L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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recensioni_verzaAvvistamenti lagunari

Tre padiglioni della Biennale di Architettura 2014

avvistamenti israeleGli scritti di seguito raccolgono alcuni commenti su tre padiglioni della quattordicesima Biennale di Architettura di Venezia che ci sono per diversi motivi apparsi particolarmente significativi. Il tratto distintivo di questa Biennale, tracciato dal curatore Rem Koolhaas, è dato dal fatto che i padiglioni dei paesi partecipanti hanno lavorato ad un tema unico, Absorbing Modernity: 1914-2014. I curatori e commissari sono difatti stati chiamati a proporre ricerche che evidenziassero come, durante il secolo preso in considerazione, ciascun Paese si sia reso protagonista di processi di transizione complessi, per i quali il Moderno "coinvolge incontri significativi tra culture, invenzioni tecniche e modalità impercettibili di restare nazionali".

Dubbio rigore per la Germania

Massimo Dicecca

Cercavamo l'innesto o gli innesti dopo aver varcato la soglia imbuto dell'italico padiglione e tanti ne abbiamo trovati nel vivaio all'Arsenale. Come è ben noto la modernità l'Italia l'ha sempre assorbita a modo suo e tale cromosomica tendenza il padiglione si impegna a testimoniare, col risultato però che nella grande messe di progetti esposti (alcuni eufemisticamente tangenziali rispetto al tema) sia stata la stessa condivisibile idea iniziale ad essere assorbita, lasciandoci il fastidioso alone della sovrabbondanza di messaggi dettata da una più che mai contemporanea condizione del - dover esserci a tutti i costi -. Del resto tanti sono in proporzione gli architetti nella Penisola e molti debbono poter lavorare, come ci ricorda una desolante infografica ad accoglierci in Monditalia. Pur tuttavia un innesto significativo vede protagonista un'architettura di matrice italiana, presso quel padiglione ai Giardini diverse volte rimaneggiato, che titola per la quattordicesima Mostra Internazionale di Architettura, Bungalow Germania. Si parla naturalmente del padiglione tedesco, che nel 1909 fu progettato da Daniele Donghi, uno che con transizioni, innovazioni ed innesti un po' aveva avuto a che fare. Incalzati da Rem Koolhas a impegnarsi nel trovare quei caratteri dell'architettura nazionale di ciascun paese, filtrati da un secolo di catastrofi e continuità, che con la loro mediata persistenza possano aiutare a distinguere l'architettura medesima nella coltre della livellante estetica moderna, i tedeschi non gliela mandano a dire. Anzi, non dicono nè scrivono niente, costruiscono. I commissari del padiglione tedesco, Alex Lehnere e Savvas Ciriacidis, garbatamente teutonici, rispondono alla call di Koolhaas con l'abile mossa di servirsi realmente dei fundamentals, degli autonomi attrezzi del mestiere. E lo fanno per comunicare un'idea, con un atteggiamento progettuale decisamente attento al contesto fisico/architettonico/ambientale. Da più parti s'incensa, al di là di tutto, in una dimensione nietzschiana che travalica ogni bene ed ogni male, l'irresistibile furbizia ed intelligenza dell'architetto olandese, il cui smalto a dire il vero nell'occasione sembra brillare meno del solito (considerata anche una certa, seppur indubbiamente stimolamante, tassonomica compulsività nell'allestimento del Padiglione Centrale), oscurato dalla fulminante lucidità del Bungalow Germania. Lo spunto è dato dall'affidarsi ad una azione semplice, al limite del banale, ed ottenerne azioni di ritorno vieppiù significanti. Sostanzialmente Lehnere e Ciriacidis applicano alla lettera il tema "Absorbing modernity", facendo digerire al padiglione tedesco il Chancellor's Bungalow, decadente paradigma di modernità e rinnovato spirito politico, costruito dall'architetto Sep Ruf nel 1964 a Bonn, allora provvisoria capitale della nazione. Il bungalow fu voluto dal cancelliere Ludwig Erhard: doveva essere la sua residenza ora che la RFT s'era spostata a Bonn, e doveva