L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Il tentativo di un'architettura "no-name" nel pensiero di Gianfranco Caniggia

Antonija Dabic

La cospicua e certamente fondamentale opera dell’architetto Gianfranco Caniggia dedicata all’insegnamento di Composizione architettonica e tipologia edilizia, comprendente due volumi, rispettivamente Lettura dell’edilizia di base e Il progetto nell’edilizia di base, pone senza dubbio problemi di varia natura. Addirittura la lettura di questo studio che sviluppa un particolare modo di vedere la città, ma soprattutto il progetto di architettura, fa pensare ad un aforisma di Franz Kafka che riguarda proprio i criteri di lettura: “Credo che bisogna leggere solo quei libri che mordono e pungono”.
Al di là delle varie interpretazioni di questa frase ambigua che peraltro si riferisce al campo di letteratura, il libro di Caniggia morde e punge probabilmente non tutti i lettori, ma alcuni certamente. Perché? Prima di tutto perché, riepilogando e semplificando il pensiero caniggiano, preferisce l’evoluzione alla rivoluzione, la continuità alla rottura. Questa posizione trova la propria spiegazione nel clima culturale in cui opera l’autore: l’ambito romano del secondo dopoguerra, ma soprattutto la sua relazione con la figura di un professore di architettura: Saverio Muratori, figura chiave nello sviluppo del pensiero caniggiano, cui certamente deve le basi del proprio pensiero. Tuttavia Caniggia, pur partendo da Muratori, va anche molto lontano, nel senso che arriva a sviluppare una teoria della città e della progettazione ad un grado di sistematicità molto alto. Talmente alto che, si potrebbe dire, finisce per sviluppare una grammatica dell’architettura.
Di fatto Caniggia stesso si riferisce gia all’inizio del primo volume, appunto nella Lettura (1), spesso alla lingua, al linguaggio, alle nozioni appartenenti all’area della linguistica, anche in funzione della spiegazione della teoria della crisi (2), la quale nasce dalla collisione tra aree linguisticamente differenti o, trasposto nell’ambito di architettura, dalla collisione tra vari linguaggi di architettura. Nel secondo volume, Progetto, Caniggia propone un’ulteriore specificazione presa in prestito dalla linguistica: la differenziazione tra “langue” che è l’insieme di regole codificato nel tempo dall’insieme dei parlanti e la “parole” che è il modo individuale di ciascuno di usare quel codice. Queste due nozioni vengono poi legate ad altre, fondamentali del pensiero caniggiano: la “langue” è il tipo e la “parole” è l’oggetto edilizio. Il tipo a sua volta è prodotto di “coscienza spontanea” mentre oggetto edilizio progettato è la conseguenza della “coscienza critica”, che secondo Caniggia è sempre parziale perché in fondo è una scelta, una scelta fra varie possibilità.
Questa è la lente attraverso la quale Caniggia vede e guarda i prodotti e la produzione architettonica, dividendola tra prodotti della “coscienza spontanea” e prodotti della “coscienza critica”. L’ambiente antropico costruito è diviso tra prodotti creati spontaneamente e quelli creati intenzionalmente. Una divisione inusuale considerando che la storia dell’architettura, peraltro criticata da Caniggia in quanto storia che studia solo le “emergenze” cioè l’edilizia specialistica, si occupa esclusivamente dei prodotti architettonici intenzionalmente progettati. Però, nonostante tutto, rimane un forte dubbio: la spontaneità. Quanto davvero è spontanea l’edilizia che Caniggia descrive come tale? Le case a schiera e le case in linea medievali, per esempio di Firenze, sono davvero nate spontaneamente, senza nessuna prescrizione, nessun regolamento da parte delle amministrazioni? Sono nate così spontaneamente come spontaneamente ognuno parla la propria lingua, senza sapere le regole della grammatica e della sintassi? Esisteva davvero nell’edilizia di base una “età dell’oro” pre-progettuale contrapposta alla “età del progetto” (3)? Si è portati a pensare ad una mitizzazione del passato, della spontaneità e dell’assenza del progetto. In questa ottica, che è anche un ottica muratoriana, il passato appare organico, naturale, spontaneo, e quindi non ancora corrotto dalla coscienza critica. E si pone da sola la domanda sulla edilizia di base spontanea di oggi. Per Caniggia questa sembra non esistere perché ormai ci troviamo nella ”età del progetto”. Però l’edilizia di base spontanea c’è anche oggi, in tutto il mondo, dalle favelas sudamericane all’abusivismo edilizio di una grande città come Roma per esempio. Anche oggi ci sono case costruite spontaneamente senza nessun progetto architettonico.
