L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Shigeru Ban. Nomadic Museum

Michele Costanzo

Il progetto di Shigeru Ban per il Nomadic Museum, è un importante esempio di “architettura in movimento”, basata sull’impiego del container che, in senso concettuale e reale, rappresenta l’idea della provvisorietà dell’oggetto e dell’intrinseca impossibilità del suo radicamento al luogo.
La struttura espositiva, dunque, consiste in un assemblaggio di containers e di altri materiali che concorrono a definirla nella sua essenza iconica. Essa, è stata studiata per ospitare al suo interno la mostra fotografica itinerante, intitolata Ashes and Snow, del fotografo-artista Gregory Colbert. A seguito di ciò, la condizione di base nella configurazione dell’oggetto è stata quella dell’adattabilità alle diverse situazioni ambientali dei siti di volta in volta scelti.
I materiali della mostra consistono in circa 200 fotografie di grande formato e un film della durata di un’ora, che sviluppano il tema del magico rapporto tra l’animale e l’uomo.
Il titolo Ashes and Snow intende ad evocare il senso della bellezza e del rinnovamento e le immagini fotografiche, come il film sviluppano un tenue tema narrativo rappresentato da un immaginario resoconto di un uomo che nel corso di un lungo viaggio scrive alla moglie 365 lettere. Lo spunto del titolo proviene dall’ultima lettera scritta. Le foto e il film di Colbert, dunque, fanno riferimento agli incontri del viaggiatore e alle esperienze descritte nelle lettere.
Ashes and Snow è frutto di una ricerca decennale dell’artista canadese in paesi quali: India, Burma, Sri Lanka, Tailandia, Egitto, Azzorre, Isole di Dominica e di Tonga. Ogni foto, afferma Colbert, in un certo senso può considerarsi il compimento di un miracolo: “Ciò è avvenuto quando tutti abbiamo avuto l’umiltà di lasciare che si manifestasse, che la natura, gli animali guidassero il nostro lavoro”.
Le immagini viste nel loro succedersi manifestano una forte attenzione estetica e si presentano come una danza, fatta di gesti scaturiti dall’accostamento dell’uomo con animali, quali: capodogli e lamantini, elefanti e gru, falchi ed aquile. Alle foto fa quasi da controcanto il film, che narra dell’inusitato contatto di esseri viventi che hanno perduto, ormai, la capacità di comunicare con il mondo naturale.
L’intento dell’artista, attraverso la sua “nomadica” esposizione, è quello di mettere in dubbio la lacerante dicotomia che, nel corso dei millenni, ha cristallizzato il rapporto di dominio dell’uomo sull’animale.


L’idea di Ashes and Snow nasce nel 1999, ma la sua prima presentazione al pubblico in una mostra avviene a Venezia nel 2002, negli spazi dell’Arsenale (1).


La profonda suggestione esercitata su Colbert della storica struttura veneziana (realizzata nel 1104 per costruire navi) e il successo di pubblico della manifestazione, renderanno l’Arsenale agli occhi di Colbert lo scenario ideale per esporre in altre città le sue immagini.
Tale struttura, dunque, ispirerà l’idea d’impianto spaziale che contraddistinguerà le installazioni successive a New York nel 2005, a Santa Monica nel 2006, a Tokyo nel 2007.
In questo modo, con la collaborazione di Ban, sarà concepita una mostra itinerante
da realizzarsi con materiali leggeri e con una struttura che possa essere assemblata per poter facilmente essere trasportata in giro per il mondo. I containers necessari per tale operazione sono 8, gli altri 144 che servono per costruire l’intero ambiente espositivo, vengono affittati sul posto.
Tale programma che comporta un forte impegno nell’uso di materiali alternativi di genere ecocompatibile, trova in Ban una corrispondenza in senso ideale e reale. A partire dalla metà degli anni Novanta, infatti, l’architetto giapponese persegue con tenacia e passione questa linea etica/tecnologica, avendo assunto la consapevolezza della responsabilità sociale dell’architetto in rapporto alla crisi ecologica verso cui l’umanità sta andando incontro (in forma più o meno consapevole)
In numerosi suoi progetti, dunque, Ban inizia ad usare la carta piuttosto che il legno: conscio della capacità di resistenza di tale materiale; e comincia ad impiegare tubi, sempre di tale materiale, anche in edifici convenzionali. Nelle sue opere, come afferma in un’intervista, la casa tradizionale giapponese fatta di bamboo ritorna ad essere una struttura domestica accettata e vissuta, ma trasformata per la presenza dei tubi di cartone. Ban sperimenterà diversi tipi di edifici e di installazioni impiegando come materiale primario la carta, includendo anche, in questo programma, le unità abitative, economiche e durevoli, realizzate per le vittime del terremoto di Kobe, in Giappone, nel 1995.

