L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Eduardo Chillida. Il parco delle sculture a Donastia-San Sebastian.

Maria De Propris

Il parco delle sculture realizzato da Eduardo Chillida (1924-2002), è situato a pochi chilometri da Donastia-San Sebastian; ha un'estensione di 13 ettari di terreno e raccoglie le testimonianze di mezzo secolo di ricerca artistica di uno dei più importanti scultori spagnoli del XIX secolo. Nel Chillida Leku (1), le opere sono distribuite sia nel parco, che all'interno di un antico casale.
L'artista basco, con tale parco delle sculture, ha cercato di ottenere una totale identificazione con il luogo (che intende, a un tempo, come "spazio" e come "paese"), realizzando un sogno, un'utopia, quella di "trovare uno spazio dove le sculture potessero riposare e dove la gente potesse passeggiare in mezzo a loro come in un bosco".
Com'egli afferma, il luogo è il referente costante del proprio fare artistico, il punto di partenza per quasi ogni sua opera. "Sono fra le persone che pensano, e per me è molto importante, che ogni essere umano appartiene ad un posto. […] Io qui nel mio paese basco mi sento nel mio posto, come un albero che ha le radici infisse nella terra, ma con le braccia stese e aperte a tutto il mondo. […] La mia opera, proprio perchè appartengo a questo luogo avrà una tinta particolare, una luce 'scura' che è la nostra luce".
L'idea del parco nasce nel 1983 quando, dopo aver visitato la tenuta Zabalaga, Chillida e la moglie Pilar Belzunce restano colpiti dal casale del 1543, uno dei più antichi conservati nella regione, che dà il nome alla proprietà. Nel 1984 i coniugi acquistano una parte della proprietà e la costruzione in rovina che si trova nella zona centrale. Durante gli anni seguenti lo scultore restaura poco a poco la costruzione con la collaborazione dell'architetto Joaquin Montero e il terreno intorno ad essa si trasforma gradualmente in un parco delle sculture; nel contempo si rafforza in Chillida e la moglie l'idea di realizzare un vero museo, così continuano ad acquistare il terreno fino a raggiungere i 13 ettari attuali.
Sarà lo stesso Montero a realizzare il piccolo ed essenziale padiglione d'ingresso utilizzato per l'accoglienza del pubblico con una caffetteria, una piccola biblioteca e una sala per le proiezioni.
Il restauro della casa sarà una vera e propria impresa che durerà diversi anni. Lo spirito con cui l'artista affronta tale intervento è quello di realizzare una vera e propria opera d'arte, paradossalmente si potrebbe definire una "scultura a grande scala". Dell'esterno sarà rispettato l'involucro, compreso l'antico stemma nobiliare; dell’interno sarà riprogettato lo spazio, conservando tutte le originarie e contorte strutture lignee ed esaltando, con opportuni interventi, la consistenza e il carattere delle varie materie in ogni loro parte. Attualmente, l'edificio ospita, a piano terra, una selezione delle opere di piccola dimensione, realizzate dall'artista negli ultimi venti anni di attività; al primo piano, sono disposti altri lavori secondo un ordine cronologico: le prime realizzazioni del periodo parigino (1948-1951), accompagnate dai disegni e le sculture in ferro al suo ritorno a San Sebastian, e poi i progetti per le monumentali opere pubbliche e gli splendidi pannelli in cui, a partire dal 1986, l'artista sperimenta disegni su carta a tre dimensioni.
All’esterno cinquanta sculture in materiali e grandezze diverse sono collocate nelle varie parti del giardino: un verde piano in leggero declivio con una zona alberata che fa da fondale alla casa.
In questa sistemazione, per molti anni ha avuto un ruolo fondamentale Kosme Barañano, professore d'arte e collaboratore di Chillida: «Non c'è un percorso univoco», egli afferma, «le sculture non sono sistemate seguendo un ordine cronologico, e non esiste un itinerario obbligato: l'insieme è concepito come un grande spazio aperto nel quale i rapporti  reciproci che si stabiliscono tra i vari pezzi disposti su vari livelli, compresa la casa stessa, s'accordano in maniere differenti. Così, come le opere stesse di Chillida offrono differenti visione a partire da diversi punti di vista, allo stesso modo bisogna considerare Zabalaga come un insieme scultoreo che può essere contemplato in diverse maniere».
Il Leku, il luogo nella sua unità spazio-temporale, nella sua totalità, si afferma come il grande protagonista del museo e come soggetto essenziale e condizionante di tutta l'opera dell’artista basco  che, soprattutto nelle opere pubbliche, in rapporto a particolari contesti urbani o naturali di grande valore simbolico e rappresentativo delle comunità che li vivono, raggiunge la sua più alta forma d'espressione.