L’identificazione della lingua – qualsiasi lingua parlata in una certa area geografica – con la lingua dell’architettura può rivelarsi problematica specialmente se si pensa alla didattica dell’architettura: occorre non dimenticare il fatto che i due volumi Lettura e Progetto si basano sull’esperienza didattica e servono soprattutto per la didattica della composizione architettonica o della progettazione. Cerchiamo di portare avanti il parallelismo con la lingua introdotto da Caniggia.
I linguisti possono insegnare la grammatica di una lingua. Se serve possono confrontare anche le diverse grammatiche delle varie lingue. Però i linguisti avranno difficoltà ad insegnare come si scrive un romanzo perché per la scrittura di un romanzo o per la composizione di un’opera letteraria la grammatica serve in ogni caso, ma la sola conoscenza della grammatica non è sufficiente, è necessaria ma non è sufficiente.

Architettura "no-name" e leggi da seguire

Non si può dubitare sulla chiarezza cristallina con la quale Caniggia espone in modo rigorosamente logico la sua teoria. Però forse è la stessa chiarezza del discorso che permette di individuare alcune conclusioni che sono difficili o con cui semplicemente non si può essere automaticamente d’accordo perché sono conclusioni che spiazzano.
Gian Luigi Maffei fornisce una sintesi efficace del metodo caniggiano, del passaggio presuntamene logico dalla storia alla contemporaneità. L’esame dell’edilizia del passato è la chiave per l’utilizzazione della storia per operare nel mondo contemporaneo: si tratta di saperne estrarre le leggi e i comportamenti tipici. (4) Visto che Maffei era stretto collaboratore di Caniggia il rischio di una interpretazione falsa è quasi inesistente. Dopo aver estrapolato le leggi dal costruito antropico il progettista architetto deve solamente usarle. In questa maniera il suo progetto è unitario, basato sull’esperienza collettiva ma soprattutto è privo di evasioni personalistiche. Le possibilità di realizzazione di un tale procedimento verranno esaminate dopo.
Davvero notevole è proprio questo aspetto nella teoria caniggiana: il tentativo di impostazione di un metodo che permette all’architetto, diventato “tecnico dell’asseto ambientale”, di progettare evitando le evasioni personalistiche.(5) Sorprendentemente Caniggia mette in rapporto l’ennesima personalizzazione del prodotto architettonico e il conseguente panorama di esasperazione dell’individualità con i meccanismi capitalistici di concorrenza. Secondo Caniggia la sopraffazione concorrenziale tra individui genera un’architettura consumistica, il cui prodotto addirittura non riesce ad essere finito prima di essere superato. Il prodotto architettonico si manifesta come affermazione della cifra, della firma di chi lo inventa. (6) Caniggia non risparmia critiche feroci agli architetti in generale, affermando che tuttora il modo di procedere è costruire un monumento al committente e a se stesso. Considerando che Caniggia esprime queste riflessioni alla fine degli anni settanta non gli si può negare una lungimiranza notevole. Quello che Caniggia chiamava “cifra” o “firma” è diventato “brand” o “branding” tematizzato da Rem Koolhaas almeno da un decennio. Il fatto che il committente importante non sia più il Papa o la Chiesa, bensì un impero dello shopping come Prada, riafferma a sua volta l’altra osservazione di Koolhaas che vede lo “shopping” come ultima attività pubblica. In questo caso appare interessante che Pier Luigi Cervellati constati amaramente come i centri storici delle città italiane siano ormai diventati luoghi privilegiati dello shopping di lusso.(7)
