L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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L’asse di simmetria longitudinale, nell’ambito del programma di costruzione, modalizzava il fare del soggetto secondo la necessità (livello semio-narrativo) (41): il suo percorso nello spazio era prefissato dalla particolare disposizione assunta dai formanti figurativi. Il suo movimento all’interno dello spazio architettonico era orientato per mezzo della manipolazione dell’architetto, riconoscibile come “delegato” del Destinante-Aurangzeb. Questo asse, però, poteva essere trasformato in asse liturgico solo se il soggetto – Aurangzeb, l’architetto delegato, i fedeli oppure un turista qualsiasi – avesse inteso il percorso come l’obbedienza attiva a una prescrizione, come la complementarità di un voler-fare con un dover-fare, che invece presupponesse Dio come Destinante manipolatore.
Questa trasformazione di senso era stata resa possibile grazie a una doppia negazione. Per Aurangzeb, infatti, l’edificazione della porta Alamgiri corrispose ad affermare un non-qui e un non-io: la negazione della centralità del Forte nella propria esistenza e la conseguente negazione, in qualità di Imperatore, della sua condizione di signore supremo. Questo evento, per contraddizione, implicava fondare un altrove e un soggetto-altro: la costituzione di un simulacro, di uno spazio immaginario, nel quale l’oggetto di valore del programma di costruzione sarebbe apparso come “simbolo”, o più propriamente, avrebbe manifestato la valenza, il presentimento del valore, dell’Altro (42).
 
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Fig. 5 - Il portale della Moschea Badshahi
Tale operazione più che a un sapere, a una conoscenza, corrispondeva a un “turbamento” del soggetto cognitivo: egli “sentì” la necessità di dover-lasciarsi “sfuggire” il proprio oggetto. “Divenne” instabile e nella sua passione coinvolse l’oggetto rendendolo un soggetto con il quale entrare in comunicazione. “L’instabilità dei ruoli attanziali – dicono Greimas e Fontanille – di fatto rivela la dissociazione tra due universi semiotici: quello del discorso di accoglimento della passione e quello della passione stessa” (43) : “oggetto” del “volere” del soggetto del fare “struttivo” nel primo caso, il complesso monumentale (riportando la citazione nell’ambito del mio discorso) diventa “soggetto” che ri-modalizza il fare “struttivo”, dell’architetto e del suo mandante-Aurangzeb, come un dover-fare nel secondo caso.
Gli oggetti belli dell’architettura – disposti secondo la bellezza simmetrica propria dello spazio articolato dall’asse di simmetria longitudinale – si trasformavano, in questo senso, in oggetti attraenti, dotati di una propria soggettività. L’asse liturgico permetteva così di far scorgere nell’immediatezza delle forme architettoniche la presenza di una soggettività altra: costituiva in soggetto gli oggetti belli, “naturali” e “profani”, facendoli apparire come ciò che non erano, cioè come "la manifestazione di qualcosa di completamente diverso, di una realtà che non appartiene al nostro mondo” (44) che avrebbe dato loro il potere di attrazione, la capacità di tirare a sé. Gli oggetti belli, quindi, erano sentiti dall’uomo come creati da un Dio “artista” (musawwir) e la loro forza di richiamo a sé aveva per lui il significato della prescrizione a “risalire dalla bellezza del mondo all’unità divina”. La bellezza, “l’arte - avrebbe detto Titus Burckhardt - chiarifica(va) il mondo, aiuta(va) lo spirito a distaccarsi dalla moltitudine inquietante delle cose per risalire verso l’unità infinita” (45).
Lo spazio sacro diventava tale perché era il luogo della risalita, dell’attrazione verso l’alto: era il luogo nel quale l’uomo “pativa” l’emozione – lo stupore e la meraviglia – della presa estetica degli oggetti architettonici. Il sentimento del bello faceva provare al soggetto umano “l’incanto ‘esaltante e atroce’ di un’illuminazione profana. Incanto in tutti i significati (arresto e attrazione) e di tutti i sensi; infrazione della continuità quotidiana dell’esperienza; intravisione, nell’immanenza stessa del mondo (reale o fittizio) di un altro senso ” (46). L’opera monumentale, perciò, non era semplicemente “rappresentativa del mondo”, piuttosto era “efficace sul mondo e sull’uomo”: aveva la capacità di produrre una trasformazione cognitiva e passionale (47). Essa permetteva che “la passione si manifesta(sse) nella sua nudità, come la negazione del razionale e del cognitivo, e che il “sentire” deborda(sse) il “percepibile” (48) ”  per profilare l’orizzonte ontico nel quale il soggetto umano, perdendo le sue determinazioni, acquisiva la fiducia nella realtà di un soggetto Altro. Solo così lo spazio sacro diventava “simbolo” di Dio, dell’Altro invisibile, o meglio lo spazio in cui ne veniva posta semioticamente la realtà. In esso si stabiliva la relazione fiduciaria - l’accettazione di una auctoritas, di una teologia (49) -  grazie alla quale l’uomo, rinunciando alla propria centralità di soggetto, poneva le condizioni per la protensione di un soggetto Altro a cui affidare il “senso” della propria vita.
Porsi sull’asse liturgico e orientarsi seguendone il fuoco: in questo consisteva l’opera di moralizzazione dell’imperatore Aurangzeb; questa doveva essere la norma che avrebbe regolato “la comunicazione passionale all’interno della sua comunità”. La valorizzazione sacra dello spazio costituiva, in questo senso, una forma di moralizzazione: “segnalava l’inserzione di una configurazione passionale all’interno di uno spazio comunitario ” (50). Lo spazio, innervato dalla tensività forica (51), manifestava un’energia che chiamava a raccolta gli uomini di fronte a Dio (52), osservatore e giudicatore, e un’attrazione diretta ad operare la fusione tra il basso e l’alto, la terra e il cielo, il quadrato e il cerchio, la materia e lo spirito, la tenebre e la luce; rivolta, cioè, a dissolvere la dissociazione tra questi due universi stabilendone la correlazione semiotica. È sulla base di tale configurazione passionale che lo spazio sacro è definibile come un sistema semisimbolico: fondamentalmente esso potrebbe essere ricondotto alle categorie semantiche della centralità e dell’assialità (53), le quali formano gli elementi del piano dell’espressione che si accoppiano con gli elementi del piano del contenuto appena nominati.
A livello figurativo, poi, esse decidevano della scala umana dell’edificio religioso: esprimevano la “tensione spaziale” originata dallo sforzo di conciliare la funzione del raccoglimento dei fedeli intorno a un centro - al mihrab di una moschea o all’altare di una chiesa – con quella dell’espansione dell’assemblea nello spazio. Così il tappeto o la masjid era lo spazio figurativo della preghiera individuale, la jami era quello della preghiera assembleare del venerdì guidata dall’imam presso il minbar, la idgah era quello della preghiera di tutta la comunità cittadina in occasione delle grandi festività. E infine, il mondo in quanto spazio dell’haj - del pellegrinaggio verso la Mecca - si costituiva come il luogo del massimo raccoglimento ed espansione della nazione islamica.
 
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Fig. 6 - Il Baradari
 



 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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