L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Bernard Tschumi. Factory 798 a Beijing

Michele Costanzo

Da molto tempo ormai Beijing ha messo da parte il suo carattere di città storica per assumere quello di megalopoli in tumultuoso sviluppo per cui ovunque si trovano grattaceli in costruzione e il nebbioso skyline è costantemente popolato di alte gru metalliche.
La Factory 798 è una vasta area rettangolare a nord-est della città dove si concentrano attività culturali e commerciali, oltre a comprendere un insieme di piccole residenze occupate da operatori visuali; essa è divenuta lo spazio in cui si concentra l’avanguardia artistica della capitale cinese. Tra le sue tortuose strade si possono incontrare librerie, ristoranti, bar discoteche e quant’altro.
L’area, altrimenti denominata Dashanzi Art District, deve il suo interesse e la frequentazione da parte di un pubblico internazionale al fatto che nella città più rappresentativa della Cina, situata nel cuore dell’impero e della propaganda politica, gli spazi ufficiali concedono visibilità solo al passato e alla tradizione, mentre nel resto delle grandi metropoli cinesi non è raro trovare musei pubblici, gallerie private, istituzioni e fondazioni dedicate all’arte contemporanea.
La Factory 798, nasce negli anni Cinquanta come zona industriale, progettata da alcuni ingegneri della Germania Est e costruita sul modello architettonico tardo-Bauhaus, per installare la produzione di componenti per l’elettronica. Abbandonata l’area negli anni Ottanta-Novanta, all’inizio del nuovo millennio sarà riscoperta e riutilizzata dagli artisti, per la centralità della sua posizione e per il basso prezzo degli affitti.
Le strutture fatiscenti saranno in parte demolite o modificate dagli abitanti, adattando l’ambiente ex industriale alle loro necessità e trasformandolo in una sorta di “village”. Tale spazio, per il modello di vita che propone può considerarsi, l’epitome del passato, del presente e del futuro della Nuova Cina.
Nonostante sia stato istituito nel centro un annuale festival d’arte per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale, nonché il governo, circa l’importanza del mantenimento di un distretto culturale vitale, su di esso incombe la minaccia, come una spada sospesa, di un progetto di trasformazione dell’area in un centro commerciale.

La proposta di Bernard Tschumi, eseguita su sollecitazione di galleristi e artisti residenti e operanti nell’area della Factory 798 (2003-) e presentato alla Biennale di Architettura di Venezia del 2004, si pone in una condizione di ideale sospensione tra il filone utopico e quello dell’alta tecnologia, perché ciò che lo percorre è un forte afflato etico, rivolto alla salvaguardia di certe manifestazioni di libertà che la logica generalizzata del profitto tende irrimediabilmente a soffocare. Offrire, in questo modo, una strada alternativa per evitare la demolizione della Factory 789, attraverso l’ipotesi di una struttura a sviluppo orizzontale sollevata rispetto al “village”, in grado di consentire uno sviluppo realizzativo di 1 milione di metri quadrati, vuol dire, anche, diffondere la coscienza della necessità di preservare altre realtà con una loro specifica peculiarità, variamente distribuite nel paese, nella loro unità/identità.
L'idea su cui si basa il progetto tschumiano, analogamente a quanto emerso con il progetto di Le Fresnoy, punta all’acquisizione del valore del confronto tra vecchio e nuovo. Dall’esperienza del progetto a Tourcoing egli estrarrà l’idea dell’in-between, riproposto poi in numerosi progetti successivi: uno spazio in sé “anomalo”, ma capace di offrire, incentivare positivi sviluppi in senso relazionale. Anche in questo caso, attraverso la superimposition di una nuova struttura sulle costruzioni esistenti, egli vede la realizzazione di una forma di in-between: «Il progetto presenta una variante della strategia dell’in-between: spazi tra il vecchio e il nuovo, tra il sotto e il sopra, tra l’est e l’ovest» (1).
Ma, in termini più generali, come già detto, è soprattutto un modo per contrastare la demolizione di massa dell’esistente come avviene attualmente in Cina. «All’inizio del XXI secolo», scrive Tschumi, «la Cina è testimone di uno dei più rapidi sviluppi di qualsiasi civiltà nella storia. Disponendo di straordinarie risorse ha simultaneamente generato la sostanziale distruzione delle tradizionali città cinesi con i loro vicoli hutong composti di basse case, pressoché rimpiazzate in maniera improvvisa da alti blocchi residenziali; il prezzo di tutto questo è stato la sparizione dello spazio pubblico e della vita comunitaria.
Numerosi architetti occidentali, entusiasti di partecipare al nuovo boom edilizio, hanno offerto il loro aiuto alla pianificazione di tale sviluppo, ignari delle conseguenze sociali del nuovo cityscape. Il progetto della Factory 798 nella capitale della Cina ha offerto, dunque, la prima opportunità di esplorare delle strategie alternative» (2).
La struttura elaborata da Tschumi che si sovrappone ai vecchi edifici, corrisponde ad un quartiere ad alta densità, una città orizzontale che si libra 25 metri sopra il livello del terreno sottostante. Il suo disegno riprende lo schema del lattice, che è un pattern di strutture rettilinee che si incrociano, lasciando ampi spazi vuoti al fine di evitare di sottrarre l’illuminazione naturale e il necessario soleggiamento alle costruzioni sottostanti.
A proposito del disegno del lattice, nota Tschumi, esso è un «[...] noto motivo decorativo impiegato nell’architettura cinese classica. Tuttavia, è un importante concetto utilizzato nel campo della fisica, della matematica, della crittografia e militare. Definito come un insieme di oggetti parzialmente ordinati, il lattice è un sistema simultaneamente ordinato e flessibile». Tschumi trae da questo, sia un suggerimento per il disegno della griglia strutturale (con le sue innumerevoli varianti), che il requisito di usufruire di appoggi a terra in punti che non interferiscono con le costruzioni esistenti.
Un secondo riferimento del progetto è quello riguardante le neo-avanguardie degli anni Cinquanta-Sessanta da cui, peraltro, Tschumi prenderà l’avvio nell’elaborazione del suo pensiero teorico (3) e a cui, costantemente, si rivolgerà nel corso della sua carriera di progettista.
Nel caso del presente progetto un riferimento lontano è quello rivolto alle esperienze megastrutturali che vanno dall’Urbanisme spatial a L’architecture mobile, entrambe, pur nella diversità degli esiti progettuali, con una impostazione di fondo basata sulla transitorietà degli spazi come specchio di una società in continua evoluzione.


