L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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scritti_broccoliSperimentare in vivo

Flessibilità come parametro di accountability nella costruzione del progetto

Eugenio Arbizzani

Non serve a niente progettare utopie perché lo sviluppo può solo derivare dall’esperienza pratica

Jean Prouvè

arbizzani 02 tNella visione progressista il progetto di architettura è sempre stato inteso come campo di ricerca e sperimentazione per la verifica a priori e a posteriori delle sue qualità di adeguatezza nel tempo alle esigenze dell’utenza e della sua capacità di rispondere a canoni etici oltre che estetici. Per tale fine l’inscindibilità fra pratica e ricerca (Simon, 1973) rappresenta ancora per i nostri tempi un paradigma non sempre universalmente accettato.

L’etica dei principi e l’etica della responsabilità (Weber, 1991) divengono nella sperimentazione progettuale contemporanea i fondamenti della “accountability” del progetto. Il progettista rimane soggetto indipendente nella declinazione dei propri principi, ma allo stesso tempo si fa responsabile delle proprie azioni; dovendo informare, rendere conto verso le aspettative sociali sottese all’opera da realizzare

Nella governance del settore pubblico nel concetto della accountability è insito il concetto della possibilità di essere sanzionati rispetto alle decisioni operate (Mulgan, 2000). Nella pratica dell’architettura la sanzione per il progettista è prevista in limitatissimi casi: di colpa grave o di inadempimento capace di causare eventi catastrofici nell’uso delle opere realizzate (1). Solo l’orizzonte storico è deputato a determinare la fortuna critica o la reputazione sociale di opere di architettura che sono state in grado di incidere fortemente – nel bene o nel male - sulla cultura architettonica del proprio tempo e in quella a seguire.
Il principio della accountability potrebbe essere utilmente applicato all’operato dei progettisti in quanto le opere di architettura sono poste al servizio della collettività, realizzate con il suo contributo. Occorre allora indagare sull’opera in uso, per verificare le qualità effettivamente espresse nell’esercizio, la loro flessibilità e la adattabilità al mutare delle esigenze, e per evidenziare quali disfunzionalità si sono eventualmente verificate, quali le cause, se prevedibili o meno in fase progettuale e realizzativa, infine quali conseguenze trarre per il miglioramento delle pratiche progettuali e della cultura del progetto costruibile.
Attraverso l’analisi a posteriori delle opere di architettura la ricerca progettuale è tesa a declinare principi e prassi della flessibilità in uso, vista quale parametro di accountability del progetto; dovendosi confrontare con le esigenze della committenza, le risorse disponibili, i vincoli imposti, i principi estetici ispiratori del progettista e gli eventi - prevedibili o meno - che si manifestano nel suo ciclo di vita (Losasso, 2011).
La analisi condotta a cinque anni di distanza dalla entrata in esercizio dell’Ospedale della Media Valle del Tevere, ha consentito di verificare quali strategie di flessibilità hanno dimostrato efficacia e dove possono essere tratti elementi di conoscenza nell’ottica del miglioramento continuo.
Realizzato fra il 2007 e il 2011 nell’ambito del piano sanitario regionale in sostituzione di due preesistenti presidi ospedalieri, il nuovo ospedale è stato localizzato in posizione baricentrica rispetto al bacino di utenza di riferimento, in prossimità della superstrada E45, facilmente collegabile con gli ospedali regionali di Perugia e Terni.
A monte della progettazione preliminare gli obiettivi posti dalla committenza nella definizione del modello a attuarsi erano:
- la centralità dell’umanizzazione e della socialità delle persone;
- la integrazione con il territorio e la continuità assistenziale;
- la efficacia e la affidabilità di risposta della struttura nella organizzazione del percorso assistenziale del paziente;
- la flessibilità e la appropriatezza finalizzate al corretto uso delle risorse e alla capacità di adattarsi alle richieste di innovazione.
L’organismo ospedaliero realizzato è quindi il frutto di un progetto che ha posto fra i propri principi ispiratori la necessità di garantire flessibilità in esercizio e minimizzazione dei costi per una struttura sanitaria - quale l’ospedale territoriale - in continuo divenire, alla luce dei rapporti in rapida mutazione fra strutture di diagnosi terapia e cura di alto livello specialistico e servizi sanitari di prossimità.

