L'editoriale di (h)ortus


fave.jpg
Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
Continua...

PDF

Snøhetta. L’Opera House di Oslo

Michele Costanzo

La nuova Opera House di Oslo (2000-2008) realizzata da Snøhetta è una costruzione di notevole interesse per la singolarità dell’obiettivo che si pone, che è quello di cercare un punto d’interconnessione tra l’identità formale del progetto e quella del paesaggio, della natura, del luogo; anche se questo porta, in senso percettivo, a non consentire di stabilire immediatamente un rapporto empatico con la figura architettonica, in quanto non risulta immediatamente identificabile o assimilabile il percorso concettuale che ha portato alla sua configurazione. Questo, in sé non produce un arresto della volontà di avvicinamento alla sua immagine, ma piuttosto un faticoso percorso analitico/riflessivo che genera, nella fase conclusiva, un senso di una riconquista, a livello del tutto mentale (se non sentimentale), dell’essenza figurativa dell’imponente costruzione.
L’edificio, aldilà della premessa, testimonia della vivacità e della complessità creativa dell’architettura contemporanea norvegese e conferma, altresì, l’interesse internazionale suscitato da alcune recenti opere del dinamico e composito gruppo di architetti che si raccolgono sotto la sigla Snøhetta, a partire dalla Biblioteca di Alessandria d’Egitto, ed altri realizzati o in via di realizzazione, a Londra (Turner Contemporary Museum), a Berlino (Ambasciata di Norvegia), a New York (National September 11th Memorial Museum Pavilion/cultural Complex at World Trade Center).


La linea progettuale che contraddistingue lo studio (1), il cui obiettivo, come si è accennato, è quello di raggiungere un punto di fusione tra architettura e landscape, si riflette nel nome scelto, Snøhetta, che corrisponde a quello del picco più alto del gruppo montuoso norvegese Dovre (2). E, infatti, in ogni lavoro, l’ambiente fisico in cui è destinato a prendere forma e consistenza il progetto, diventa il punto di partenza del processo ideativo. Lungo tale percorso mentale e creativo s’innestano diversi interessi transdisciplinari che contraddistinguono la fisionomia di Snøhetta e che vanno, dalla particolare cura che dedica agli spazi interni, all’attenzione nei confronti dei dettagli tecnici, all’interesse per l’apporto di alcune valenze estetiche che si concretizza nella stretta collaborazione con numerosi artisti.

L’Opera House, realizzata per ospitare anche spettacoli di balletto e concerti, sorge sull’area ex portuale della penisola di Bjøzvika, destinata a trasformarsi, per la vicinanza al centro della città, in quartiere residenziale-commerciale. La nuova struttura culturale è vista, dunque, come un elemento generatore del nuovo sviluppo urbano dell’area che, nel prossimo futuro avrà una sua definitiva sistemazione. Sarà eliminata la presenza disturbante del traffico veicolare con la realizzazione di un tunnel che passerà sotto il fiordo e sarà creata attorno al Teatro dell’Opera una zona verde per mantenere un distacco dalle previste costruzioni.
La posizione della Oslo Opera House a diretto contatto con l’acqua e l’aspirazione a diventare il landmark della capitale norvegese l’avvicina alla Sydney Opera House di Jorn Utzon che, inoltre, è anch’essa provvista di un ampio spazio con funzione di piazza a disposizione pubblico articolato su più livelli e spettacolarmente rivolto verso la bàia (3).
La proposta di Snøhetta è risultata vincitrice di un concorso internazionale, bandito nel 1998 dal Ministry of Church and Cultural Affairs, a cui hanno partecipato 240 concorrenti; il giudizio della giuria e stato: «[...] unica risposta ad una complessa interazione tra struttura ed acqua».
Tra le richieste del bando due sono state quelle che maggiormente hanno influenzato e stimolato l’approccio creativo degli architetti al tema: l’alta qualità dell’edificio e la sua monumentalità. Snøhetta ha interpretato il senso della richiesta di monumentalità, attraverso la proposta di una struttura culturale e un luogo per la collettività, espressione dell’idea di un comune possesso e di un ambiente aperto e senza barriere. «Per esprimere architettonicamente una monumentalità basata su tali concetti», afferma Ole Gustavsen, «abbiamo cercato di realizzare un’opera accessibile nel senso più esteso della parola, disponendo un tappeto in posizione orizzontale e inclinata sulla copertura dell’edificio. A tale volume è stata data una forma articolata, che nasce dal modo in cui è possibile osservare la città e il mare. La monumentalità è stata, altresì, raggiunta attraverso un’estensione orizzontale e non verticale. La base concettuale del progetto è la combinazione di tre elementi: il tappeto, la fabbrica, il muro a onda» (4).  
Il tappeto, è l’icona del progetto: un piano bianco di marmo di Carrara che sale avvolgendo lo spazio interno dell’Opera House e scende nelle acque del fiordo, diventando banchisa. Esso  crea all’esterno un tetto accessibile, un piano fruibile come un’area pubblica. Le lastre di marmo hanno delle leggere incisioni, dei tagli e degli elementi a rilievo, utilizzati come seduta; tale insieme, compreso il disegno delle lastre e il trattamento della loro superficie sono opera di Kristian Blystad, Kalle Grude e Jorunn Sannes.

