L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Rendimento

Il “rendimento” è un altro concetto importantissimo nella teoria caniggiana, ma purtroppo anche questo di difficile condivisione, e ciò dovuto proprio alla sua soggettività. Secondo Caniggia un progetto architettonico di scarso rendimento è un progetto che sostanzialmente ignora il contesto e se ne stacca fortemente, provocando in questa maniera uno squilibrio ai danni degli altri. Un progetto diverso, provocatorio, sopraffattivo, implica problemi per l’ambiente circostante che dovrà impiegare molto tempo per ritrovare l’equilibrio perduto.
Qui si tratta di un’opinione assolutamente soggettiva che non tollera contrasti e conflitti. La città è fatta di accostamenti inusuali, di oggetti edilizi che si differenziano tra loro fortemente soprattutto per le diverse funzioni cui devono assolvere.
Probabilmente si sottovaluta generalmente un aspetto che è proprio dell’architettura, sia firmata sia non firmata – una certa violenza della quale ci si rende conto soltanto quando l’architettura viene violentemente distrutta. Ma anche il processo di edificazione e di costruzione è di per sé un processo violento nel senso che crea dal nulla. Certamente ci sono collisioni di oggetti edilizi più riuscite ed altre meno, ma si tratta soprattutto del fattore tempo che rende accettabile anche la collisione più improbabile. E non si tratta di equilibrio, poiché l’equilibrio come rendimento è una nozione soggettiva con la quale è difficile operare. Sembra che Caniggia auspichi una città omogenea e paradossalmente è proprio l’eccessiva omogeneità della città moderna, o diciamo della città periferica, che la rende così poco attraente ed interessante rispetto al centro storico. Il termine “rendimento” è strettamente legato alla soppressione del linguaggio personale e alla discussione del contesto e quindi anche alle problematiche dell’inserimento del nuovo nel tessuto antico.