anche comunicare concetti precisi rispetto al governo che si andava insediando, come gran parte degli edifici in cui il potere si insedia sono tenuti a fare. Invaghitosi dei ranch americani a seguito della visita al presidente Johnson, il cancelliere pensò bene di commissionarne uno anche per lui, senza badare a spese (gli elevati costi e la scarsa atmosfera di gemütlich, qualcosa traducibile come accoglienza domestica tedesca, furono puntulamente sottolineate dal suo predecessore Adenauer), ma con grande attenzione all'idea di disinvolta domesticità, di privato ma non troppo, di sobria trasparenza. Il bungalow era una architettura scenografica, molto bella e calibrata. Lo sfondo ideale per strette di mano, sorrisi ed affari. Lì, la modernità era già media. Finchè il governo non si spostò a Berlino. Svuotato dell'uso, privato del suo elegante senso del privato, nascosto da siepi e cespugli; la musealizzata solitudine dell'edificio si sarebbe specchiata a lungo nelle vetrate alla Richard Neutra. Il bungalow era diventato insignificante. Finchè i due architetti di Bungalow Germania hanno saputo distinguere il suo livello di insignificanza nella gamma di sfumature di numerose altre architetture inutili, apparecchiando cinquant'anni dopo, a Venezia, il definitivo riscatto per lui e per il padiglione tedesco (già fatto a pezzi da Hans Haacke nel '93 in occasione dell'installazione Germania per la 45esima Esposizione Internazionale d'arte). L'architettura moderna retrò viene calata in quella retorica del padiglione, grazie ad una ricostruzione selettiva mirata a far reagire dialetticamente, ma anche a conciliare acutamente, gli spazi dei due edifici. Si possono leggere i principi di una e dell'altra nel momento stesso in cui tendono a fondersi, mentre il visitatore comincia ad aggirarsi per lo spazio con un discreto senso di straniamento. Non c'è scritto niente. Niente che ti indica dove guardare e soprattutto perchè farlo. C'è una casa di quelle che la maggiorparte di noi ha studiato in bianco e nero nelle parti centrali delle Storie dell'architettura moderna, e/o ha visto in qualche foto di Julius Shulman, infilata nel padiglione in modo tale che non si comprende dove finisca uno e dove inizi l'altro, e quale sia di servizio a quale, e soprattutto perchè ci siano regolarmente due uomini di mezza età che con ostentata vaghezza riproducono cinguettii. Un divano si immerge sornione in un muro, restando pur sempre comodo. I due spazi centrali coincidono, svelando le differenze di altezza, ma non è esattamente immediato pensare che quello doveva essere un patio nel vero bungalow. In effetti anche distinguere ciò che è autentico diventa un cruccio: una bussatina sui neri pilastri metallici ci comunica che sono veri. Inganno nei materiali. I fundamentals sono tutti lì, messi così come erano nella città del così com'era (ri-vedi Donghi), ma non sono più gli stessi, stratificati nelle diverse memorie di ciascuno dei visitatori e nei muri bianchi del padiglione, che sostituiscono per qualche mese i lunghi paesaggi modernisti filtrati da moderniste pannellature in legno, sagomate al millimetro: facciate, muri, camino, solai, struttura, servizi, tutti caricati di significati che avevano smarrito o che meglio non avevano avuto, nell'intenso odore di naftalina a Bonn. Avrebbero potuto scegliere tra centinaia di architetture; Lehnerer e Ciriacidis si infilano invece negli interstizi dell'ambiguità, per non dire dell'identità, per non dire dell'architettura, si smarcano dalle letture ovvie, indicando un'altra via: reinterpretano il rigore nazionale con freddezza e divertita ironia. Una serie W140 nera parcheggiata all'esterno se ne sta lì come un segnalibro. Non c'è nessuna schiera di architetti nel padiglione tedesco di quest'anno; solo la ricostruzione di un bungalow modernista che per un po' fu residenza del cancelliere e due tizi che riproducono i versi degli uccelli che si schiantavano contro le trasparenti vetrate dello stesso, non avvedendosene.

