L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Vittorio Gregotti

Contro la fine dell'architettura

Einaudi, Torino 2008, pp. 134, € 10.

Michele Costanzo


gregotti.jpgL’argomento preso in esame da Vittorio Gregotti in, Contro la fine dell’architettura, è quello della crisi in cui versa l’architettura e dell’urgenza di recuperare i propri obiettivi disciplinari e le proprie finalità sociali. Le cause che individua sono fondamentalmente tre, che analizza nei primi tre capitoli del libro.

La prima, riguarda un uso dogmatico della teoria e soprattutto l’eccesso della comunicazione che ha messo in crisi i caratteri della disciplina. L’impiego esorbitante dei suoi mezzi che ha creato una sovraesposizione dell’immagine architettonica, mettendo in secondo piano la sua identità e il suo fine. Tale processo di “liquefazione” è stato vissuto, in un primo tempo, come una sorta di liberazione che ha innescato un processo di estetizzazione generalizzato entro cui è andata smarrendosi la necessità e il senso del fare architettura. «Il nuovo diventa novità e abbandona ogni pretesa fondativa di costituzione di differenze. Tutto è sostanzialmente fermo pur nell’incessante turbinio delle proposte, fermo in un tempo che si pretende senza storia» (p. 9).
L’autore si sofferma sul contributo del pensiero teorico in campo architettonico, sul suo significato, sulla sua attualità e le sue aporie, una delle quali è «[...] il sospetto di rigidità e di astrazione che riduce forzatamente il nostro agire progettuale ai principi teorici in quanto modelli», mentre invece l’arte dovrebbe avere il compito di «[...] sottrarsi alla realtà empirica criticandola senza negarla, per costruire per mezzo della forma una metafora della realtà strutturale del presente e delle sue possibili alternative con cui confrontarsi» (p. 20).
Quello che sembra cruciale, nell’attuale incapacità a costruire delle distanze critiche da cui estrarre indicazioni alternative è l’attuale “avanguardismo consumistico” che ha cancellato buona parte dei valori critici delle avanguardie dei primi decenni dello scorso secolo e rovesciato il senso della loro “faticosa”, quanto “dolorosa rottura delle regole”; in questo modo, esse ora sono diventate la prima legge del “mercato dell’arte postsociale”.
La seconda concerne i problemi posti dall’interdisciplinarietà alla teoria e alla prassi architettonica. E questo, sulla base delle convinzioni di molti progettisti di successo dei nostri anni per i quali la fuoriuscita dal proprio campo di lavoro è una manifestazione dell’espansione della “creatività”, anche se questo avviene «nel vuoto di un nuovo senza necessità» (p. 56).
Questa interpretazione dell’interdisciplinarietà come superamento della distinzione tra cultura umanistica e scientifica, in realtà si è manifestata come una forma di soggezione, da parte delle arti, al pensiero scientifico. In effetti, il mondo delle tecnoscienze rappresenta una notevole attrazione per le arti, pur facendo appello ad obiettivi diversi, perseguiti con modalità dissimili da quelli della scienza. La conseguenza, osserva Gregotti, è «[...] una volontaria dissipazione dell’idea di sostanza dell’arte stessa, della coscienza della sua tradizione (coscienza indispensabile al suo stesso superamento) in cui ogni specificità delle pratiche artistiche o si trasforma in specializzazione estrema o diventa tessitrice dell’incessante trasformazione della superficie delle cose l’una nell’altra» (p. 57).
Anche l’architettura, nota l’autore, pur avendo obiettivi più empirici, anche se assolutamente precisi nelle regole del proprio fare, ha un’importante cultura di produzione, le cui modalità realizzative un tempo erano in grado di mettere in opera «[...] una edilizia corrente, prezioso tessuto di connessione di ogni sistema urbano, sviluppata nel rispetto di un comune senso civile.
Ciò che però sembra indispensabile evitare è che, tutto questo, passi attraverso la liquefazione della propria specificità disciplinare; evitare, cioé che si producano processi di affrettata deduzione dalle suggestioni offerte dai campi disciplinari altri
» (p. 71-72).
La terza, è data dal nuovo assetto del mondo del lavoro, la cui trasformazione, non senza una certa forzatura egli vede dipendente dall’assenza di un terreno metodologico comune tra gli architetti, dalla loro incapacità ad organizzarsi in gruppi fondati su base teorica: perseguendo, piuttosto, quella delle lobbies o della solidarietà telecomunicativa sulla base del fatto che il successo mediatico ha maggiore ascolto, interesse, attenzione rispetto ad una manifestazione di senso.
Un ulteriore cambiamento è dato dal rovesciamento dei valori per cui la cultura dell’architettura è di coloro che la eseguono e il processo di dispersione culturale è tale che l’unico valore che prevale è quello del rapporto costo, moda, efficienza.
Le qualità artigianali si sono fatte ormai rare e ciò che resta disponibile nell’edilizia sono i semilavorati che fanno capo a una tradizione di diversa provenienza. Tutto questo ha a che vedere con un cambio di ruolo del progetto, nel ciclo della produzione edilizia. L’architettura, in questo senso, si sta trasformando in un’organizzazione che concentra in sé un coacervo di differenti attività e l’architetto è solo uno specialista della forma all’interno di un team che produce il manufatto edilizio.
Per altro verso, bisogna registrare, altresì, il fatto che l’architettura sta diventando «una disciplina estetica del mercato del consenso» (p. 79).
Ma il fenomeno più importante e per certi versi più preoccupante perchè non è semplice misurarne le conseguenze, nota Gregotti, è quello della dilatazione del mercato a livello planetario che ha portato alla «[...] ideologia delle tecnoscienze e dei mercati finanziari, di produzione e di consumo» (p. 88); che è «[...] diffusa dal potentissimo strumento delle comunicazioni immateriali di massa nelle diverse forme, aspetti di un sistema in continuo, apparente mutamento pur senza trasformazioni strutturali» (p. 88).
Un ultimo aspetto da considerare, in questo quadro di trasformazioni del fare progettuale è quello rappresentato dall’azione esercitata dalle grandi real estate il cui monofunzionalismo immobiliare sta portando alla creazione di grandi ghetti sorvegliati, per ricchi e per poveri. Tale indirizzo ha come conseguenza la trasformazione della città e della sua tradizione di luogo di scambio e di cultura.
Di fronte a tutto questo, in architettura sono possibili solo due atteggiamenti: aderire alla condizione della globalizzazione, accettandone nel contempo l’aspetto ideologico che si riassume nell’adesione allo stato delle cose, oppure assumere una posizione critica nei confronti della realtà nella forma in cui viene a delinearsi.
Nel quarto capitolo conclusivo, Gregotti porta avanti una riflessione complessiva sullo stato delle cose dell’architettura e sulla necessità di ridefinizione dei suoi margini per un cambiamento che porti alla riaffermazione di alcuni dei suoi valori perduti. Per la sua salvezza dalla “liquefazione” indica, dunque, come strada, il recupero del suo aspetto identitario. Così, dopo aver preso in esame il quadro delle avvenute modificazioni dell’assetto sociale, produttivo e culturale con cui la disciplina progettuale è impegnata a confrontarsi, l’autore riafferma la necessità di ripensare tali confini, sia nel contesto dell’interdisciplinarietà, attraverso una pratica artistica dotata di senso proprio, che in quello della definizione dell’immagine architettonica che, aldilà della sua essenza dovrebbe tornare ad essere «[...] sostanza che produce interpretazione» (p. 121).

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
COSTANZO Michele 2009-02-17 n. 17 Febbraio 2009
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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