L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Apriva nel fumo con le due mani una porta

Un ricordo di Ippolito Pizzetti

Maria Cristiana Costanzo

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Ho conosciuto Ippolito a Vienna nell’estate del 1994. Ero lì per seguire un seminario internazionale di progettazione del paesaggio organizzato da Boris Podrecca e Dietmar Steiner. I tutor erano Martha Schwartz, Adrien Geuze, Pepe Llinas Carmona. Io ero stata assegnata a Ippolito Pizzetti di cui non avevo mai sentito parlare e lo vidi entrare nella remise (un'autorimessa per tram del XIX secolo) con la sua assistente. Mi incuriosì, a me come a tutti, quest’uomo che camminava dinoccolato con la folta barba bianca, il cappello di paglia con la piuma e la sacca di tela a tracolla.

Fu un’avventura molto bella e abbastanza insolita perché a differenza degli altri workshop che producevano lavori sin dai primi giorni, noi, gli allievi di Pizzetti, eravamo un po’ rallentati per un disorientamento che veniva dal non sapere o non riuscire a capire cosa ci veniva richiesto di fare. L’approccio alla progettazione che avevamo appreso finora all’università non aveva nulla a che vedere con questa nuova esperienza. Ippolito ci parlava di musica, ci mostrava i disegni di Paul Klee e li associava ai paesaggi straordinariamente coerenti e costanti che avevamo visto dall’aereo atterrando a Vienna. Ci parlava di elfi, di querce, dei boschi. Ci esortava a esplorare il significato del vuoto che valorizza il pieno, e a dare spazio a questo vuoto colmandolo di significati che noi ancora non sapevamo.

Lo spaesamento cresceva quando vedevamo i nostri colleghi che disegnavano, costruivano modelli, azzardavano già delle soluzioni di progetto. E Ippolito continuava a parlarci di letteratura, di quel tanto che non avevamo letto, e leggendo non avevamo ancora vissuto, ci invitava a farlo, augurandosi, credo, in cuor suo che non fosse troppo tardi. Citava il Danubio di Claudio Magris, il Signore degli Anelli, ci ricordava la favola di Peter Pan e i paesaggi di Guerra e Pace. La Storia del principe Genji di Murasaki e l’Orlando Innamorato nonché Furioso.

Giunse la data della sua lecture: eravamo impazienti perché finalmente avremmo visto le immagini dei suoi lavori, contando su un orientamento almeno iconografico. Si sedette su una sedia e cominciò a parlare, ma senza l’aiuto delle immagini. A chi gli chiese perché non mostrava fotografie dei suoi lavori rispose che vedere i giardini da dietro un obiettivo era fuorviante, e comunicava poco o nulla dei suoni, dei rumori, delle luci e delle temperature di quegli spazi. Come può una fotografia – spiegò - riprodurre uno spettacolo continuamente in evoluzione che si svolge in quattro atti stagionali? Si aveva l’impressione che parlasse di persone: e già, perché gli alberi, nel suo modo di concepirli e vederli, sono organismi vegetali chiamati a disporsi nel teatro del paesaggio e a esprimere la loro forma individuale.

Ci rimettemmo al lavoro parlando molto con lui degli argomenti più disparati e visitando diverse volte l’area di progetto, un’enorme distesa di terreno che si sviluppava come fosse il dito di una mano dal Ring di Vienna fino a due, tre chilometri fuori la città. Ippolito ci aiutò a dare respiro e a conferire senso agli elementi originari di quel paesaggio che erano stati cacciati, distrutti o esclusi.

Quell’incertezza, quel non sapere iniziale corrispondeva a questo paesaggio vuoto – non a caso il seminario si intitolava The architecture of the empty space – che stava diventando, senza che noi ce ne accorgessimo, il luogo dell’apprendimento.

Tre anni fa, quando gli dettero l'incarico alla facoltà di Architettura Valle Giulia di Roma, mi chiamò per farsi aiutare al Laboratorio di Architettura del Paesaggio. Accettai e chiamai in nostro aiuto due amiche e colleghe, ma, confesso, con il timore che non avesse più le energie di qualche anno prima. Temevo il suo contatto con studenti impreparati alla lentezza del suo eloquio, impazienti di fronte a un approccio letterario e poco scientifico. Gli studenti di oggi, mi sembra, sono perlopiù abituati ad essere fortemente indirizzati con dispense, riferimenti precisi, aree di progetto ben definite, consegne puntuali con indicazioni che non lasciano adito a interpretazioni rispetto ai disegni da fare, al numero di tavole da produrre. Tutto questo li rassicura, nell’ansia comprensibile di dover fare un certo numero di esami a semestre. Ippolito li avrebbe frenati nella loro corsa, ed infatti il primo mese fu un disastro perché si trovarono di fronte a quello che mi piace ricordare come un haiku giapponese: Ippolito parlava per immagini, esprimeva dei concetti molto densi in poche frasi, concise, essenziali. Era stanco, a volte si assopiva. Paventavo un disinteresse da parte di questi giovani che chiedevano impazienti cosa dovevano fare per l'esame, pronti a schizzare fuori dall'aula per il prossimo corso o tirocinio obbligatorio.

Il tema era immenso per un corso di laurea in arredamento e architettura degli interni: il Tevere nel suo percorso interno alla città di Roma. In particolare, bisognava considerare, oltre i Lungotevere, anche le sponde fluviali ai piani più bassi. “Per diverse ragioni – scriveva - i lungotevere non possono esser trattati come lo sono attualmente: i Platani sono piantati tra di loro a distanze assurde e in grandissima parte sono in via di estinzione perché attaccati da malattie perniciose curabili solo a gravissimo rischio per la popolazione. Io non chiedo agli studenti di arrivare nei loro progetti a dare una soluzione tecnica conclusiva, ma soltanto di essere capaci di immaginare - e sottolineo il termine immaginare - una soluzione che finalmente dia a questo fiume negletto l’importanza che effettivamente ha all’interno di una città storica come Roma capitale di uno Stato. Ove sia verificata la possibilità che il progetto abbia abbastanza respiro, si potrà pensare ad una sua possibilità di realizzazione, un impegno collettivo da parte degli studenti.”

Di fronte alla richiesta di uno sforzo di immaginazione la maggior parte degli studenti sembrava perdere l’orientamento, e a domande tipo “cosa devo fare”, Ippolito proponeva di scoprirlo insieme, strada facendo. Dopo le prime resistenze cominciammo a notare una maggiore affluenza al corso; i ragazzi si fermavano, pazientavano di fronte al suo torpore, gli ponevano domande, si lasciavano andare.
Ippolito possedeva un senso affascinante e malinconico della vita che nella maggior parte di quei giovani creava un'apertura; nel loro blocco di fronte al non sapere lasciava intravedere lo sterminato mondo che sta dietro quello vero. Un po' come la maga persiana che gettando grani d'incenso su un braciere “apriva nel fumo con le due mani una porta” - e per essa i prigionieri passavano nei giardini e nei boschi che credevano di aver dimenticato.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
COSTANZO Maria Cristiana
2008-02-27 n. 5 Febbraio 2008
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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Valle Giulia Flickr

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Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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