Modernità: un bilancio complesso. Il padiglione Francia

Paola Ricciardi

avvistamenti franciaIl Padiglione Francese alla Biennale di Venezia del 2014 risponde al tema proposta da Koolhaas (“1914-2014: Absorbing Modernity”) proponendo una lettura che viaggia su un doppio binario, per restituire un processo non ancora del tutto assorbito dalla contemporaneità e il cui racconto sembra portare più dubbi che certezze: “Modernità: promessa o minaccia?”.
Le quattro sale del Padiglione, quindi, affrontano altrettanti temi inerenti l’avvento della modernità introdotti da una domanda che tende a metterne in luce la doppia valenza: “Jacques Tati e Villa Arpel: Oggetto del desiderio o macchina ridicola?”, “Grandi complessi: una cura per l’eterotopia o luoghi di solitudine?”, “Jean Prouvé: immaginazione costruttiva o utopia?”, “Pannelli pesanti: economie di scala o monotonia?”, e che illustrano le risposte date in Francia dall’architettura, dall’urbanistica, dall’arte, dall’industria, alle questioni del progresso tecnologico, del trionfo della borghesia capitalista, della standardizzazione come risposta alla società di massa.
Come in Monditalia l’atteggiamento verso la modernità non può che apparire problematico, complesso, stratificato su più livelli di lettura (da quelli più propriamente “disciplinari” a quelli sociali, economici, politici) e si avvale quindi anche di strumenti altri, come il cinema. Mentre in Monditalia, però, si parte dai primi anni del Novecento e si arriva fino alla cronaca recentissima, spingendosi a interrogarsi sul futuro (come nei poster di New Narrative for Europe distribuiti gratuitamente a metà del percorso espositivo dell’Arsenale), nel Padiglione Francese si rimane sostanzialmente confinati nell’arco dei decenni centrali del Novecento, un tempo relativamente breve nel corso del quale tutto è cambiato, in Francia e nel mondo, e si sono poste le basi per ciò che oggi stiamo vivendo. Questa differenza mette in luce un’altra, più sottile differenza: se in Monditalia quello che si snoda è principalmente un racconto, in cui la modernità è un modo di essere ancora dentro la contemporaneità, il Padiglione Francese, ponendosi dal punto di vista della prospettiva storica, mette invece l’accento sul punto di vista del bilancio: le domande che pone e che introducono l’esposizione sono quindi domande di un bilancio sulla modernità, a cui – giustamente – si è notato che non si può dare una risposta. O, forse, ancora più giustamente, la risposta esiste ma è per noi fondamentalmente inaccettabile, perché ambigua: la modernità è una promessa e una minaccia, non alternativamente, ma nello stesso momento. Se per Benjiamin la modernità è “il nuovo nel contesto di ciò che è sempre stato”, questo nuovo non può avere che una doppia natura, e le sue conseguenze non possono che essere ignote, probabilmente complesse, contraddittorie, portatrici di conquiste e perdite non scomputabili.
Quando, altrove, nell’Arsenale, Stefano Boeri chiede: “Imparare dai fallimenti, è qualcosa che non riusciamo ad accettare?”, pone una domanda in cui al centro c’è ancora un uomo sostanzialmente moderno, che ha fiducia nel progresso anche se lo vede vacillare sotto i colpi dei fallimenti, e che tenta di trovare una soluzione per rendere anche quei fallimenti sensati all’interno di un cammino diretto verso un futuro migliore. Ma se questo cammino non dà nessuna certezza di riuscita, o meglio, se il fallimento potrebbe essere la meta e non l’accidente, possiamo essere capaci di intraprendere comunque la strada? Di accettare che il fallimento è insito nell’atto stesso del nostro proiettarci verso il futuro, del nostro essere moderni? Possiamo, con Koolhaas stesso, “riconoscere che costruire significa alla fine – per terribile che sia – continuamente accettare, transigere»?

City with no Children. Il padiglione Israele

Michela Romano

avvistamenti israeleI would sum up my fear about the future in one word: boring. And that's my one fear: that everything has happened; nothing exciting or new or interesting is ever going to happen again. The future is just going to be a vast, conforming suburb of the soul.