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Fig. 1 Ospedale della Media Valle del Tevere a Todi. Pianta del primo livello

A cinque anni dall’entrata in esercizio sono indagati i risultati delle scelte progettuali e costruttive operate, attraverso la verifica delle destinazioni d’uso attuali, della funzionalità in esercizio e delle nuove esigenze manifestatesi, sintetizzabili in una valutazione di soddisfazione del cliente. Il lasso di tempo trascorso consente una prima verifica, di breve periodo, ma comunque significativa alla luce delle continue modificazioni che si susseguono nell’assetto del servizio sanitario del Paese. È stato quindi possibile ripercorrere le strategie e le scelte adottate nel progetto operando a posteriori una classificazione in relazione agli orizzonti di contesto prevedibili e a quelli che, seppure non prevedibili, si sono comunque considerati per rendere possibile una risposta nel lungo periodo.
Le principali variabili di contesto assunte hanno riguardato:
- modifiche normative nella programmazione sanitaria regionale e nazionale;
- modifiche nella organizzazione dei protocolli sanitari;
- modifiche nella evoluzione delle tecnologie biomediche ed elettromedicali;
- modifiche nei comportamenti e nelle esigenze dell’utenza;
- modifiche del contesto ambientale, fragilità e vulnerabilità agli eventi.
Le principali variabili di sistema considerate hanno riguardato:
- flessibilità spaziale e tecnologica;
- obsolescenza delle opere e degli impianti.
Di seguito una sintesi della analisi critica delle scelte operate.
Sul dimensionamento complessivo. Il presidio ospedaliero è stato dimensionato per un totale di 120 posti letto richiesti al momento del progetto. La possibilità di un incremento nella dotazione di posti letto, in relazione a futuri scenari di ulteriore sviluppo delle reti cliniche integrate con l’alta specializzazione delle strutture hub regionali in regime di emergenza urgenza e la maggiore diffusione periferica dei PDTA (percorsi diagnostico terapeutici assistenziali) programmabili nelle strutture spoke, ha condotto alla scelta di un modello edilizio che potesse consentire nel futuro - senza modifiche all’esistente - l’incremento di un corpo di fabbrica integrato nell’organismo edilizio e la predisposizione di centrali impiantistiche modulari e di reti di distribuzione principale già adeguate per futuri incrementi. Ad oggi tale evenienza non si è manifestata, (ciò anche alla luce del trend in diminuzione delle degenze medie). È attualmente in corso la realizzazione di una struttura di degenza sanitaria assistita nel territorio e al momento l’ospedale sta operando- a struttura invariata - come polmone provvisorio ospitando un piccolo nucleo di RSA (10 posti). Ciò si è reso possibile con lo spostamento in altro corpo di fabbrica del servizio di cardiologia riabilitativa
Sulla organizzazione e la distribuzione tipologica. Il progetto ha adottato quattro criteri di scelta:
- una maglia strutturale unica per tutto il presidio di 750 x 750 cm., adottata sia nei padiglioni di degenza, che in quelli di diagnosi e terapia, che nel percorso longitudinale di collegamento principale;
- una unica altezza di interpiano pari a 450 cm., con la predisposizione di controsoffittature ad altezze differenziate per tipologia di destinazione d’uso;
- la realizzazione di padiglioni a “corte interna”, con il raddoppio di un triplo corpo di fabbrica intorno ad un chiostro di illuminazione e areazione dei locali di servizio, la distribuzione ad anello e un doppio accesso al padiglione;
- la definizione di un organismo edilizio composto di sei padiglioni (cinque realizzati), collegati a pettine su entrambi i lati di un percorso longitudinale multifunzionale che funge da distribuzione differenziata dei flussi di visitatori, pazienti, operatori e merci; da distribuzione principale dei fluidi impiantistici e da ubicazione degli studi medici; corredato da due coppie di ascensori per ciascun comparto (anch’essi differenziati per utenze).

