L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Peter Eisenman e il progetto per la Città della cultura a Santiago de Compostela

Michele Costanzo

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Lo stato dei lavori riguardanti la costruzione della City of Culture of Galicia, a Santiago de Compostela, progettata nel 1999 da Peter Eisenman, è ad un livello avanzato, anche se non sufficientemente vicino all'attesa conclusione che dovrebbe avvenire nel 2010. Per cui, chi si reca a visitare il cantiere, può ormai distinguere la morfologia complessiva dell'intervento, contraddistinta dai diversi andamenti delle coperture, delle volumetrie, degli spazi interni, dei percorsi. La visione che si ha è, dunque, quella di un'unità urbanistica-formale a scala macroscopica, composta di un'insieme d'entità edilizie che riescono, ormai, a descrivere chiaramente la complessità e l'imponenza della costruzione, nonché a trasmettere un senso di coinvolgimento emotivo, sia da parte di chi la osserva nel suo insieme, che di chi attraversa i suoi intricati spazi.


L'intento teorico/pratico che l'utore ha inteso perseguire con questo progetto, come concisamente delinea in una colloquio con Günter Uhlig, tenuto pochi mesi dopo l'inizio dei lavori per la City of Culture of Galicia, è quello di trovare una strada nuova per l'architettura, un suo diverso modo di porsi rispetto alla società che la fruisce, senza trascurare gli effetti delle continue, inevitabili trasformazioni del pasesaggio che derivano dal continuo sommarsi di sempre nuove presenza architettoniche.
«Il problema è che la globalizzazione ha influito sul nostro modo di pensare l'architettura. Prima di oggi c'era una sorta di architettura regionale che aveva a che fare con cose come il clima, gli usi e i costumi, l'iconografia locali e così via. Tutti questi fatti locali sono stati riassorbiti dai media, e così oggi a Bilbao [tanto per fare un esempio molto noto] troviamo un edificio di Frank Gehry che non ha nulla a che fare [...] con i materiali locali: il titanio non ha nulla a che fare con le forme locali e tuttavia è comunemente accettato grazie ai media, come scelta corretta. Non c'è più alcuna sostanza nel locale. Perciò l'architettura, che era solita occuparsi del contesto, del significato e dell'estetica, deve davvero ripensare criticamente quale sia il suo ruolo oggi, quale sia il suo posto nello spazio, nel tempo, nella forma. Oggi l'architettura ha molto poco a che fare con il mondo in cui viviamo» (1).


Questo progetto fa parte di una ricerca, che l'architetto americano definisce, in una conversazione con Dal Co anch'essa poco distante dal periodo dell'inizio dei lavori a Santiago de Compostela, come un tentativo di «[...] ridurre al grado zero il significato iconico del modernismo e farne un semplice materiale» (2), e che non deve avere altro valore se non quello di essere "materiale". E poi, a partire da tale processo riduzionistico, applicare un nuovo modo d'agire in termini progettuali.
Esiste, come osserva Eisenman, una saturazione dei mezzi e delle tecnologie della comunicazione. E tale stato subirà, nel tempo, una contrazione piuttosto che un'espansione, che si andrà a riverberare sulla condizione urbana.
L'architettura contemporanea, come'gli nota, appartiene ancora ad una logica di tipo "espansivo", che punta ad enfatizzare i propri "gesti" nell'illusione di nascondere gli effetti che produce. Essa appartiene ad «[...] un sistema semiotico teso ad esprimere un processo definito di espansione della materia» (3).
Con la fine del millennio, afferma Eisenman, «[...] stiamo passando da un'epoca tesa a liberare e "rilasciare" energia, ad un'altra caratterizzata dall'implosione e dall'inversione dei processi sociali. L'implosione implica il superamento della cultura semiotica ossessionata dal problema della rappresentazioine a favore di una nuova sensibilità, di una cultura preoccupata soprattutto degli effetti plastici e tattili» (4). Secondo tale visione la «[...] sensibilità post-semiotica ha come effetto che il vedere non è più essenziale per comprendere la differenza tra le rappresentazioni e i loro significati, ma è essenziale l'esperienza corporea, la manipolazione tattile» (5).
Il senso di tale ricerca è, dunque, quello di approdare ad una forma d'espressione architettonica che non tratti più l'oggetto come rappresentazione di una soggettività; e questo, per attuare una forma di superamento del concetto di composizione in senso classico, a favore di un processo di trasformazione che deve potersi protrarre nel tempo. E' chiaro che l'architettura deve suscitare sensazioni, dar luogo ad esperienze visive e mentali, ad un tempo. «Il che significa attribuire allo spazio una funzione per così dire produttiva» (6); che sia di stimolo e in grado di produrre una "simpatia estetica". Ma quello che interessa, in definitiva, all'architetto è l'esperienza relativa alla percezione della realtà concreta delle cose.


L'intervento a Santiago, osserva l'autore, è la risposta tattile a questo nuovo tipo di logica sociale. Esso prevede uno scavo in una collina per trarre da questo atto un'esperienza che la natura in sé non può offrire. Si tratta di passare, nota Dal Co, «[...] dalla natura ad una nuova configurazione della natura» (7).
La matrice di partenza del progetto è duplice, la conchiglia (simbolo di Santiago) e l'impianto urbano storico della città. Entrambi sono qui usati «[...] come reagente per scardinare la configurazione del paesaggio» (8), e per trarre da tale operazione il senso della "materia", di cui si è detto, fatta di scavi e di emergenze, per poi riconfigurare il terreno in una nuova "figura figurata".
Il progetto non prevede corpi di fabbrica organizzati nello spazio in forma tradizionale, ma edifici ricavati incidendo l'area, al fine di attuare una sorta di "urbanistica della figura", che è la sintesi tra la topografia e le costruzioni prese nel loro insieme.
Gli edifici del progetto sono sei, abbinati tra loro in modo da formare tre coppie, che sono: il Museo della storia galiziana e i Nuovo centro tecnologico; il Teatro della musica e l'Edificio dei servizi centrali; la Biblioteca galiziana e l'Archivio dei periodici.



Note
(1) Il carattere critico dell'architettura. Peter Eisenman a colloquio con Günter Uhlig, «Domus» n. 824 marzo 2000.
(2) Una conversazione intorno al significato e ai fini dell'architettura (e qualche ricordo), tra Francesco Dal Co e Peter Eisenman, in «Casabella» n. 675, febbraio 2000.
(3) Peter Eisenman, dalla relazione di progetto
(4) Ivi
(5) Ivi.
(6) Una conversazione intorno al significato e ai fini dell'architettura (e qualche ricordo), op. cit..
(7) Ivi.
(8) Ivi.

Crediti immagini:
Tutte le immagini sono state gentilmente concesse da Eisenman Architects

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
COSTANZO Michele 2008-07-14 n. 10 Luglio 2008
 
Hortus

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hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

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