L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Percorsi romani: Ugo Luccichenti

Luca Nicotera

In un periodo in cui l'architettura è dominata dalla comunicazione spasmodica dei mass-media e dalla forza dell'immagine, del "logo", spesso si perdono di vista esponenti che hanno svolto un ruolo importantissimo ma che talvolta fanno fatica ad arrivare alle nuove generazioni. In questo senso Roma è capitale anche di questa nemesi storica. Se è stato (e parlando di “nuove generazioni”, in molti casi ancora è) così per una figura fondamentale come quella di Luigi Moretti, sicuramente è così, anche se per motivi differenti, per Ugo Luccichenti (Isola del Liri, FR, 1899 - Roma, 1976).

La sua attività è legata a doppio filo a quella della Società Generale Immobiliare, società-chiave protagonista dello sviluppo urbanistico e immobiliare della capitale in tutto il secolo scorso sia per quanto riguarda le nuove costruzioni (Cassia, Colombo, Monte Mario, Esquilino, Talenti, Vigna Clara, Casal Palocco, Olgiata…) sia per quel che riguarda i famosi “sventramenti” urbani, specie intorno al Vaticano, sotto il cui controllo la società passò dopo i Patti Lateranensi del ’29 (…siete a conoscenza della percentuale di edifici romani di proprietà del Vaticano?...!).

Per circa un trentennio Luccichenti ne è stato un protagonista cardine, abile a mescolare nelle sue opere concretezza pratica e sperimentazione strutturale, esigenze economiche e un linguaggio raffinato, il suo essere “ingegnere” e contemporaneamente il suo essere “architetto”. Per circa un trentennio ha saputo recepire e approfondire le lezioni italiane ed europee, da Giò Ponti a Mallet-Stevens, da Moretti a Mendelsohn, riuscendo a codificare alla perfezione influssi espressionisti e razionalisti, infrangendone i codici per dargli nuova vita attraverso riletture puntuali e mai banali che vanno dalla poetica del telaio a quella del doppio solaio. Pochi come lui sono riusciti a coniugare l’architettura con le spietate esigenze dei costruttori. Sempre, come scrive Manieri Elia, con “spregiudicatezza, sperimentalismo, volontà di successo e profonda disciplina professionale”, tratti caratteristici della sua forte personalità.

Con questo approccio affronta i suoi lavori fin dal suo primo progetto, accostandosi al tema della palazzina-villino in maniera disciplinatamente indagatrice.
Siamo nel 1935, una nuova classe borghese si affaccia sulla scena e un nuovo standard residenziale è richiesto per caratterizzare meglio questa posizione sociale. La palazzina di via Panama (via che dovrebbe far parte del grand-tour cittadino di qualsiasi architetto o aspirante tale) ne sarà un archetipo, capace di soddisfarne in pieno le esigenze grazie a una connotazione altamente qualitativa dei materiali scelti e del corpo scala. Già emerge la sua straordinaria predisposizione a “controllare” il progetto, nonostante una spiccata voglia di articolare volumetricamente la facciata.

Palazzina in via Panama n°20

Tutte peculiarità, queste, ribadite in altre palazzine della stessa via Panama, dove ricorrono spesso richiami mendelsohniani mai fini a sé stessi, ma captati con lo scopo (sicuramente col risultato) di determinare una tensione urbana che è occasione di dialogo con la città. In particolare è il caso delle due palazzine che, sulla medesima strada, sorgono in corrispondenza degli incroci con via Lima e via Polonia, dove il “problema” dei lotti angolari prospicienti diventa un quesito a cui rispondere attraverso una sorta di dialogo concavo-convesso fra gli stessi.