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Fig. 2 Padiglione delle degenze. secondo livello

La scelta della maglia strutturale 750 x 750 ha comportato un sovradimensionamento delle superfici per le aree di degenza, rispetto ad un minimo possibile di 720 x 720 (+ 8%). Mentre il mantenimento della stessa maglia anche per le aree specialistiche di diagnosi e terapia, rispetto ad una maglia di 600 x 600 abitualmente adottata, ha mantenuto uno standard dimensionale in linea con i parametri di best practice. Anche tale scelta è stata adottata nella valutazione di un maggiore grado di flessibilità in caso di cambio di destinazione d’uso nel tempo, oltre che per criteri di maggiore omogeneità strutturale.
Alla valutazione in esercizio la soluzione è risultata corretta per le modifiche che si sono verificate già nel breve periodo: cambi di destinazione d’uso sono stati portati sia nelle aree di degenza sia nelle aree dedicate a funzioni di supporto, non comportando modifiche rilevanti nemmeno nelle partizioni interne e garantendo adeguati spazi di servizio. In particolare il reparto di dialisi ha raddoppiato i posti rene potendo espandersi oltre il perimetro iniziale a discapito del reparto adiacente, senza modifiche di rilievo. Il progetto mantiene uno standard dimensionale ampiamente soddisfacente, ad oggi ancora parzialmente sovradimensionato rispetto a rigidi minimi funzionali. Il leggero sovracosto dell’investimento iniziale e dei costi di gestione viene confrontato con la soddisfazione dei medici e del personale sanitario nell’operare in strutture non “costrette”. Tale scelta non ha ancora impattato su cambiamenti nell’uso e nell’organizzazione di più ampio respiro, prevedibili nel medio periodo.
I padiglioni a corte interna con due accessi separati hanno dimostrato una ampia flessibilità di utilizzazione, potendo ospitare diverse funzioni, anche differentemente dimensionate: i locali di uso del personale sono tutti illuminati naturalmente e i locali di servizio sono dimensionati adeguatamente anche in riferimento all’organizzazione della logistica in continua modificazione. La dimensione del chiostro interno, con il lato corto di 750 cm. è adeguato per garantire corretta illuminazione fino a due piani di altezza dei corpi di fabbrica.

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Fig. 3 Casa del chirurgo, planimetria a patio, Pompei

Le modifiche di maggiore entità hanno riguardato il Blocco Operatorio, posto al terzo livello del corpo centrale. Il progetto era stato sviluppato secondo il principio di un unico percorso di distribuzione delle sale operatorie, senza la separazione fra sporco e pulito, ormai in via di superamento per la adozione di protocolli che garantiscono - attraverso l’organizzazione e l’utilizzo di dispositivi - adeguati livelli di asetticità degli ambienti. Il blocco inoltre prevedeva la presenza di una sub-sterilizzazione al piano e di una centrale di sterilizzazione al primo livello, direttamente collegata con ascensori sporco e pulito e posta in ottimale situazione logistica per i flussi esterni/interni delle merci. In fase di costruzione le disposizioni dell’amministrazione committente hanno cambiato il modello, richiedendo il ritorno alla separazione dei percorsi al piano. Il corpo di fabbrica non ha risposto a tale livello di adattabilità richiesta ed è perciò stato necessario realizzare un percorso esterno al mediante aggetto del corpo di fabbrica. Anche gli spazi richiesti per la sterilizzazione al piano hanno comportato il sacrificio di aree funzionali strategiche per l’organizzazione, quali la recovery room. A tale fine è ora in progetto la realizzazione della sala di osservazione comportando una certa compressione ed uno stress dell’intero blocco operatorio.