La “esasperazione dell’individualità” temuta da Caniggia ha avuto, verso la fine del secolo, una sua precisa definizione – “Archi-star” o “Star-architect”, termine che si è già spostato dalle riviste di architettura e pubblicistica giornaliera a dizionari ed enciclopedie di architettura più aggiornati. Che accanto all’opera dell’architetto si sviluppi un vero e proprio culto della persona stessa dell’architetto, non è certamente un fatto nuovo. Nuove sono solamente le caratteristiche che definiscono la realtà del culto dell’architetto oggi, come ad esempio uffici con un centinaio di collaboratori, ma soprattutto l’operare su scala globale, un grado di internazionalismo neanche raggiunto dall’International Style. Il legame che l’architetto ha da sempre intrattenuto con la propria cultura nazionale sembra non essere più significativo. Nasce quello che l’architetto Pierluigi Nicolin ha chiamato l’”architetto multinazionale”.(8) Anche qui c’è un legame con la teoria caniggiana il cui argomento importantissimo è l’autoctonia, sia nella lettura del costruito antropico sia nel progetto. L’autoctonia è il contrario dell’internazionalismo. A questo aspetto verrà dedicata attenzione più avanti.
Tornando al discorso caniggiano che auspica un’architettura spersonalizzata, non firmata, appunto un’architettura “no-name”, può risultare utile ricordare che le varie manifestazioni della “classica” Conceptual Art (e delle a questa legate tendenze come Anti-forma, Arte Povera, Land Art, Post-object-art) degli anni sessanta e settanta si basano sulla critica della produzione della società tardo-capitalista, ma soprattutto sulla critica del carattere feticcio dell’arte la cui raison d’etre è proprio la firma d’autore. L’arte concettuale si distacca dall’espressionismo, dalla soggettività e dalla pura visualità attraverso indagini ed analisi linguistiche e strutturaliste. Certamente qui non si vuole ipotizzare, o peggio ancora forzare, un rapporto tra Caniggia e le tendenze artistiche di quel periodo, ma piuttosto constatare in primo luogo un parallelismo evidente: il rifiuto deciso della firma d’autore. Tuttavia sia l’arte sia l’architettura fanno parte di un sistema, o meglio ‘mercato-sistema’ (9), che può essere sovvertito fino ad un certo punto, ma non oltre. Oggi, tra vari tramonti e revivals, l’arte concettuale è una delle tantissime lingue parlate nel ‘mercato-sistema’ dell’arte contemporanea.
Quali sono le tecniche per giungere ad un progetto di architettura depersonalizzato e assolutamente privo di firma d’autore? Come già prima anticipato, bisogna dedurre le regole fisse dalla processualità tipologica, “leggere” e poi analogamente “riprogettare”. Apparentemente un procedimento logico e semplice, ma in realtà piuttosto astratto e difficile da realizzare.
Prima di tutto sorprende il riferimento così esclusivo alla storia della città e la sua importanza per la progettazione. Si tratta sempre di un corso di composizione di architettura! Progettare è anche prevedere il futuro, cercare di anticiparlo. Un progettista a differenza di un storico è per definizione rivolto al futuro prossimo, al tempo che non è ancora arrivato. Un architetto che deve progettare per oggi e domani, per bisogni di oggi e domani, con tecniche costruttive e materiali di oggi e domani, in che maniera può trarre profitto dallo studio approfondito dell’edilizia di base cresciuta organicamente in una parte di Firenze? Si può analizzare minuziosamente lo sviluppo presuntivamente spontaneo di case non progettate del Borgo San Frediano a Firenze, un aggregato che si è consolidato nell’arco di sei secoli, si può cercare di comprenderne perfettamente il processo tipologico, arrivare alla ”architettura nascosta”, seguire la trasformazione diacronica del tipo e individuare con cura le varianti diatopiche, ma dopo tutto questo come si fa a progettare un complesso residenziale che deve contenere un certo numero di abitanti all’inizio del XXI secolo? Una procedura del genere appare semplicemente non fattibile.
