L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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domestic_foreign.jpgThe Domestic and the Foreign in Architecture

a cura di Sang Lee e Ruth Baumeister

010 Publishers Rotterdam 2007, pp. 376, € 34,50

Recensione di Michele Costanzo

The Domestic and the Foreign in Architecture, è un corposo volume di saggi e interviste che si articolano attorno a due termini in sé contrapposti, come indica il titolo del libro, del familiare e dell'estraneo in architettura. Si tratta, dunque, di un insieme di contributi di studiosi e progettisti (1) di varia provenienza, interessi ed esperienza che, su sollecitazione di Sang Lee e Ruth Baumeister che hanno curato il libro ed elaborato delle riflessioni sui molteplici significati, implicazioni teoriche, distinzioni concettuali relative al contrapposto binomio. Attraverso le interviste ad alcuni progettisti che operano in campo internazionale, i due studiosi hanno cercato di estrarre delle indicazioni dalle esperienze pratiche di tipo progettuale, al fine di includere nel quadro complessivo dell'indagine anche il peso di visioni soggettive e concrete, seppure inquadrate all'interno di letture sensibili e consapevoli delle ragioni di una realtà che cambia.

Il rapporto tra familiare ed estraneo è una forma di contrapposizione rivolta alle trasformazioni del significato dell'oggetto architettonico, al suo modo di porsi in rapporto alla società, alle modificazioni della sua essenza. Lo sviluppo della dialettica all'interno di tale binomio ha una diretta relazione con il nuovo assetto del mondo dato dall'avvento della globalizzazione: un fenomeno generato dall'internazionalizzazione dei rapporti di tipo politico, economico, produttivo, con forti ricadute in campo sociale e culturale, tra i diversi paesi del mondo.
Tale quadro, a partire dalla metà degli anni Ottanta dello scorso secolo, è stato oggetto di numerosi e ripetuti studi che hanno indagato tale realtà da diversi punti d'osservazione nel tentativo di svelare il disegno della sua interna costituzione.
Il libro di Sang Lee e Ruth Baumeister non tende ad affrontare direttamente il tema della globalizzazione e dei suoi complessi sviluppi nella realtà, ma piuttosto cerca di delineare l'articolazione, in senso pratico-teorico, di una specifica questione direttamente legata all'ambito progettuale; e questo, isolando un suo definito aspetto dal più generale problema, riguardante appunto il rapporto tra il familiare e l'estraneo.