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Fig. 4 Moduli delle degenze e sale operatorie

L’organismo edilizio a padiglioni collegati da spina centrale, sviluppato su tre livelli, si è dimostrato adeguato per una tipologia di ospedale di piccole dimensioni (120-200 p.l.) e a media specializzazione. La differenziazione dei percorsi è rispettata in parte:
- percorso delle merci e degli operatori interdetto al pubblico al primo livello,
- percorso per i pazienti esterni e interni al secondo livello,
- percorso per gli interni al terzo livello,
- percorso dedicato per il pronto soccorso la diagnostica per immagini e il blocco operatorio.
Ciò anche grazie alla adozione di 6 coppie di ascensori e montaletti che riescono a distribuire in maniera differenziata i flussi verticali.
Tale organizzazione distributiva non risulterebbe adeguata per ospedali a più alta intensità di cura che richiedono maggiori differenziazioni anche nei percorsi orizzontali. La mancata realizzazione del sesto padiglione determina tuttora un livello medio di utilizzo degli spazi distributivi. Lo schema semplificato dei collegamenti conserva beneficio per la facilità di orientamento da parte degli utilizzatori e accorcia i percorsi medi point to point.
Oltre alle modifiche del Blocco Operatorio, nei primi anni di avviamento sono state introdotte modifiche significative a due blocchi posti al primo livello: il blocco dell’accoglienza e il blocco dei servizi generali. Una scelta caratterizzante per l’ospedale della Media Valle del Tevere è stata la realizzazione di un padiglione interamente dedicato ai Servizi di Accoglienza per il pubblico, distribuiti su due livelli attorno ad un atrio a doppio volume. La distribuzione interna ha consentito di ubicare al livello dell’accesso del pubblico i servizi di reception, informativi e di accoglienza, ospitando il Cup e l’accettazione, il bar e due locali commerciali (sportello bancario e negozio), oltre ai locali di guardiania e ai servizi igienici. Al piano primo il progetto prevedeva l’auditorium, la mensa, la cappella, e locali per la didattica infermieristica, distribuiti attorno ad un ballatoio. Il percorso degli esterni è stato distribuito attraverso una coppia di scale mobili e un ascensore per disabili e l’accesso diretto al secondo livello a tutti i servizi ambulatoriali e diagnostici aperti al territorio. Il blocco dell’accoglienza è stato pensato per funzionare come “centro civico” per la cittadinanza e tale si è confermato nell’uso quotidiano delle strutture da parte degli utenti del territorio. Dal progetto alla sua messa in funzione diverse aree hanno cambiato destinazione d’uso; eliminata la mensa (e la relativa cucina al blocco adiacente), hanno trovato luogo servizi più propriamente “civici”: una biblioteca, una palestra per la riabilitazione cardiaca, locali a disposizione per attività formative e per le associazioni di volontariato. Data la organizzazione distributiva e il basso livello di complessità tecnologica richiesto il blocco ha esplicitato al meglio le proprie capacità di adattabilità. Nell’ottica della risposta ad eventi calamitosi l’ampio spazio di accoglienza (500 mq) potrebbe funzionare in caso di emergenza per ospitare numerosi feriti (fino a 80) nelle immediate adiacenze dei servizi di diagnosi e terapia disponibili nel presidio sanitario.

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Fig. 5 Interni della hall di accoglienza

Sulle soluzioni tecnologiche per l’involucro e gli impianti. Le soluzioni di involucro esterno hanno visto la realizzazione di un sistema di componenti prefabbricati a scocca di GFRC a protezione e isolamento degli elementi strutturali, e una parete isolata nell’intercapedine con rivestimento esterno in mattoni faccia vista. La realizzazione degli infissi a tutta altezza ha adottato un oscuramento a lamelle di alluminio orientabili e l’inserimento di una pannellatura di rivestimento in legno mineralizzato. I volumi di collegamento fra i padiglioni e di servizio hanno previsto pareti isolate a cappotto, mentre i volumi dei blocchi tecnologici sono stati rivestiti interamente con pannelli di legno mineralizzato. Le soluzioni adottate hanno privilegiato l’aspetto di durabilità e di manutenibilità, contemperando gli aspetti economici. Alla luce dei primi anni di gestione è possibile confermare le scelte adottate, ma rilevando maggiori necessità manutentive dei paramenti intonacati e scelte di dettaglio non sempre efficaci per la protezione delle discontinuità nei paramenti esterni.
La concentrazione di tutte le centrali tecnologiche in un padiglione esterno e la realizzazione di un piano tecnico coperto e protetto sulla sommità del percorso longitudinale principale si stanno verificando scelte efficaci ai fini del risparmio nella produzione dei fluidi e in termini di durabilità e di manutenibilità impiantistica.