Dove invece le leggi dedotte dall’edilizia di base potrebbero essere di grande utilità è sicuramente un altro campo della progettazione architettonica rivolto al passato – come il restauro o la restituzione. L’intervento di restauro nel centro storico si dovrebbe proprio basare su una scienza dello sviluppo storico degli edifici come quella sviluppata da Caniggia. Lo studio del costruito antropico del passato raggiunge qui un livello quasi archeologico. Infatti Caniggia non si ferma alla facciata dell’edificio, ma scava letteralmente in profondità dove storici dell’architettura, anche se di provenienza architettonica e non dalle scienze umanistiche, non arrivano. Si potrebbe dire che Caniggia riesce a scrivere una Storia dell’Architettura alternativa che parte esclusivamente dall’analisi acuta del costruito antropico. Però si insinua anche qui un dubbio: l’astrattezza del tipo che appare così puro e logico che nella realtà non si potrebbe mai trovare, proprio per l’attitudine di ogni abitante, tanto apprezzata da Caniggia, di adattare la casa ai propri bisogni. Allora che cosa si trova veramente dietro le facciate delle casette a schiera degli odierni centri storici? Probabilmente tutto quello che si trova anche dietro le facciate dei complessi residenziali delle periferie.
Fin qui abbiamo assunto che un intervento nella città storica non vuole staccarsi visivamente e strutturalmente dal contesto immediato. È una posizione legittima se si vuole preservare la continuità visiva dell’area d’intervento. Esistono però posizioni diametralmente opposte che privilegiano un inserimento “visibile”, anche a costo di creare un iniziale impatto conflittuale al quale spesso è difficile abituarsi da subito. Per precisare ulteriormente queste due posizioni appare utile rammentare un passaggio di Caniggia: <<Tra falso e vero c’è una relatività nel senso che l’elemento falso in un insieme vero, rimane falso, ma l’insieme raggiunge una verità maggiore; faccio un esempio classico: le case intorno a Piazza Navona sono tutte false, la falsità dell’elemento ci ha però ridato Piazza Navona che è un organismo urbano notevole per tutti i fruitori; sarebbe stato un bel guaio se al posto del falso, per amore di verità, avessero fatto delle costruzioni “francamente moderne”, perché a questo punto quel “francamente moderno” si sarebbe trovato pesantemente in collisione con quella verità globale rappresentata dalla presenza storica della Piazza.>> (10) A parte la discussione su che cosa possa essere verità maggiore o verità minore, questo passaggio significativo implica alcune riflessioni.
Qual è la verità globale di un’area del centro storico quale Piazza Navona? È quella che noi troviamo nella seconda parte del XX secolo? È proprio la coscienza storica che mostra che non c’è una verità globale ma un susseguirsi di vari periodi: spazio recintato in legno per ludi ginnici, anfiteatro di Nerone, stadio di Domiziano costruito nell’86 d.C. con la capienza di 30.000 spettatori, oratori dall’VIII secolo in poi, case e torri a partire dalla metà del XIII secolo, chiese e palazzi nel rinascimento, il mercato trasferitosi dal 1477 dal Campidoglio, rifacimento della chiesa di S. Agnese in Agone da Rainaldi, palazzo Panfili, Collegio Innocenziano su disegno di Borromini a metà del 1600, ed infine le tre fontane. Se fosse stata rispettata una verità globale, Piazza Navona come si presenta oggi non esisterebbe.
È importante sottolineare un’altra riflessione. Anche in questo brano citato si tratta di un campo ben definito della progettazione, cioè del restauro architettonico, ovvero di un progetto che deve colmare una lacuna nelle quinte di Piazza Navona e quindi di un progetto per il centro storico.
Un ulteriore aspetto riguarda la nozione di “organismo”, la metafora usata ed abusata presa in prestito dalla biologia, che stranamente non tematizza mai ciò che è caratteristica precipua di ogni organismo vivente: la morte. Un organismo nasce, vive e si trasforma e poi muore. L’organismo dello stadio di Domiziano è morto e ha fatto spazio a quello che oggi viene definito Piazza Navona.

 


 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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