L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Carlo Scarpa in Magna Graecia

Visitando Palazzo Abatellis

Federico De Matteis 

Il radicamento di Carlo Scarpa nella cultura architettonica veneziana è fatto difficilmente negabile; pur in presenza di influenze esterne, la costante predilezione per soluzioni costruttive e artigianali evidentemente derivate dalla tradizione della città lacunare tende a dirimere qualsiasi incertezza riguardo alla specifica identità dell’architetto. Nelle occasioni presentatesi all’architetto fuori dal Veneto, questa identità specifica si confronta con il carattere locale: chiamato a realizzare un’opera in Sicilia, la trasformazione del Palazzo Abatellis a Palermo, Scarpa si troverà davanti al mondo architettonico della Magna Grecia, per molti versi polarmente distanziato rispetto alla sua Venezia.
Il Palazzo Abatellis è opera di Matteo Carnelivari. Completato sul finire del ‘400, subisce già negli anni immediatamente successivi profonde alterazioni a seguito della sua trasformazione in convento. Danneggiato dai bombardamenti del 1943, viene consolidato e parzialmente ricostruito; l’incarico di musealizzazione viene affidato a Scarpa nel 1953, sulla scia dell’allestimento della mostra su Antonello nel Palazzo Municipale di Messina.
Il progetto di allestimento di Palazzo Abatellis contiene diversi temi caratteristici dell’opera di Scarpa. Innanzi tutto risulta evidente l’inserimento di uno scarto nella specificità figurativa degli elementi di definizione dell’immagine architettonica, che vengono spinti verso un’astrazione e riduzione del linguaggio. Come nel Castelvecchio, Scarpa adopera piani dai cromatismi primari per determinare il fondo di alcune superfici espositive; la qualità fenomenologica di queste pareti diviene intrinseca, svincolata quasi integralmente dall’effetto di vibrazione determinato dalla luce naturale. Gli oggetti esposti si distaccano rispetto al fondo, venendo percepiti per contrasto.
Rispetto alla natura marcatamente plastica delle modulazioni parietali dell’architettura rinascimentale siciliana, questa netta separazione comporta un’inversione nell’uso degli strumenti costruttivi. Nella preesistenza la superficie muraria in pietra viva, le modanature e la decorazione appaiono sempre connaturate tra loro, quasi a rappresentare diversi gradi di accentuazione di una medesima sostanza; le distinzioni all’interno di questa articolazione provengono dalla plasticità di ciascun elemento, sottolineata dal diverso grado di reazione alla luce solare. Gli elementi introdotti da Scarpa prescindono invece dall’illuminazione naturale, prediligendo il disegno piano e la sintassi cromatica quali strumenti di differenziazione: dalla grana ruvida dei muri siciliani si passa alla levigata riflessività veneziana .
La sistemazione del cortile enuncia chiaramente questo principio attraverso varie soluzioni. Scarpa adopera un intonaco liscio, riquadrato attorno alle aperture, delle quali viene lasciata visibile la pietra viva. Le facciate del cortile sono solcate da sottilissime fughe nella superficie intonacata, una griglia geometrica appena percettibile che misura la distesa omogenea e levigata: l’astrazione del disegno bidimensionale si confronta con la ruvida pietra delle murature. Analogamente, la pavimentazione della corte è basata su un disegno geometricamente astratto, nel quale anche la materia vegetale tende a perdere grana, riducendosi a finitura superficiale.
L’edificio rinascimentale mostra ancora i tratti di un magistero costruttivo medievale, informato da un senso di ‘brutalità’ ruskiniana; in generale, le aggiunte contrastano con la preesistenza per la loro levigata rifinitura, elemento caratteristico del gusto artigianale di Scarpa. Levigati sono i supporti per le opere della collezione; levigata la pietra in tutte le sue lavorazioni, dalla scala ‘esagonale’, disegno rarefatto e aereo, o anche nel nuovo architrave del portale fra due ambienti, inserito proprio in fronte ad uno antico, sottolineando così l’alterità della materia adoperata per il nuovo intervento.
Questo contrasto è indice di un modus operandi che l’architetto veneziano importa in Sicilia, sperimentandone l’efficacia rispetto alla specificità materiale del Palazzo Abatellis. Un analogo confronto è quello che viene impostato tra gli ambienti espositivi e la disposizione degli oggetti al loro interno. Tramite innumerevoli schizzi, Scarpa studia accuratamente la posizione e l’orientamento dei supporti degli oggetti più significativi, utilizzandoli come ‘fuochi’ per condurre lo sguardo dell’osservatore nel muoversi attraverso gli spazi del museo: egli evita l’imposizione di viste assiali, preferendo una continua traslazione degli oggetti che valorizza l’accidentalità degli scorci. Il busto di Eleonora di Aragona di Francesco Laurana e la Madonna con il Bambino di Antonello Gagini si sovrappongono parzialmente in uno scorcio attraverso un portale; l’Annunziata di Antonello da Messina viene invece ruotata di modo da accogliere con il suo sguardo magnetico il visitatore che entra nella sala.
Come nel Castelvecchio, le grandi croci lignee occupano liberamente lo spazio espositivo, senza essere vincolate alle pareti; solo il grande affresco del Trionfo della Morte, ospitato nella ex cappella benedettina, riacquisisce il ruolo di decorazione parietale. In generale l’esposizione occupa un ideale involucro del tutto separato rispetto ai confini materiali delle pareti del Palazzo; Scarpa rifiuta la coincidenza biunivoca fra massa costruita e spazio fisico, introducendo una serrata dialettica tra involucro e invaso.
Nel complesso l’opera palermitana di Scarpa rimane in linea con gli altri interventi sull’esistente da lui realizzati nell’Italia settentrionale; rispetto a questi mostra però una mano più leggera, meno coercitivamente spinta alla ricerca della dissonanza. Il manufatto esistente viene sempre considerato come un oggetto d’uso che deve essere adattato a nuova funzione; se la destinazione è quella museale, è evidente che la trasformazione può avvenire solo in virtù di una radicale rivisitazione del meccanismo percettologico che guida l’esperienza del visitatore. Per fare questo, Scarpa considera ciascun ambiente separatamente, assicurandosi il buon funzionamento dei ‘dispositivi’: senza enfatizzare l’aspetto teorico del suo procedere, egli ricerca incessantemente soluzioni efficaci per ciascun singolo caso. La preesistenza, prima ancora che oggetto architettonico, è oggetto materiale: in quanto tale può essere scavata, rimodellata o altrimenti modificata proprio con lo scopo di rimettere in funzione una ‘macchina estetica’ secondo la sensibilità contemporanea dell’autore.
In quest’ottica, la sistemazione di Palazzo Abatellis non è più siciliana di Castelvecchio, così come gli eleganti supporti disegnati da Scarpa per sostenere i pezzi della collezione non si differenziano da quelli utilizzati nel Veneto. Rispetto agli oggetti esposti e all’edificio l’architetto assume una distanza simmetrica, apparentemente disattenta nei riguardi delle loro specificità, più concentrata sulla qualità intrinseca dell’intervento che non sul rispetto filologico per la materia data.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DE MATTEIS Federico 2008-01-12 n. 4 Gennaio 2008
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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