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Fig. 6 Vista della corte fra i padiglioni dal fronte principale
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Fig. 7 Villa B, peristilio a doppio ordine, Oplonti

Il secondo progetto analizzato è una nuova sede operativa di una multinazionale di servizi di information technology per oltre 700 posti di lavoro. È stato sviluppato fra il 2013 e il 2015, sulla base di specifiche del committente tendenti alla massimizzazione della flessibilità interna indispensabile per operare secondo gruppi di progetto multidisciplinari in continua mutazione. Il progetto è stato inoltre sviluppato aderendo ai principi del green building e alle specifiche per la certificazione LEED Gold, rigenerando una porzione di area industriale dismessa. Nella attuale fase di avvio della costruzione si sono analizzati i criteri del metaprogetto iniziale (modularità strutturale, allestimenti interni e scansione delle facciate) e i risultati del confronto serrato fra obiettivi, vincoli e risorse, leggibile nella progettazione costruttiva.

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Fig. 8 Edificio per uffici, planimetria corpo A, primo livello

Dati gli obiettivi di workplacement ad alta intensità di occupazione, richiesti per organizzare il lavoro indifferentemente in open space o in uffici confinati, e date le dimensioni e la forma del lotto, l’organismo edilizio è stato organizzato con uno schema distributivo a quintuplo corpo di fabbrica, con una spina centrale dedicata ai servizi (e all’irrigidimento strutturale) e due fasce esterne da allestire a distribuzione e spazi serviti. La dimensione del corpo di fabbrica, di 2140 cm. consente di alloggiare due ampie aree di lavoro contrapposte, la cui maglia strutturale è caratterizzata da luci significative: 720 x 835 cm. Al netto degli ingombri degli elementi tecnici e strutturali di realizza un modulo spaziale, parzialmente aggettante, con superficie utile intorno a 62 mq La superficie modulare, attraverso il posizionamento predefinito delle partizioni, può essere articolata in unità spaziali a open space (62-68 mq), o a locali confinati per un numero di occupanti variabile da 1 a 8 wp (14-49 mq). In particolare, il posizionamento delle partizioni interne – sempre trasparenti - può essere ubicato trasversalmente in 3 diverse posizioni in corrispondenza di ogni interasse e in due posizioni introno alla mezzeria, mentre longitudinalmente è prevista la presenza o meno della partizione trasparente a divisione tra connettivo e area di lavoro.

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Fig. 9 Metaprogetto. Modularità delle partizioni interne e delle pareti perimetrali

La scelta di realizzare un edificio ad elevate prestazioni energetiche e di comfort acustico e visivo ha condotto alla definizione di un sistema di pareti perimetrali esterne misto trasparente/opaco, secondo moduli a tutta altezza di ampiezza 900-1200-1500 mm. I principali obiettivi posti alla base del progetto morfologico dell’involucro sono stati:
- limitazione delle specchiature vetrate entro i limiti richiesti per il comfort di areazione naturale;
- definizione delle aperture cielo-terra per migliorare la percezione visiva verso l’esterno,
- possibilità di oscuramento con schermatura esterna variabile;
- accessibilità delle superfici esterne dall’interno per pulizia e manutenzione;
- variabilità in altezza e in piano del mix dei moduli alternati opachi trasparenti in composizione “libera”.
Le reti impiantistiche e i terminali di distribuzione sono localizzati nell’intercapedine del pavimento rialzato e all’interno della controsoffittatura. Anche in questo caso i criteri di massima flessibilità hanno reso necessaria la predisposizione di una maglia modulare, in particolare a soffitto, che rendesse modulabili i sistemi di climatizzazione di illuminazione e di sicurezza antincendio e, allo stesso tempo, garantisse adeguati livelli di insonorizzazione degli ambienti. Ciò si è reso realizzabile attrezzando ogni asse di possibile posizionamento delle partizioni con fasce tecniche di bandraster di controventamento e barriera acustica.