La fabbrica, corrisponde al settore amministrativo-produttivo del teatro; al suo interno si trovano gli uffici, i laboratori, i magazzini e gli spazi per la costruzione delle scene. L’area è distinta dal resto dell’organismo da un corridoio denominato “opera street”. Il volume esternamente è rivestito con pannelli modulari di alluminio le cui superfici sono trattate secondo otto diversi tipi di textures, caratterizzati da elementi sferici a rilievo di diverse dimensioni, realizzati su progetto degli artisti Astrid Løvaas e Kristen Wagle.

Il muro a onda, è una lunga parete dal disegno sinusoidale, rivestita in legno di quercia bianca americana che, all’interno dell’organismo, divide lo spazio pubblico del foyer da quello dei tre auditori: uno per 1370 spettatori, uno per 400 ed una sala prove per 150. Il significato del muro a onda ha un suo valore simbolico: una linea di demarcazione ideale tra il mare e la terra.

Inoltre, il rivestimento luminoso dei quatto volumi che sostengono la copertura del foyer e contengono nel loro interno i servizi igienici, è progettato da Olafur Eliasson.
Infine, è da segnalare l’intervento artistico di Pae White autrice del sipario dell’auditorium.

L’impianto ideativo del progetto si presenta in modo estremamente invitante nella sua ricercata semplicità e la sua spazialità risulta percorsa da una sottile energia pervasiva che attrae il visitatore in maniera inconscia, inducendo i viaggiatori del sud europeo a stabilire curiosi e indebiti accostamenti con architetture mediterranee, soprattutto per il modo fantasioso, spontaneo, informale di utilizzare il piano inclinato dove si passeggia, si sosta e ci si sdraia al sole (quando c’è). Tuttavia, l’immagine architettonica per la sua “anomalia formale”, ossia quella di tendere a rappresentare una figura (una sorta di iceberg) che discende dalla natura e, quindi, di voler negare il carattere, in senso iconico, di edificio urbano, a seguito della sua posizione strettamente connessa al tessuto cittadino, rischia di cadere in contraddizione, risultando un oggetto irrisolto o non chiaramente definito. L’ingresso al teatro, la torre di cristallo che illumina il foyer, appaino come dei tagli, delle perforazioni del piano-piazza. «Lavorare con il modello è stato un fatto decisivo», ricorda, ancora, Gustavsen, «la struttura è diventata un paesaggio e il paesaggio è diventato la struttura. Mentre tagliavamo e incollavamo per realizzare i modelli di cartone, formavamo l’edificio e l’intorno» (5).
Tale modo di procedere nella definizione della forma è definito da Snøhetta come una ricerca progettuale di tipo “narrativo”, nel senso che sono per prima cosa i materiali a dare forma ai diversi e definiti ambiti spaziali che compongono la costruzione. Ed è l’insieme di tali materiali che producono l’articolazione espressiva dell’architettura, attraverso i dettagli e la precisione della loro esecuzione; come pure con il loro specifico colore, il disegno e la diversa capacità di assorbire il calore.

Note

(1) Lo studio Snøhetta, fondato nel 1987, si occupa di architettura, paesaggio, interni. Ha due sedi, una ad Oslo e l’altra a New York e due titolari, Kjetil Trædal Thorsen e Craig Dykers, quattro associati Robert Greenwood, Ole Gustavsen, Tarald Lundeval, Jenny Osuldsen e, infine, ottanta collaboratori che seguono progetti, in Asia, Europa, America.
(2) Il primo studio di Snøhetta si trovava sopra una birreria denominata “Dovrehallen” e Dovre è il nome del gruppo montuoso la cui vetta più alta si chiama Snøhetta: da cui il nome dello studio.
(3) Da una sintesi, tradotta in inglese, di un’intervista televisiva per un canale norvegese.
(4) Ivi.

Snøhetta. L’Opera House di Oslo

Progetto Snøhetta AS
Localizzazione Bjørvika Oslo, Norvegia
Committente Ministry of Church and Cultural Affairs
Collaboratori progetto Craig Dykers, Tarald Lundevall, Kjetil Trædal Thorsen
Collaboratori esecutivi Martin Dietrichson, Ibrahim El Hayawan, Chandani Ratnawira, Harriet Rikheim, Marianne Sætre
Strutture Reinertsen Engineering ANS
Impianto elettrico Ingeniør Per Rasmussen AS
Cronologia Inizio costruzione 2002; inaugurazione del teatro aprile 2008

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
COSTANZO Michele 2008-09-18 n. 12 Settembre 2008
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

vg_flickr_11

Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

Joomla Templates by Joomlashack