Nomadic Museum a New York, 2005

La struttura progettata da Shigeru Ban con Dean Maltz a New York, per ospitare la mostra Ashes and Snow di Colbert si trova nello storico Pier 54 che è lungo 205 metri e largo 18 metri. L’idea è quella di ricreare la spazialità dell’Arsenale veneziano, impiegando dei containers per costruire parte dell’involucro che evocano il viaggio e, nel contempo, sono i contenitori per il trasferimento delle opere dell’artista.
I muri sono montati a scacchiera; nei vuoti tra un container e l’altro è inserito un tessuto teso posizionato diagonalmente. La struttura che sorregge il tetto è costituita da tubi di carta di 30,5 centimetri di diametro, ancorati a colonne verticali, anch’esse di carta del diametro di 76 centimetri. I due tipi di tubo sono di carta riciclata e sono rivestiti di una membrana impermeabile; inoltre, sono realizzati a settori per essere trasportati tramite i containers.  
La lunga galleria scandita da colonne e coperta da un semplice tetto a doppia falda, evoca la rarefatta atmosfera di uno spazio ecclesiale, seppure in una chiave astratta e decontestualizzata. Il lungo corridoio centrale, composto di una passerella di legno riciclato larga 3,6 metri, porta alla sala di proiezione che si trova in fondo e proietta a ciclo continuo il film di Colbert. A metà del percorso si trova un’esposizione di libri ed una cinepresa proietta sulle pareti il contenuto delle pagine sfogliate. Il pavimento delle due campate ai lati del camminamento centrale, contrappuntato dalla sequenza delle alte colonne, è coperto da pietre di fiume; in tali spazi sono esposte le opere, sospese da sottili cavi. Lo spazio, come ultimo raffinato tocco, è diviso da tende semitrasparenti, realizzate con bustine di tè pressate, provenienti dallo Sri Lanka. E’ stato progettato con la collaborazione di Dean Maltz. L'incarico del progetto degli interni (com’era avvenuto per l’Arsenale) è dell'arch. Ombra Bruno.

Nomadic Museum a Santa Monica 2006

Anche il Nomadic Museum di Santa Monica è composto quasi esclusivamente di elementi riciclati.
Date le caratteristiche dimensionali del sito scelto, un posteggio vicino al Pier Santa Monica, non sarà possibile costruire una struttura lineare continua, così, pur mantenendo gran parte delle caratteristiche dell’installazione precedente sarà necessario dividerla in due tronconi. Gli originali 200 metri saranno divisi in due gallerie da 100 metri poste in parallelo, ma distanziate tra loro per far posto, nello spazio centrale, alla piccola sala di proiezione e al museum shop, coperti da un tetto costituito da una leggera e resistente membrana.
Essendo il terreno vicino al mare, e quindi sabbioso, per il montaggio delle pareti di containers, si renderà necessario creare una base d’appoggio, studiata da Ove Arup & Partners che per una rapida messa in opera del rinforzo dell’ancoraggio a terra dei containers, proporranno un sistema basato su una serie di pali in alluminio di 200 millimetri di diametro, collegati da ricorsi orizzontali che affondano nella sabbia per 9 metri. Collaborano a tale progetto Gensler & Partners e John Picard come project manager.

Nomadic Museum a Tokyo 2007

Il Nomadic Museum trasportato a Tokyo nella primavera del 2007, ha lo stesso impianto di quello a Santa Monica. L’edificio si compone di due gallerie con al centro il teatro; come i precedenti spazi espositivi è stato progettato con la collaborazione di Gregory Colbert.

Nomadic Museum Mexico City del 2008

Il più recente Nomadic Museum in Zócalo, a Mexico City è stato la più grande struttura in bamboo mai creata, progettata da Simòn Vélez in collaborazione con Colbert la struttura occupa 5130 mq, contiene due gallerie e tre teatri distinti. L’installazione, per la prima volta non è a base di containers, ma in bamboo. Il progetto inoltre incorpora l’acqua come un elemento simbolico per ricordare la storia di Mexico City che era attraversata da canali. Questa scelta architettonica onora il significato di Zócalo come il centro dello storico Mexico Tenochtitlán, una città fondata dagli Aztecs in una piccola isola nel lago Texcoco nel 1325.



Il Nomadic Museum e gli stessi materiali che compongono Ashes and Snow, sono in evoluzione, ossia disponibili alla trasformazione; e questo, per adattare l’evento al contesto fino a modificare gli stessi contenuti della mostra. Colbert continua a collaborare con architetti innovativi per integrare le più recenti scoperte dell’architettura sostenibile e dare nuovo significato al museo nel suo viaggio.
E’ previsto per il 2009 un Nomadic Museum in Brasile.

Note
(1) L'allestimento della mostra Ashes and Snow del fotografo canadese Gregory Colbert, negli spazi dell'Arsenale di Venezia, nell'aprile del 2002, è realizzato da Ombra Bruno.

Il materiale fotografico è stato gentilmente concesso dallo studio Shigeru Ban Architects & Associates.

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
COSTANZO Michele 2008-11-03 n. 14 Novembre 2008
 
Hortus

Lo spessore della città

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

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Valle Giulia Flickr

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