L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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La chiesa di St. Mark a Björkhagen, Stockholm

Sigurd Lewerentz

Maria De Propris

La figura professionale di Sigurd Lewerentz, è stata sempre considerata dalla critica “anomala”, “insolita”, “singolare”, “enigmatica”, “anarchica”.
Gli Smithson, nel loro notissimo saggio su Sigurd Lewerentz  (1989-1975), lo presentano come uno dei “silent architects”. E, in effetti, l’architetto svedese non ha mai fatto dichiarazioni sul suo lavoro, né scritto alcunché a tale proposito, ma con il termine silent, i due architetti inglesi intendono anche evocare la difficile decifrazione delle sue opere.
La sua formazione è stata dapprima quella di tecnologo (si diploma nel 1908 presso la Chalmers Tekniska Laroanstalt di Göteborg). Egli lavorerà nei primi anni in Germania presso gli studi di Bruno Möhring, Theodor Fischer e quello di Richard Riemerschmid. Durante questo periodo  studia l’opera di Heinrich Tessenow ed entra in contatto con l’esperienza del Werkbund. Del lungo viaggio in Italia rimangono una serie d’immagini fotografiche catturate da un occhio che non coglie le architetture nella loro flagrante unità, ma ne seleziona piuttosto dei frammenti, ora riguardanti materiali costruttivi, ora soluzioni compositive.
Ritornato in Svezia, dopo una breve e non felice esperienza presso la Stockholm's Academy of Art, fonda la Klara Skola, coinvolgendo un radicale ed indipendente gruppo di progettisti tra cui Gunnar Asplund, che di fatto apre la strada del rinnovamento dell’architettura moderna in Svezia: attraverso lo studio delle forme e i materiali tradizionali del paese -in collegamento con il movimento svedese arti e mestieri- quali basi di un processo “rifondativo” del metodo progettuale, in sintonia con i problemi ed i sentimenti di una nazione alla ricerca della proprie origini ed identità.
Alla formazione di tale indirizzo teorico/applicativo si deve una ricerca sperimentale, analitica, la cui coerenza si rivela, in più di mezzo secolo di attività professionale, nell’uso strumentale del dubbio sistematico.
E questo, si può chiaramente rileggere nel disegno di uno dei più suggestivi progetti di landscape del XX secolo, lo Stockholm's Woodland Cemetery, nella costruzione della più sofisticata opera del cosiddetto Nordic Classicism, The Chapel of the Resurrection, nelle realizzazioni del “white period” degli anni Trenta, nel loosiano edificio delle Assicurazioni Nazionali a Stoccolma e, alla fine della sua lunga esistenza, nelle due chiese di St. Mark a Björkhagen, Stockholm, e St. Peter a Klippan, realizzate fra il 1956 e il 1975 (anno della sua morte). Opere di svolta, di sofferta autocontestazione, d’inaspettata novità.

Il progetto per il complesso parrocchiale di St. Mark è frutto della vittoria di un concorso ad inviti bandito nel 1956.
Due edifici si dispongono ai due lati di una stretta corte aperta orientata lungo l’asse nord/sud, posta ai margini di un fitto bosco di betulle: da un lato un complesso volume ad L, caratterizzato da coperture fortemente asimmetriche, che comprende l’aula di culto, comunicante con la sala assembleare, la zona dei servizi parrocchiali, il club dei giovani; dall’altro lato, una costruzione lunga, stretta, ad un piano, che si conclude con una semplice volta a botte ribassata, occupata dagli uffici amministrativi ecclesiastici, che termina con il corpo cavo a due piani del campanile.