La Factory 798, in effetti, manifesta una maggiore assonanza con la Ville spatiale (1958-1959) di Yona Friedman, autore del manifesto L’architecture mobile, basato sui seguenti principi: a) le strutture spaziali devono ancorarsi al suolo occupando la minima superficie possibile; b) devono essere smontabili per essere spostate; c) essere trasformate a discrezione dell’utente. Tra le proposte più interessanti di architetture mobili, realizzate da Friedman attraverso suggestivi disegni e modelli sono le “superstrutture” che coprono parti di città come Parigi o Venezia.

Il progetto di Tschumi, rispetto a tali elaborazioni, se si esclude il concetto comune di superimposition, in conclusione, segue principi e logiche diverse. Si tratta di una struttura in sé ipertecnologica che punta alla sperimentazione di un nuovo modo di abitare e, nel contempo, a regolare la crescita della città, senza rinunciare al sottile fascino dell’utopia.

 

Disegni gentilmente forniti da Bernard Tschumi


Note
(1) Bernard Tschumi, Event Cities 3, The MIT Press, Cambridge Mass., 2004, p. 588
(2) Ibidem, p. 587.
(3) Il pensiero teorico di Bernard Tschumi, si manifesta attraverso progetti e scritti, tra cui i principali sono, Manhattan Transcripts (1978), in cui l’autore individua tre livelli di realtà simultaneamente presenti: lo spazio, l’evento, il movimento, per cui l'esperienza architettonica viene a determinarsi nella stretta relazione tra tali tre livelli; e, Architecture and Disjunction (1998) dove, diversamente, prende in esame il disagio, il discomfort, l’imperfezione, per misurare la capacità dell’architettura di produrre figure e modificare la città, operando all’interno di una realtà che è in sé contraddittoria.
Nella serie di tre volumi (pubblicati rispettivamente nel: 1998, 2000, 2004) intitolata Event-Cities, l’architetto raccoglie l’insieme delle proposte e delle opere realizzate, declinando le modalità in cui la fondamentale interrelazione tra teoria e progetto si traduce, dal punto di vista materiale, in organismo architettonico. In particolare, nel volume Event-Cities 3, la terna Space, Event, Movement, si trasforma in Concept, Context, Content. Tale modifica, come l’autore afferma, è da considerarsi un’espansione della precedente triade con l’aggiunta dell’inevitabile complessità che la realtà impone.

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
COSTANZO Michele 2008-12-18 n. 15 Dicembre 2008
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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