Durante il 2007 il Peine del Viento in coincidenza del trentesimo anniversario dell'installazione della famosa scultura posta al limite estremo della Bahia de la Concha, a Donastia-San Sebastian, è stato il tema centrale di tre esposizioni temporanee organizzate dal museo. "C'è un luogo che per la sua intrinseca qualità per tutta la vita mi ha coinvolto», ricorda Chillida, «ciascuno di noi possiede nella propria interiorità un luogo come questo […]; è il luogo a suggerirmi quello che va fatto: io vi ho collocato tre elementi, ho creato un triangolo in stretta correlazione con le rocce […], uno dei suoi vertici è lontano, ma contribuisce ugualmente a creare la sua spazialità".
Le tre potenti sculture ricordano nella forma delle tenaglie fermamente infisse nella roccia calcarea attraverso due spuntoni e sembrano opporsi alla forza del vento che con furia solleva le onde del mare. Allo stesso tempo, sette colonne d'acqua schizzano fuori del piano della piazza attraverso dei piccoli pozzi nei quali il mare s'insinua nei momenti di alta marea.
Il tema del contesto, si è detto, è particolarmente caro all'artista basco, ma nel Pettine del Vento tale nozione di spazio in senso heideggeriano emerge in tutta la sua chiarezza.  
Martin Heidegger in, Costruire Abitare Pensare, così scrive: «Il ponte, il vecchio ponte di Heidelberg non si colloca in un luogo, ma è di fronte ad esso che il luogo appare; è un luogo che genera uno spazio con le sue multiformi vicinanze e lontananze. Solo ciò che è già un luogo può consentire una localizzazione, le cose che sono luoghi permettono un'installazione e aprono spazi» (2), come il Pettine del Vento ha aperto, di fronte al mare a San Sebastian, nuovi interrogativi.
Per il filosofo tedesco, lo spazio è, dunque, qualcosa di relazionale: l'opera dell'artista non prende corpo in uno spazio, ma è essa stessa creatrice dello spazio. La scultura crea un luogo che non esisteva prima. Nel caso del Pettine del Vento, il luogo era là in tutta la sua "sublime" bellezza: l'artista lo svela e allo stesso tempo lo delimita, creando una nuova entità, "il limite è il vero protagonista dello spazio, allo stesso modo che il presente, inteso come limite, è il vero protagonista del tempo".
La relazione tra l'architettura (3) e la scultura, in questo modo, trasforma lo spazio in un luogo di eventi, di relazioni e l'opera cessa d'appartenere all'artista per aprirsi alla gente.

Diverse sono le opere pubbliche realizzate da Chillida che si caratterizzano per il loro marcato carattere monumentale, in cui il contesto non è soltanto luogo fisico, ma anche simbolico, sociale e politico.  Nel  Monumento a los Fueros, a Vitoria (1980) -un monumento alle libertà sociali conquistate dal popolo basco- con l'aiuto dell'architetto Peña trasforma uno spazio triangolare di mq. 8.000 in un bassorilievo a differenti livelli: in una cappella laica, posta a circa tre metri sotto la quota della piazza è inserita una piccola scultura in ferro Estela de los Fueros in cui, da un massiccio tronco di ferro, si separano dei rami (per l'autore, essi rappresentano la libertà del popolo basco) che si dirigono, alcuni verso la luce, ed altri verso la terra.



Nell' Elogio del horizonte (1990), infine, posto sul Cerro de Santa Catalina a Gijon, il rapporto con lo spazio aperto naturale è prevalente: una sorprendente scultura di 500 tonnellate di cemento, collocata su una zona fortificata che guarda dall'alto il mare. Il processo creativo, in questo caso, è stato l'opposto di quello solitamente percorso: l'opera era già stata ideata e cercava un luogo ideale per collocarsi. La scelta della fortezza della città di Gijon sarà frutto del suggerimento di un giovane architetto. La costruzione durerà quattro anni e raccoglierà molte polemiche. Oggi l'imponente opera è divenuta un segno rappresentativo, quasi il logo, dell'operosa città-porto delle Asturie.



Note

(1) Leku è una parola euskera che ha diversi significati: luogo, spazio, ma anche paese.
(2) M. Heidegger, “Costruire Abitare Pensare”, in Saggi e discorsi, a cura di Gianni Vattimo, tr. it. e introduzione di Gianni Vattimo, Mursia, Milano 1976
(3) Il progetto della piazza a gradoni di granito è opera dell'architetto Luis Peña Ganchegui.

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DE PROPRIS Maria 2008-03-03 n. 6 Marzo 2008
 
Hortus

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

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hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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