L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Intervista ad Alberto Iacovoni, socio fondatore del gruppo Ma0

ma0/emmeazero nasce nel 1996 a Roma come studio di architettura; nel corso degli anni il suo campo d'azione si è ampliato fino agli allestimenti, alle installazioni multimediali e ai siti web, nella convinzione che l'architettura sia un sapere di mezzo, etimologicamente un media, tra diverse discipline e geografie del territorio: dal muro fino all'interfaccia video lo studio porta avanti una riflessione sull'architettura come sistema di regole spaziali - playground - capace di produrre e modificarne le relazioni.

Domenico Tartaglia: Qual è la ricerca del vostro gruppo e in che maniera vi ponete rispetto all'architettura contemporanea?

Alberto Iacovoni: noi siamo una generazione che è uscita dall'università nel momento in cui era in atto un grande cambiamento nella cultura architettonica italiana e internazionale, nel senso che ci siamo formato nel periodo in cui permaneva ancora una tradizione legata agli anni '70 e '80, cioè di ricerca sul tessuto storico, sul rapporto tra tipologia edilizia e morfologia urbana, tutti temi su cui la produzione edilizia italiana era andata molto bene in Italia, però si inizia a comprendere che sembrava tuttavia un approccio insufficiente a comprendere le dinamiche urbane, insufficienza avvalorata anche dal nascente successo a livello internazionale di altri approcci verso la città e l'architettura con il risultato di assistere ad un crescente interesse verso progetti riguardanti le dinamiche e le problematiche annesse al tema della metropoli che in qualche modo perdono l'obbiettivo di riprodurre all'interno del progetto urbano e dell'architettura alcune dinamiche tipiche della città storica.

D: Nei suoi articoli e nel libro Game Zone viene sottolineata una volontà di distacco rispetto al passato per quanto riguarda l'approccio verso il progetto: questa è da intendere come negazione assoluta o come un nuovo modo di cercare e di risolvere alcune tematiche successivamente fallite?
A: C'è da dire che noi ci siamo formati comunque su grandi personaggi come Libera, Terragni, Gardella ed una serie di esperienze che sono molto belle e molto importanti ma di sicuro c'è anche la volontà di azzeramento in un certo senso, nella pratica, cioè una volontà di rifondazione in qualche modo della pratica progettuale e dei temi su cui verte un progetto. Quindi non vuole essere un rinnegare tutte queste esperienze, ed altre come il cosiddetto "neorealismo italiano" l'esperienza di Olivetti ad Ivrea e tanti altri che costituiscono un bagaglio straordinario, ma come se di tutto questo bagaglio, di tutta la produzione architettonica noi vogliamo prenderne quelle in cui c'è un tentativo di cogliere un rapporto tra progetto e valore sociale del progetto oltre che della forma, la quale invece era diventata in qualche modo come valore autonomo in sè, tradotto negli anni '70 e '80, in un chiudersi dell'architettura all'interno del proprio ambito disciplinare, invece siamo più interessati a tutti quegli esperimenti che hanno tentato di confrontare la forma dell'architettura e lo spazio costruito con le dinamiche del "sociale".

D: Cosa si intende allora per azzeramento quando parla di approccio verso un nuovo progetto?
A: quando dico azzeramento mi riferisco ad un modo simile a quello operato ad esempio nel design da Munari o Castiglioni, per il quale abbiamo anche lavorato, e che consiste nel ripartire da zero con l'intento di riscoprire in qualche modo quelli che sono i valori dell'oggetto in sè, un po' come il riferimento da me usato spesso che riguarda un libro Oliver Sacks intitolato L'uomo che scambiò la moglie per un cappello, cioè l'idea di questo personaggio che perde la capacità ricollegare le forme e gli oggetti in modo specifico ma riesce a riconoscerli soltanto nel momento in cui ne fa uso. In sostanza c'è una necessità di ritrovare le ragioni del linguaggio e della forma all'interno di un'analisi anche programmatica ma del sociale e relazionale del progetto.