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Fig. 10 Progetto esecutivo. Modulo tipo delle controsoffittature

Il passaggio dal metaprogetto al progetto esecutivo, sviluppato attraverso l’interlocuzione con differenti aziende produttrici degli allestimenti interni, ha consentito di monitorare ogni scelta in termini di rapporto costi benefici, non solo in fornitura, ma soprattutto relativamente ai tempi e ai costi necessari per le operazioni di riallestimento nel tempo. Il risultato finale della mediazione costi-benefici e i vincoli imposti dalle integrazioni impiantistiche ha condotto ad una semplificazione del sistema, riducendo da 8 a 5 le possibili posizioni delle pareti trasversali per ciascun modulo strutturale, riducendo del 30% il posizionamento dei bandraster e realizzando pannelli di controsoffittatura di 3 differenti dimensioni rettangolari rispetto ad una unica dimensione quadrata inizialmente prevista. La capacità di riconfigurazione degli ambienti è risultata comunque ampiamente soddisfacente per il cliente.
La fase attuale di rimodulazione degli investimenti aziendali ha consentito una analisi più distaccata del prodotto progettuale e ha coinciso con una fase di ripensamento delle strategie di workplace management. Il progetto iniziale è stato basato sulla necessità di allocare la maggiore quantità di posti di lavoro all’interno della volumetria costruibile. Ma in tempi rapidissimi si sta facendo strada una nuova consapevolezza della opportunità che i posti di lavoro non debbano necessariamente essere assegnati a ogni addetto. Le modalità di svolgimento delle attività aziendali sono ormai ampiamente differenziate e richiedono spazi e dispositivi diversi; spesso non sono svolte all’interno dell’ufficio e sempre più sovente richiedono l’interlocuzione fra diversi soggetti compresenti o meno nello stesso luogo. Il progetto sta quindi nuovamente mutando, a partire dalla ipotesi che per ogni posto di lavoro sia possibile assegnare uno standard di 1,3 addetti. Inoltre si sta via via affermando una maggiore disponibilità alla eliminazione degli spazi di lavoro interclusi, a favore di aree di open space e potendo offrire una maggiore dotazione di moduli di lavoro, riunione, relax, interlocuzione, personalizzati e liberamente fruibili a seconda delle esigenze momentanee. Nuovi strumenti e modelli di gestione di corporate real estate stanno operando trasformazioni nei luoghi di lavoro più radicali di quanto indotto dallo sviluppo della information technology. L’architettura degli edifici può ancora essere uno strumento efficace di risposta per la produttività e la soddisfazione degli utenti nelle prossime sfide innovative.

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Fig. 11 Prospetto longitudinale. Variabilità dell'orditura di facciata

Note

(1) “Se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o colpa grave” (art. 2236 c.c.). Sulla obbligazione “di mezzi” cfr. art. 1655 c.c., sulla obbligazione “di risultati” cfr. art. 2222 c.c.. In ambito penale cfr. artt. 449; 450, 451, 676 c.p.p.

Bibliografia

Simon, H.A. (1973), Le scienze dell'artificiale, traduzione di The sciences of the artificial, ISEDI, Milano
Weber, M. (1991), L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, tr.it. di Marietti, Milano
Mulgan, R. (2000), “Accountability: an ever-expanding concept?", Public Administration, Vol 78 n.3, Blackwell Publishers, Oxford, https://doi.org/10.1111/1467-9299.00218
Losasso, M. (2011), "Il progetto come prodotto di ricerca scientifica", in Techne, 02/2011, FUP, Firenze, DOI: http://dx.doi.org/10.13128/Techne-9929

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
ARBIZZANI Eugenio 2017-12-05 n. 123 Dicembre 2017
 
Hortus

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hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

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