L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

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Yona Friedman

L'architettura di sopravvivenza

Una filosofia della povertà

Bollati Boringhieri, Torino 2009, pp 167

Claudia Bernardini

friedman_sopravvivenza.jpg“L’architettura di sopravvivenza è allo stesso tempo una tecnica, una filosofia e forse uno stile, la cui principale qualità è di essere popolare perché non è altro che la creazione dell’uomo qualunque – per il quale rappresenta lo strumento stesso della propria sopravvivenza” (1).
Questo testo, riedito a distanza di circa 30 anni dalla prima pubblicazione del 1978, raccoglie i contenuti delle ricerche svolte da Yona Friedman a partire dagli anni settanta, riguardo all’importanza dell’autopianificazione, proprio in funzione della necessità di uno sviluppo dell’architettura di sopravvivenza.
Per comprendere il bisogno di un’architettura di sopravvivenza occorre, prima di tutto, accettare la condizione di povertà che progressivamente coinvolge il mondo in cui viviamo.
Posta in questi termini la questione può sembrare allarmista, al limite del catastrofico, ma è innegabile che gran parte delle risorse di cui ci serviamo sono deteriorabili e non rinnovabili. Basti pensare alle questioni legate al reperimento e distribuzione delle fonti energetiche ed alle conseguenze che questo comporta a diversi livelli.
La condizione di povertà costringe l’uomo abitante dei paesi ricchi a ricalibrare l’ordine delle proprie necessità, eliminando il superfluo e concentrandosi sullo stretto indispensabile alla propria sopravvivenza, che l’autore individua, in una sintesi esemplificativa, negli elementi del tetto e del cibo.
L’attuale habitat dei paesi industrializzati è diviso in zone ad alta densità, in cui vivono persone che producono oggetti e servizi, e zone poco popolate dove si produce cibo destinato ad altri consumatori. Questo modo di organizzarsi genera delle forti disuguaglianze, in quanto vincola il reperimento del cibo ad un sistema di trasporto e stoccaggio che diventa molto costoso. Tale processo porta con sè due conseguenze importanti: da un lato vincola i paesi cosiddetti ricchi a rivolgersi ad altri, dall’altro non riesce a soddisfare il fabbisogno mondiale.
Fondamentale quindi per la sopravvivenza è il rendersi autonomi, che restringendo il campo ad un discorso strettamente architettonico vuol dire praticare l’autopianificazione.
Quest’ipotesi rivoluziona il ruolo dell’architetto, così come siamo abituati ad intenderlo, al quale invece spetterebbe il compito di insegnare all’uomo comune il metodo per poter pianificare da solo gli spazi di cui si serve, riuscendo a distinguere ed a difendere il suo interesse personale senza arrecare danno agli altri.
Successivamente l’architetto deve coordinare i singoli progetti, salvaguardando gli interessi comuni e prestando attenzione ad una complessiva omogeneità estetica.
Nella pratica, un modo per garantire l’unitarietà formale, pur nella eterogeneità dei singoli progetti, può essere favorito dalla povertà della tecnica applicata, aspetto facilmente riscontrabile, per esempio, nei centri storici delle città. L’oggetto architettonico può essere scomposto nei suoi componenti principali, che sono le fondazioni e la struttura (estensioni del terreno), a partire dai quali, servendosi delle piastre orizzontali e degli schermi (architettura mobile), si possono realizzare i progetti più diversi.
Nell’architettura di sopravvivenza questi principi dovrebbero essere applicati limitando le trasformazioni del mondo al minimo indispensabile per l’adattamento dell’uomo e non trasformando il mondo per renderlo più favorevole all’uomo, come viceversa avviene nell’architettura classica. Questo significa inoltre saper sfruttare diversamente e nel modo più conveniente possibile le risorse che la natura di ogni specifico luogo ci mette a disposizione.
Altro aspetto fondamentale al quale l’autore si è dedicato in questi anni, al fine di diffondere ed applicare le tecniche per lo sviluppo dell’architettura di sopravvivenza, è stato lo studio delle modalità comunicative più adeguate.
I manuali a fumetti che Yona Friedman ha prodotto nel corso delle sue ricerche sono un esempio significativo: essi, servendosi di illustrazioni semplici, sono un compendio delle conoscenze minime necessarie per insegnare l’autopianificazione a qualsiasi tipo di pubblico.
Durante la sua lunga esperienza sul campo, l’autore ha potuto constatare come, a volte, l’organizzazione spontanea di tipo socio-economico delle bidonville (che avviene solo nel momento in cui gli abitanti smettono di credere alle promesse dei governi ufficiali), è l’esempio che più si avvicina all’architettura di sopravvivenza, per due motivi principali: in primo luogo, l’asseto sociale auto-organizzato non supera mai quello che l’autore definisce gruppo critico, ovvero il giusto numero di persone che garantisce una corretta comunicazione reciproca, mezzo indispensabile per assicurare una rapida ed efficace operatività del gruppo; in secondo luogo, gli abitanti fondano la propria sopravvivenza non più sulla produzione di denaro, bensì, attraverso il baratto, sulla produzione e scambio dei beni che direttamente garantiscono la loro sopravvivenza.
Questo esempio porta di nuovo in luce uno dei principali messaggi che l’autore vuole comunicare al proprio pubblico: “è meglio essere poveri e indipendenti che ricchi dipendenti da altri” (2).

Note
(1) Yona Friedman, L’architettura di sopravvivenza, Torino 2009, p. 153
(2) Ibidem, p. 91

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
BERNARDINI Claudia 2010-04-26 n. 31 Aprile 2010
 
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