J.G. Ballard       

La scrittura reiterata sulla sabbia di brani di città manifesta qualcosa di ipnotizzante e di sedativo che attrae il visitatore.
Questa è la prima, potente impressione che si ha entrando nel padiglione, che porta a chiedersi quale sia il processo che la forma e la fa emergere con tanta efficacia.
Innanzitutto va considerata la metafora in primo piano. I frammenti presenti all’interno del padiglione possono essere letti infatti come un racconto, una narrazione simbolica del territorio di Israele, un rapporto conciso di una situazione fisica e temporale piuttosto ampia. Questa metafora conferisce all’opera un taglio poetico, e dunque costituisce l’imprescindibile momento retorico con cui bisogna immediatamente confrontarsi. È un complesso atto cognitivo richiesto alla coscienza dell’osservatore.
A raccontarci questa storia, quattro pantografi a controllo numerico, grandi, massivi, senza margine di errore, militari; e fogli di sabbia candida, fine, senza confini.
Questa esiguità materiale è portatrice di una notevole carica espressiva. Nei brani di città si condensano tempo e spazio in un solo istante e in un solo luogo, come se tutto continuasse a succedere sotto quella sospensione letterale del tempo.
La parte audio completa la narrazione attraverso la riproduzione di musica automatica, generata dalle stampanti durante il disegno dei modelli, come fossero grandi carillon.
Percepire tale sintesi è l’atto importante che l’istallazione ci richiede, necessario a stabilire quella complicità emotiva tra fruitore e opera che non riguarda la comprensione razionale ma un sentire che solo un’immagine poetica, come la metafore, sa dare.
E questa particolare forma metaforica manifesta con spiazzante chiarezza il confronto tra volontà progettuale e realizzazione, in cui la dinamica della reiterazione che non giunge mai a fissare il testo esprime risultati frustrati: il modernismo assorbe l’identità della città nel momento in cui la città assorbe il modernismo, è un artificio di omologazione in cui il contesto viene annichilito in una tabula rasa da rimodellare.
La piattaforma ideale per la pianificazione modernista viene riportata visivamente alle diverse scale del progetto, dal territorio al quartiere, fino al singolo edificio.
I curatori Roy Brand e Keren Yeala Golan hanno affermato:

We have four sand printers, we called them sand printers because those are really machines, automatic machines that carve, draw scenarios from one hundred years of modernist construction in Israel, they draw them on sand and then erase them and then draw new ones again and erase them in a repeated automatic structure.

La sovrascrittura temporale di uno spazio fisico sempre uguale lascia infatti trasparire la fragile occupazione del territorio da parte dell’uomo, che forse, riesce a dominarlo soltanto hic et nunc, imponendo con forza e precisione, come mostrano cristallinamente le macchine 3d, una volontà fondativa che è destinata a rimanere effimera.
Quindi comprendiamo che c’è qualcos’altro, un sostrato connettivo che salda e domina il complesso osservato:  la storia-racconto si fonde con la questione della Storia nel senso forte del termine.
Non a caso Roy Brand ci spiegano che

So you have printers downstairs that are printing the whole country and the way it was constructed, the spread of New Towns over the new country, the spread of settlements in the new country, and then they erase them and repeat them again. We have one that is doing the same for cities, different cities in the way they were built up as modernist construction; we have one for neighborhoods and one for buildings[…]. We bring sand from the desert in Israel, from the great crater in the Negev desert, which is one of the most ancient place on earth […]. There is something really ancient in the material, but then the construction[…] is very very modernist, a machine, an automatic performance. So you have that kind of mesh also built into the way the installation is working[…]. There’s a belief that Israel was built from the sand, there was nothing before that tabula rasa and we talk about that, about printing something, erasing it and then doing the same motion again, without remembering the history and what was before.

Così il tempo si declina in memoria attraverso l’immagine reiterata dalla macchina automatica. Essa cioè elabora, unitamente all’atto cognitivo dell’osservatore, un unico complesso fenomenico integrante tempo, memoria e immagine, grazie a cui si hanno, insieme, una sensazione di stasi e un sentire dinamico: è un’imprimere una critica storica, nella sabbia così come nella coscienza dell’osservatore.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DICECCA Massimo, RICCIARDI Paola, ROMANO Michela 2014-07-10 n. 82 Luglio 2014
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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