scelte tecnologiche e per l’attenzione esercitata nei confronti delle questioni relative all’eco-compatibilità e all’efficienza energetica, nonché ai costi di gestione valutati intorno ai 4 milioni l’anno.

Note
(1) Sauerbruch / Hutton, dalla relazione di progetto.
(2) Ivi.

M9 a Mestre

Progettisti Sauerbruch Hutton
Design team Matthias Sauerbruch, Louisa Hutton, Juan Lucas Young, Bettina Magistretti, Carlos Alarcón Allen, Sybille Bornfeld, Tom Geister
Collaboratori Jörg Albeke, Cristina Haumann, Stephanie Hesse, Tarek Ibrahim, Lina Lahiri, Ilja Leda, Konrad Opitz, Emma Reid, Maria Saffer, Christian Toechterle-Knuth, Tatiana Trinidade
Strutture S.C.E. project s.r.l.
Impianti e antincendio Tomaselli Engineering
Plastico Werk5
Rendering Sauerbruch Hutton + Archimation

Si ringrazia lo studio Sauerbruch / Hutton Architects per aver concesso la pubblicazione delle immagini del progetto.

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
COSTANZO Michele 2010-09-27 n. 36 Settembre 2010
 
Hortus

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

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hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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