 

Palazzina in via Panama n°102

Palazzina in via Panama (incrocio via Lima)

Del 1938 la palazzina in via G.B. De rossi, che si richiama da una parte all’eleganza e alla distribuzione funzionale del Giò Ponti della Palazzina Salvatelli (vedi l’atrio carraio, l’alta qualità dei materiali, l’attenzione ai particolari…) e dall’altra agli ordini dei loggiati dei palazzi romani. Il motivo caratterizzante di questo villino è, infatti, il sovrapporsi di loggiati centrali per tutta l’altezza della facciata (ripreso e ampliato sul coronamento) che compensa la ristrettezza del prospetto. La snellezza dei pilastri in ceramica rossa acuisce la cadenza serrata delle logge, e spezza la muratura in tufo e mattoni ricoperta da intonaco dipinto di bianco. Da notare, negli interpiani, il ritmato sovrapporsi dei solai aggettanti, quasi scorporati della loro pesantezza, soluzione sapiente che conferisce leggerezza ed eleganza al prospetto.

Palazzina in via G.B. De Rossi 

Questa articolazione tra pieni e vuoti ricorre nelle palazzine di via Giovanni da Procida e di p.le delle Muse, sposandosi alla perfezione con l’idea della casa come luogo aperto e luminoso che accomunava Luccichenti ad altri giovani architetti del periodo. In particolare la palazzina di p.le delle Muse, che sorge accanto a quella di Giò Ponti, si distingue per la grande facciata vetrata, risultato dello svuotamento dell’involucro murario fino alla pilastratura portante, che ne cadenza il ritmo in sei moduli uguali. A questi si associa in modo continuo, lungo tutto il fronte principale e parte dei prospetti laterali, lo sbalzo aggettante dei solai, che connota fortemente l’immagine dell’edificio donandogli qualcosa di “internazionale”, e facendoci intuire già dall’esterno la soluzione distributiva interna a pianta simmetrica per poter garantire a tutti la stessa visuale. Il richiamo alla palazzina Furmanik è evidente, ma qui è come se ne avessimo un negativo, visto l’annullamento murario dei balconi che nella palazzina di De Renzi sono il principale valore formale.

Palazzina in Piazzale delle Muse

Nel ’49 è la volta della coppia di palazzine di via dei f.lli Ruspoli, momento di riflessione se non di trasformazione del linguaggio del nostro, che, grazie all’articolazione volumetrica della facciata, riesce a proiettare gli edifici in un caso verso l’ interno e nell’altro verso l’esterno. L’approccio, come il linguaggio dei due corpi, è antitetico, ma speculare al tempo stesso. Sembra quasi che lo svuotamento del prospetto di una palazzina si trasformi nella dilatazione dell’altra; che le parti sottratte da una facciata vadano a costituire l’addizione di quella retrostante. Tra le due si distingue quella col fronte proprio su via dei f.lli Ruspoli, dove il gesto “liberatorio” delle terrazzine a punta è il risultato ottenuto dal contrapposto andamento dei solai aggettanti dei balconi che seguono la strada e quello dei muri perimetrali che curvano verso l’interno, infondendo così alla composizione eleganza e leggerezza. Conferendo particolarità all’angolo, ridiscutendo i principi razionalisti, quasi “spogliando” il prospetto, egli non solo trova soluzioni originali (che rimanevano l’ultima libertà degli architetti dalle rigide norme  del piano del ’31), non solo conduce il gioco della dinamicità pieni-vuoti della facciata verso derive ormai post-espressionistiche, ma dimostra di aver recepito la lezione di Aalto e dell’avanguardia artistica italiana. Dimostra come nonostante la speculazione, i forti interessi o la scarsa attenzione rivolta alla qualità architettonica dai cosiddetti “palazzinari”, laddove c’è studio delle tecniche costruttive, uso appropriato dei materiali, sensibilità aperta alle influenze esterne, il risultato è di qualità, e capace di conferire alla palazzina quella caratterizzazione umana che la pone a metà tra la dimensione individuale e quella collettiva, tra il vivere per sé e il vivere con gli altri.

Palazzina in via Fratelli Ruspoli



 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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