D: Attraverso i vostri progetti, si intravede una certa analogia con l'approccio operato nell'architettura contemporanea olandese. Come giudica l'operato dei suoi colleghi europei?
A: Credo che gli olandesi abbiano grandi pregi, uno fra questi è la loro capacità di fare progetti incredibilmente semplici che si possono raccontare in maniera molto sintetica attraverso una comunicazione praticamente asciutta, operando semplificazioni incredibili sulla complessità del progetto e dell?architettura. Questa credo sia un'attitudine sicuramente interessante perchè riporta il progetto in un ambito di comunicazione, dato che le ragioni del progetto non sono più chiuse all'interno di un ambito disciplinare che comunica solo con se stesso, ma vengono in qualche modo resi disponibili a tutti gli attori, compresi i fruitori. Tutto ciò attraverso diagrammi molto semplici e che mi fanno pensare ad altri architetti come quelli danesi che però agiscono attraverso operazioni ancora più estreme, come fare loghi che siano allo stesso tempo progetti di architettura e viceversa. Anche nella loro esperienza vediamo comunque la volontà di semplificazione al fine di renderlo più comunicabile e comprensibile, e credo che questa sia un'attitudine molto interessante perchè son certo che la comunicazione è molto importante anche in architettura.

D: Ritiene importante la necessità di un'architettura che interagisca realmente con i fruitori offrendo comunicabilità e che sia facilmente comprensibile nelle sue dinamiche?

A: C'è sicuramente la necessità di tirar fuori l'architettura dal suo recinto dorato in cui dialoga solo con sè stessa, parlo anche di molte opere contemporanee, tipo quelle delle grandi "star" o tutte le opere pubblicate sulle maggiori riviste, fanno comunque parte anch'esse di un recinto dorato, fatto di pochi soggetti e per un mercato di altissima gamma tralasciando invece l'importanza di una produzione corrente della città residenziale e dell'edilizia comune, quindi credo che anche questo significhi uscire dal recinto. Questa urgenza di riportare l'architettura ad una relazione molto più concreta solleva la questione su come mettere in relazione il progetto con i suoi utenti, cioè quindi non solo dal punto di vista comunicativo ma anche dal punto di vista attivo: in che modo poi possa realmente funzionare, confrontandolo con quelle che sono le necessità reali ed i bisogni di chi fruisce di un progetto. Noi per esempio parliamo spesso di architettura ludica che, come sai, non vuole significare architettura che fa ridere o architettura per giocare ma da intendersi come un architettura che in qualche modo non sia immobile e chiusa all?interno di se stessa ma riesca ad interagire ed aprirsi ad un intervento esterno che è al di fuori.

D: Per quanto riguarda il progetto vinto al concorso Europan che riguarda la riqualificazione del distretto di Drancy (Parigi) come avete recepito il successo? E la conseguente disapprovazione da parte dell?amministrazione locale?