Problema dell'autoctonia

Tornando ad una delle caratteristiche più importanti dell’attività di uno “Star-architect”, che è quella di progettare e costruire in tutto il mondo, la posizione di Caniggia è fissata sull’opposto – sul valore dell’autoctonia. Per Caniggia è crisi tutto ciò che è stile, importato e non linguaggio autoctono. (11) Bisogna tener conto però che qui si tratta di edilizia di base, per secoli secondo Caniggia frutto di “coscienza spontanea” e solo negli ultimi due oggetto della “coscienza critica”, cioè del progetto. (12) Caniggia giudica questa estensione del progetto all’edilizia di base piuttosto come un fatto negativo.
L’analisi strutturalista porta Caniggia a differenziare tra le aree elastico-lignee e quelle plastico-murarie. Questa distinzione è senza dubbio importante per la comprensione dello sviluppo edilizio. Finché si tratta di analisi dell’edilizia, ovvero saper leggere le strutture e attribuire le loro origini ed appartenenze distinguendo tra che cosa è autoctono e che cosa è importato, non ci sono problemi. Il problema nasce quando si comincia a creare un monopolio sulle tecniche costruttive, cioè quando le aree elastico-lignee devono usare esclusivamente le strutture elastico-lignee in quanto autoctone e quindi appartenenti alla loro tradizione, e parallelamente le aree plastico-murarie devono usare le strutture plastico-murarie; semplificando “a ciascuno il suo”. Un esempio concreto è la lettura caniggiana del piano di Berlage per Amsterdam Zuid. Secondo Caniggia qui le percorrenze diagonali si associano ad un tessuto di isolati rettangolari, direzionati secondo la locale tradizione di tessuti seriali. L’espressività dell’involucro portante murario appare fedele al portato della strutturazione autoctona, di radici lignee progressivamente evolute verso la parete continua.(13) In modo analogo viene analizzato il quartiere Kiefhoek (1925-29) a Rotterdam di Oud. Anche qui viene sottolineato che la finestratura continua è portato della cultura lignea nordeuropea, come lo è pure la monodirezionalità dell’orditura. Mentre è portato oppositivo, esotizzante, riferibile al sostrato mediterraneo la copertura piana, il “volume puro” caro alle esperienze delle avanguardie di allora. (14)
Allora nell’analisi caniggiana sembra che la qualità dell’architettura si basi sulla coerenza ai valori autoctoni e viceversa tutto quello che è oppositivo alla tradizione autoctona, tutto quello che rappresenta caratteri di oppositività o rottura viene condannato. Chiudersi nel rispetto della tradizione autoctona e rifiutare le influenze che provengono da fuori ricorda le ancora poco note vicende di Weissenhofsiedlung, costruito a Stoccarda nel 1927 sotto la direzione di Mies van der Rohe. Deriso dalla cultura nazionalsocialista per i tetti piani e chiamato per questo “paesino arabo”, suscita reazioni fortissime nella “Stuttgarter Schule” che nel 1933 costruisce nelle vicinanze di Weissenhofsiedlung l’alternativa e tradizionale Kochenhofsiedlung. Il direttore Paul Schmitthenner prescrive alcune regole obbligatorie che si basano sulla tradizione costruttiva tedesca: l’uso del legno e dei tetti a due spioventi.
Come già accennato precedentemente, analizzare le strutture edilizie distinguendo con precisione le provenienze di vari modelli sintattici è importante finche non si arriva al monopolio su certi modelli solo perché sono patrimonio del luogo.
Concentrarsi solo sui valori dell’autoctonia può essere molto pericoloso, non tanto nel mondo dell’architettura ma in altri ambiti della società decisamente sì; basti solo pensare ai nazionalismi europei per rendersene conto.
Le ragioni che portano ad una sopravvalutazione dei valori autoctoni possono essere vari: in Caniggia una ricerca della processualità tipologica, della struttura pura priva di intenzionalismi, dell’architettura nascosta. Spesso però le ragioni sono diverse: la paura di perdita d’identità, una paura inutile. Rimanendo nell’ambito dell’architettura una discussione e una paura che riaffiorano ogni tanto, però inutilmente perché l’identità non si può perdere. Anche qui possiamo prendere un esempio appartenente all’ambito linguistico. Si ricorda la paura di alcuni linguisti francesi dell’invasione della lingua inglese specialmente nel campo informatico. Adesso si può ammettere che dopo l’invasione dell’inglese i francesi sono rimasti francesi con in più alcune conoscenze di inglese.
Ritornando al fenomeno attuale dello “Star-architect” e soprattutto all’aspetto del suo operare globale, apparentemente in tutto il mondo, sembra che le radici di questo fenomeno stiano proprio nell’internazionalità del Movimento Moderno.