Il tratto comune dei diversi interventi, dunque, è quello della messa in luce degli aspetti più rilevanti che definiscono il diverso modo di rapportarsi del progetto al profondo mutamento che sta avvenendo nella società internazionale; corrispondente ad una sorta di riassetto dei valori, conseguente all'internazionalizzazione, alla mondializzazione dei mercati e alla possibilità data ai progettisti di costruire al di fuori di delimitati ambiti territoriali definiti dalle loro identità culturali. La nuova realtà che viene a dispiegarsi nel settore architettonico, sembra essere per prima cosa di tipo estensivo: un allargamento indefinito, in termini operativi, dei confini e, nello stesso tempo, un rimescolamento di modi di essere, di vivere, di fare, come pure, di tradizioni costruttive, di sistemi spaziali/aggregativi, di immagini, di linguaggi, di paesaggi, di suoni, di odori e quant'altro.
Tale offerta senza limiti e senza apparenti regole o definiti margini d'intervento, che sembra essere rivolta ai progettisti d'ogni paese, ha fatto saltare ogni genere di rapporto concettuale/formale tra oggetto architettonico e luogo, mettendo in crisi la stessa nozione di valore: dell'oggetto architettonico, dell'edificio costruito, nonché della sua capacità di riuscire ad esercitare ancora un ruolo simbolico/rappresentativo nei confronti della società a cui è destinato ad appartenere.
La contrapposizione tra familiare ed estraneo si manifesta, in questo modo, come una sorta di provocazione intellettuale (vista la complessità dei problemi che la nuova realtà mette in campo) volta ad interrogare la nuova architettura sulle sue profonde ragioni d'essere o, altrimenti, come pretesto dialettico, stimolo teorico attorno cui far ruotare e indirizzare nel loro percorso un insieme di contributi riflessivi volti a delineare i nuovi tratti distintivi di tale realtà in cerca di sé e, quindi, instabile, non chiaramente definibile.
Alcuni nodi del dibattito, come osservano i curatori, nascono dal fatto che oggi «[...] i frammenti dell'estraneo, in senso materiale e psicologico, penetrano intimamente nelle nostre vite quotidiane attraverso i sistemi di comunicazione e di libero scambio. Le diverse nazioni problematicamente operano tra scambi internazionali e scontri di visioni politiche, lasciando emergere una nuova superstruttura imperiale che tende a produrre, da un lato, una generale caduta di autenticità culturale e, dall'altro, la nascita di una realtà totalmente omogeneizzata» (2).
A contrastare tale indirizzo, che sembra tendere a consolidarsi sempre più, non mancano tentativi per trovare «[...] alternative migliori, sebbene ogni gruppo abbia il proprio elenco di priorità» (3). Tale tendenza, inoltre, «[...] non riguarda solo l'architettura come produzione economica. E' centrale alla disciplina come sorgente d'idee concernenti i materiali da costruzione dell'ambiente umano in quanto tali, idee che inevitabilmente esprimono il modo in cui noi vediamo il nostro mondo e consideriamo com'è rappresentato» (4).
In questa indagine sul ruolo che deve occupare l'architettura nella società contemporanea, quello che emerge è l'immagine di «[...] una intersezione tra interessi e influenze non solo di tipo estetico, scientifico, culturale, ma anche di tipo sociale, politico, economico. Come risultato, sono nate urgenti questioni riguardanti il ruolo dell'architettura nella rappresentazione e identificazione di una concezione di società, della sua cultura specifica riguardo alla dialettica tra domestico ed estraneo.
Quello che ci ha ispirati a lavorare con queste nozioni oppositive del domestico e dell'estraneo è stata la riflessione sull'espressione tedesca di "heimlich"» (5).
Questo aspetto, che Lee e Baumeister introducono è particolarmente interessante, perchè in un certo senso rovescia una questione di portata sociale, che investe la collettività ormai mondializzata, riportandola ad una dimensione, a un tempo, concettuale e soggettiva. Il termine heimlich a partire dal XX secolo, infatti, diventa il soggetto di importanti discussioni di tipo socio-filosofico; in particolare, il suo opposto unheimlich, assume nel pensiero freudiano una significativa caratterizzazione; il termine, infatti, è impiegato per distinguere ciò che è "sconosciuto" all'individuo, da quello che conosce da lungo tempo e che gli è familiare. Ma tale realtà apparentemente "sconosciuta", in effetti, è nota nel profondo della sua coscienza dove risiede in maniera problematica, al punto da creare angoscia, turbamento.
La nozione di "estraneità", dunque, può interessare l'edificio anche per il fatto che esso non riesce a stabilire un rapporto di "familiarità" con la coscienza individuale dell'utente. E, in questo processo di "allontanamento" (in senso sentimentale/emotivo) dell'oggetto architettonico, in parte, è inclusa una forma di paura per quello che ancora non si conosce, che non ha la forza di affrontare, le trasformazioni che comportano il nuovo che avanza e che nel suo procedere tende a distruggere i molteplici punti di riferimento del passato.
L'architettura può, altresì, essere considerata come un limite, che segna il passaggio tra due termini, dentro e fuori. Non è più possibile considerare l'architettura, osservano Lee e Baumeister, in termini di tradizione o occuparsi dell'interiorità del proprio luogo di residenza, della sua sicurezza e sacralità. I progettisti ora sono spinti ad immaginare l'architettura come significato, espressione ed usurpazione. L'architettura è vista come impresa ideologica capace di produrre, e proiettare nell'immaginario collettivo, memorie e nascenti identità, ma può anche essere lo strumento d'inconsistenti suggestioni, d'improvvisi cambi d'orientamento, di problematiche oscillazioni tra le due diverse condizioni del familiare e dell'estraneo.
Un ultimo interessante punto toccato nel libro è il ruolo esercitato nei recenti anni dallo strumento digitale, che ha incluso il virtuale e il transitorio tra i materiali correnti del fare progettuale. Esso ha prodotto, da un lato, la standardizzazione della produzione architettonica e dall'altro, attraverso Internet, l'ha trasformata in una componente della cultura comunicativa, «[...] nel senso in cui agiscono gli studi di Hollywood nell'industria dell'intrattenimento o domina McDonald nel settore del fast food» (6).

Note

(1)  Gli autori dei saggi sono: Arif Dirlik, Gordon Mathews, Hajime Yatsuka, Deborah Hauptmann, Fredric Jameson, George Ritzer, Sylvaine Bulle, Ruth Baumeister, Nezar AlSayyad, Aldo Aymonino e Valerio Paolo Mosco, Sang Lee, Diego Barajas.
I personaggi intervistati dalle due curatrici (con l'aggiunta di Jörn H. Gleiter), sono: Robert Venturi e Denise Scott Brown, Arata Isozaki, Paolo Desideri, Frederic Schwartz, David Chipperfield, Cecil Balmond, Ettore Sottsass, Rem Koolhaas.
(2) Sang Lee e Ruth Baumeister (a cura di), The Domestic and the Foreign in Architecture, 010 Publishers, Rotterdam 2007, p. 13.
(3) Ivi.
(4) Ivi.
(5) Ibidem, pp. 13-14.
(6) Ibidem, p. 17.

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
COSTANZO Michele 2008-01-10 n. 4 Gennaio 2008
 
Hortus

Lo spessore della città

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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Valle Giulia Flickr

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Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

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