A: Credo che il problema sia questo, l'architettura è tradizionalmente e sostanzialmente uno strumento di controllo e di protezione, come ad esempio una delle prime esigenze e cioè la casa, creata originariamente per proteggersi dalle intemperie e dagli estranei, luogo per proteggere cose personali, luogo di separazione e contenimento e quindi in qualche modo è comunque un intervento nello spazio, che viene modificato in maniera più o meno permanente al fine di separare e dividere. Quindi in questo senso è anche immobile perchè deve separare e dividere quasi a creare mondi protetti. Si pone la doppia questione, da un lato di capire in che modo questo sistema di protezione e di segregazione può diventare un sistema di tutela e cioè separare e mettere in comunicazione, nel momento in cui ci si pone l'obbiettivo di fare in modo che questo controllo sullo spazio non si fermi al progetto ma faccia in modo nel tempo sia ulteriormente definito attraverso azioni concrete degli abitanti ecc. Si va incontro chiaramente a delle questioni scottanti e a volte anche politiche, soprattutto al giorno d'oggi che uno dei temi più discussi e appunto quello della sicurezza su cui purtroppo ci si trova a volte un po' controcorrente, anche se fortunatamente quello di Drancy era un concorso e all'interno di esso esistono comunque dei gradi di libertà che ci hanno permesso di vincere comunque considerando che le proposte derivavano direttamente dalla realtà, come la pratica delle logge, che in Italia è consueta in tutte le città oppure un grande spazio da destinare a più funzioni secondo le esigenze come lo sono effettivamente i grandi boulevards parigini. Il problema è da un lato il momento di forte reazione in cui invece di migliorare e di cercare di costruire delle soluzioni positive si cerca invece di creare degli spazi sempre più difensivi; è chiaro che diventa un po' un affronto di fronte alle ragioni della politica; dall'altro lato c'è anche un problema di comunicazione: se il progetto avesse potuto comunicare in un altro modo ed arrivare in maniera differente; credo comunque che la sostanza non sarebbe poi tanto cambiata perchè poi alla fine effettivamente nel progetto si lasciava una parte di controllo e scelta agli abitanti mentre l'amministrazione voleva invece un progetto che funzionasse come strumento di controllo sullo spazio. La nostra reazione quindi è stata una sorpresa ed è chiaro che ci si può rimanere anche male ma sorpresa anche nell'aver riscoperto la natura propria etica e politica del nostro fare anche se sapevamo che stavamo lavorando con un'immagine un po' troppo ottimistica nel tentare di ricomporre tessuti sociali.

D: Quali sono state le vostre riflessioni attraverso questa esperienza?
A: É chiaro che dopo quest'esperienza sorgono delle riflessioni che coinvolgono profondamente, secondo me, la professione dell'architetto, cioè il sapersi confrontare come architetto con il mercato, un raffrontarsi in pratica con la realtà dopo che si è discusso di tutte le possibilità ed i modi di risolvere varie problematiche attraverso un cliente ad esempio che ci dice di andare con una tendenza contraria a quella che si ha in mente a livello professionale. Ragionando su questo è chiaro che se fossimo in qualche modo come i Situazionisti diremmo al nostro cliente: "no senti io una cosa del genere non la faccio!" Credo che in ogni caso però ci sia un rapporto tra ricerca e pratica, teorie e professione, in cui deve essere presente sempre una verifica continua nel senso che non si può teorizzare senza stare con i piedi per terra; credo inoltre che come architetti siamo anche degli operatori culturali e come tali abbiamo la responsabilità di tentare di comunicare per quanto possibile dei valori che possono andare anche in direzione contraria a come sembra che vadano le cose, e credo questa sia importante come responsabilità.

D: In merito a questo mi viene in mente un progetto simile nell'intento e cioè quello della riqualificazione di p.zza Risorgimento a Bari, in cui l'interazione è ancor più evidente. Ci sono differenze di concezione nei due progetti?
A: Si, sai quel progetto è un perfetto compromesso nel senso che quando lo spieghi tutti lo capiscono per la sua semplicità e molti dicono: "geniale?". É un perfetto compromesso in quanto è un dispositivo che in qualche modo permette una forma di appropriazione, attraverso lo spostamento delle panchine, quindi di spostamento, dislocazione e adattamento di un'architettura nello spazio, legato alle proprie esigenze, dove banalmente stare al sole per parlare con gli amici ed altro facendo sè che allo stesso tempo tutta questa libertà non crei dei conflitti nelle regole create. Certo la panchina che gira è un oggetto molto più delicato di una invece cementata nel suolo ma ha il successo, ma si riesce comunque a stimolare in modo interessante uno spazio pubblico. Attraverso la libertà di poter spostare oggetti a proprio piacimento come quando ci si trova nella propria casa e si è liberi di spostare cose o la configurazione dell'arredo. Il progetto ha il ruolo di limitare alcuni problemi delle piazze, come dormire sulle panchine giocare a pallone e tutto ciò che è imprevedibile, credo che il nostro progetto lo faccia mettendoci appunto l'imprevedibile cercando però di non andare in conflitto con la necessità ragionevole di sicurezza e non conflittualità all'interno dello spazio pubblico, e sono consapevole che comunque si tratta di un progetto legato ad un oggetto e sicuramente quando si inizia a parlare di architettura il discorso si complica.