L’intera costruzione è realizzata, con gli scuri e vibranti mattoni di Helsingborg, liberamente disposti in una fitta, inusuale tessitura in cui i giunti hanno dimensioni orizzontali e verticali di malta, mescolata ad ardesia macinata, pari quasi a quelle dei mattoni stessi. Gli spessori mutano a seconda delle situazioni; e ciò è dovuto al fatto che nessun laterizio, per volontà dell’autore, deve essere tagliato. I dettagli, ad una visione ravvicinata, appaiono spesso rozzi, brutali, quasi semplici accumuli di malta; porte e finestre (in alcuni casi semplici lastre di vetro-camera prive d’infissi) poste in opera su netti tagli nei mattoni, con saldature molate dell’acciaio a vista. L’autore non insegue una precisione convenzionale, il risultato è quello di un’immagine di costruzione “fatta a mano”.
A prima vista sembra che i materiali e le tecniche siano “a vista” (ossia, il portato di un’espressione che vuole risultare in sé manifesta), ma a ben guardare nulla è dichiarato, molte cose sono nascoste, in particolare gran parte degli elementi strutturali.
L’edificio deve sembrare naturale e, seppure del tutto privo d’attributi vernacolari o sentimentali, deve avere un aspetto vissuto, proporre spazi “familiari”; e questo, non perché vuole apparire “rustico”, ma perché sta inventando una nuova lingua.
Pierluigi Nicolin a proposito di quest’ultimo periodo di ricerca di Lewerentz osserva «[…] inizia una sorta di percorso a ritroso, alla ricerca di una zona franca in cui nessuna delle contraddizioni sperimentate e sofferte abbia ancora avuto origine con una determinazione senza uguali per ardimento e consequenzialità nella coeva architettura mondiale»
Lewerentz accenna all’architettura persiana come fonte d’ispirazione (viene alla mente l’imponente mole, interamente realizzata in mattoni, della cittadella fortificata di Arg-é Ban) rivelando un  “intento transculturale”, (termine usato da Kenneth Frampton a proposito della ricerca di quegli stessi anni di Jørn Utzon): trovare “ispirazione” al di fuori del mondo eurocentrico e della sua tradizione formale, dai suoi modelli, dalle consuetudini normative e figurative, al fine di raggiungere un’ essenzialità che sia  base  di un nuovo modo di fare architettura e di un più diretto rapporto con la realtà.
Reyner Banham nel suo The New Brutalism. Ethic or Aesthetic (3), cita St. Mark come esempio di architettura brutalista, ma parla di un caso difficile da incasellare, “certamente il più enigmatico”  la definisce, nella sua genuina informalità, “other architecture”. Essa pone infinite questioni senza dare delle risposte.
Alcuni indizi per decifrare il “rebus” St. Mark, si possono dedurre dal motto che accompagna il progetto di concorso, Mellanspell, che assume diversi significati.
La sua traduzione letterale è intermezzo/interludio: brano musicale, strumentale o corale, che collega due atti o scene di un’opera musicale o teatrale. Per l’architetto, è la chiave di un programma, uno spartito attraverso cui esaltare i significati e il valore degli spazi tra le cose: gestire le pause, le sospensioni, gli intervalli, le interruzioni.
Il complesso parrocchiale, infatti, unitario all’apparenza per l’uso totalizzante del mattone che lo rende quasi un blocco di materia, si “interpone” tra diversi elementi: tra la linea ferroviaria e il bosco, tra il bosco e il centro abitato, attraverso un susseguirsi concitato e assai diversificato di pieni e di vuoti, di volumi compatti e di piani rotti e vibranti, di squarci ora bui ed impenetrabili ora riflettenti la natura circostante, di superfetazioni, ora potenti nella loro definita forma, ora leggere: semplici superfici a forma di “ombrelli” che ruotano per un improvviso colpo di vento.
Non aspira alla sintesi delle parti, ad un ordine superiore, ma vuole fare scattare una serie di contraddizioni per sollecitare una percezione dinamica. Il che significa attribuire allo spazio una funzione attiva che sia di stimolo e in grado di produrre una “simpatia estetica”. Quello che interessa, in definitiva, all’architetto è l’esperienza relativa alla percezione della realtà concreta delle cose, connessa al comportamento, individuale e sociale/relazionale, piuttosto che a questioni  funzionali o formali, in un chiaro spostamento di logica progettuale  in senso “antropologico” e al tempo stesso astorico.



Note
(1) Alison and Peter Smithson, Colin St. John Wilson and Hakon Ahlberg, Sigurd Lewerentz 1885-1975: The Dilemma of Classicism, Architectural Association, London 1989.
(2) Pierluigi Nicolin, Lewerentz-Klippan: prefazione, «Lotus» n. 93, 1997.
(3) Reyner Banham, The New Brutalism. Ethic or Aesthetic, The Architectural Press, London 1966.

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DE PROPRIS Maria 2009-02-12 n. 17 Febbraio 2009
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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