Conclusioni

Lo studio storico-tipologico della città eseguito da Caniggia rende evidente che una divisione della professione architetto è assolutamente necessaria: da una parte architetto restauratore e dall’altra architetto progettista, uno rivolto al progetto del passato, l’altro rivolto al progetto del futuro. L’architetto restauratore è costretto a rinunciare alla propria firma, mentre l’architetto progettista è costretto a creare una. La complessità sia del passato sia del futuro, e soprattutto il loro riferirsi alla contemporaneità e all’oggi, è tale da richiedere questa specializzazione. È presumibile anche che le divergenze tra queste due professioni diventeranno col tempo sempre più grandi. Questa divisione sembra già realtà da tanto tempo nelle facoltà di architettura italiane.
Interventi che devono inserirsi nel tessuto storico partono da presupposti particolari e richiedono una conoscenza della storia della struttura dell’architettura, spesso assente nella classica storia dell’architettura.
L’architettura “no-name” intesa nel senso caniggiano può oggi avere un pubblico o meglio un utente? A parte gli sforzi legati al progetto privo di firma, sembra difficile trovare committenti che vogliono tale architettura o che possono apprezzare una architettura di questo genere, un architettura in cui l’apporto dell’architetto sembra invisibile. Caniggia ha probabilmente sottovalutato il fatto che anche l’assenza di firma, cioè il “no-name”, diventa nel ‘mercato-sistema’ una firma, perché il sistema la rende tale. “No-name” poteva/potrebbe diventare una firma, una posizione che concorre con tante altre che però non è quello che interessava a Caniggia. Per sfuggire alla torre di babele di linguaggi e posizioni, lui proponeva un’architettura “no-name”, praticamente un’architettura che non fa parte del sistema. A tutto questo si aggiunge un problema legato alla realtà: il mondo è pieno di architettura non firmata, non di architettura “no-name” ma semplicemente di architettura non firmata però progettata.
Qual è il futuro dell’insegnamento della teoria caniggiana e soprattutto può un sistema di pensiero così rigido avere futuro? Il pensiero caniggiano può avere futuro solo modificandosi e trasformandosi in una “Grammatica dell’architettura”, non finalizzata al progetto ma all’allargamento della cultura di base necessaria per ogni architetto. Essa dovrebbe assumere una funzionalità similare a quella che la grammatica di una lingua può avere per uno scrittore, non da utilizzare metodologicamente seguendone le leggi, ma come base per comprendere il senso della struttura.
Infine è lecito chiedersi se si possa progettare seguendo le leggi.
Esiste un fenomeno nelle arti visive dove si può creare un’opera d’arte seguendo rigidamente le leggi: l’icona. Le icone vengono prodotte oggi seguendo le leggi stabilite nel VI secolo. Vengono usate le tavole di legno, preferibilmente di cipresso, e preparate in modo speciale applicando pezzi di lino per prevenire le rotture. Sui vari strati di gesso viene eseguito un disegno a carbone copiando i disegni di altre icone. Pigmenti naturali vengono legati dalla chiara dell’uovo e usati contemporaneamente ai fogli d’oro per lo sfondo. L’icona ultimata riceve uno strato di vernice. L’icona appartiene al proprio sistema che non è il sistema studiato dalla classica Storia dell’arte, perché la produzione di icone rifiuta l’originalità e la firma personale. A un occhio non esperto tutte le icone possono apparire più o meno uguali. Specialisti invece riescono a vederci sia lo sviluppo sia le tracce del linguaggio personale. Anche seguendo le leggi che cancellano l’espressione personale non è possibile creare opere prive completamente della propria firma.



Note

(1) Abbreviazione Lettura si riferisce al primo volume: Lettura dell’edilizia di base, analogamente Progetto rimanda al secondo volume: Il progetto nell’edilizia di base.
(2) Non si tratta di ‘crisi’ in senso comune, ma di un concetto elaborato di Saverio Muratori che riguarda periodi abbastanza lunghi e incorpora anche una profonda crisi civile, un concetto di difficile condivisione il cui manifesto è il libro di Muratori: Architettura e civiltà in crisi, Roma, 1963.
(3) Le nozioni sono di Caniggia, Progetto, p. 28, 34.
(4) Maffei, Gian Luigi, Gianfranco Caniggia e il progetto di architettura, in: D’Amato Guerrieri, Claudio/Strappa, Giuseppe (a cura di), Gianfranco Caniggia. Dalla lettura di Como all’interpretazione tipologica della città, Bari, 2003, p. 89-93.
(5) cfr. Lettura, p. 32.
(6) cfr. Lettura, p. 20.
(7) Pier Luigi Cervellati, La città bella, Bologna 1991, p. 15.
(8) Alessandra Muntoni, Lineamenti di storia dell’architettura contemporanea, Roma-Bari 2005 (prima edizione 1997), p. 358.
(9) ‘Mercato-sistema’ potrebbe essere un termine che caratterizza meglio quello che viene spesso definito come ‘Mondo dell’arte’. ‘Mercato’ per sottolineare la sua spesso dimenticata dipendenza dal valore economico e ‘Sistema’ per alludere a tutte le figure professionali e non che ne fanno parte (dai curatori e collezionisti fino al pubblico e giornalisti). Anche il ‘Mondo dell’architettura’ avrà un suo ‘mercato-sistema’.
(10) Adelaide Regazzoni Caniggia,(a cura di), Gianfranco Caniggia 1933-1987, Venezia, 1997, p. 6.
(11) cfr. Progetto, p. 20.
(12) I prossimi due volumi dedicati all’edilizia specialistica dovevano trattare la complessa dialettica tra autoctonia e scambio areale.
(13) cfr. Progetto, p. 295.
(14) cfr. Progetto, p. 302.


 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DABIC Antonia 2007-10-16 n. 1 Ottobre 2007


 
Hortus

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hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

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