D: Quali sono i vostri progetti e lavori che state sviluppando in questo periodo?
A: In questo periodo abbiamo fatto due progetti di concorso per due musei uno a Berna ed un altro in Cina, in cui ad esempio il tema della panchina portato sulla parete, cioè del muro girevole, ripetuto all'infinito, diventa un sistema per modificare lo spazio interno, aprendo e chiudendo la parete come una pelle. Tutto ciò utilizzando i mezzi archetipici dell'architettura come una finestra o una porta che ripetuti all'infinito rendono una parete che delinea uno spazio eppure un'apertura, uno spazio quindi mutevole.

D: Quindi un'interazione molto pratica come quella utilizzata dai Situazionisti citati in Game Zone ad esempio?
A: Sì, perchè per esempio se prendiamo progetti come "New Babylon" di Constant, dove ci sono molti labirinti ma anche molti elementi di porte girevoli. Chiaramente è un tema, ma vorrei tornare all'esempio legato alla tradizione degli elementi architettonici, per me sono molto importanti e in un certo senso ordinati anche quando si tratta di un muro fatto interamente di porte, per dire quindi in realtà è molto importante il tema della semplicità. Questo perchè crediamo sia ancora un valore etico pensare all?architettura e al suo linguaggio in relazione a quello che si produce, scegliendo le soluzioni più semplici, senza dover necessariamente innestare tecnologie ipercostose, questo perchè ci proponiamo di fare uscire questo tipo di architettura dal confine legato agli esempi famosi che vediamo nelle riviste, legata quindi ad una produzione corrente. E su questo argomento esistono molte esperienze del passato molto interessanti.

D: Sarebbe difficile dirmi quali sono gli architetti o comunque personaggi della cultura che nel loro lavoro ti hanno stimolato e indotto ad un modo tuo di concepire architettura?
A: É molto difficile perchè come ti dicevo prima siamo usciti dall'università in un periodo di transizione, quindi se ci deve essere un mondo di riferimento non ci può essere solo un architetto o meglio quindi varie esperienze di architetti, per esempio recentemente ho studiato, come molti d'altronde, architetture legate al Team X, De Carlo, Bakema, Smithson, anche se comunque credo bisogna studiarli sempre in maniera critica, riguardo a temi di spazi collettivi in luoghi dove però si sono rivelati un fallimento con gravi conseguenze sociali. Quindi un'esperienza ha a volte i suoi lati positivi e negativi, per cui risulta difficile trovare un'unica figura in cui ritrovarsi, potrei dirti da alcune cose di Libera ed altri già citati prima.

D: E di architetti contemporanei?
A: Di architetti contemporanei mi piacciono molto ad esempio Anne Lacaton e Jean Philippe Vassal, degli architetti molto bravi che riescono a fare un discorso abbastanza radicale riuscendo ad utilizzare materiali e linguaggi molto semplici anche banali. Mi piacciono molto anche le esperienze degli NL per la loro componente ludica di sicuro molto interessante. Mi piace molto anche Jean Nouvel perchè credo sia uno degli architetti che in qualche modo riesce sempre ad interpretare la contemporaneità ed il contesto culturale e fisico in maniera incredibile, fondendolo in qualcosa di veramente nuovo avendo una grandissima attenzione al contesto che per me è molto importante e spesso è stata utilizzata in maniera solo tecnica.

Roma, studio Ma0, settembre 2007


 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
TARTAGLIA Domenico
2009-01-20 n. 16 Gennaio 2009


 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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