L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Della crisi del progetto, parte II. Editoriale Maggio 2014 PDF

fagiolini«Architetto chiamerò colui che con metodo sicuro e perfetto sappia progettare razionalmente e realizzare praticamente, attraverso lo spostamento dei pesi e mediante la riunione dei corpi, opere che nel modo migliore si adattino ai più importanti bisogni dell’uomo».
Se il mio condirettore Alfonso Giancotti si rivolge, nei momenti critici del ragionamento, agli scritti di Maurizio Sacripanti, io non posso che ritornare col pensiero al più grande libro che mai sia stato scritto sull’architettura: il De re aedificatoria di Leon Battista Alberti.

La stessa definizio di “architetto”, data nel Prologo e riportata qui in epigrafe, incarna la bellezza del pensiero di Alberti, bellezza logica che potrebbe essere riassunta nelle parole dello stesso: «Ogni organismo infatti è composto di determinate parti ad esso proprie; se alcuna di esse viene tolta, ovvero ingrandita o rimpicciolita, ovvero trasferita in una posizione non adatta, avverrà certamente che in tale corpo ciò che nel suo insieme costituiva l’armonia dell’aspetto ne venga guastato» (1). Tanto vale per un corpo naturale o un oggetto architettonico, tanto si potrebbe dire per un ragionamento.
Purtroppo, per quanto possa risultare consolatoria la perfezione del pensiero albertiano, noi non possiamo omettere il fatto che molta acqua è passata sotto ai ponti; che non siamo ancora stati in grado di uscire – realmente – da quella “terra di nessuno filosofica” rivelataci dalla Dialettica negativa. Si potrebbe quasi sostenere che la “Protesta dei post-it” abbia voluto additare la nudità del re nella ricerca – stolta quanto anacronistica e fintamente confortante – di un linguaggio “classico” nello spazio urbano. Non possiamo che condividere il messaggio civile degli studenti milanesi, consci, a differenza dei loro “Maestri”, di quanto inganno si annidi nell’ennesimo colonnato, nella muta esedra, nel retorico anfiteatro. Non si dà oggi architettura – né alcuna altra forma di espressione artistica – senza la capacità di abbracciare il conflitto, sposandone felicemente le contraddizioni.
Tornando ad Alberti, quanto mi ha sempre colpito nella sua formidabile ricapitolazione in due righe di una disciplina complessa come la nostra, è la parità attribuita alla diadi progettare razionalmente e realizzare praticamente. Due termini tanto inseparabili fra loro quanto l’ossigeno e l’idrogeno nell’acqua, oppure Stanlio e Ollio. Impossibile concepire l’uno senza l’altro, sembra scrivere Alberti fra le righe, con buona pace di tutti quanti, ancora oggi, lo liquidano come un semplice “teorico”: non si dà architettura senza praxis.
Fra tutti i numerosi territori di conflitto che caratterizzano la condizione dell’architettura contemporanea, la latenza della praxis rappresenta, a mio avviso, quella che ne altera in maniera più sostanziale lo statuto. Un’intera generazione di progettisti lavora nella consapevolezza che il risultato dei propri sforzi non vivrà né dello spostamento dei pesi né della congiunzione dei corpi di cui parla Alberti. Il terreno di battaglia sarà lo spazio simulato, la carta, l’universo digitale. Come può questo ribaltamento copernicano non produrre un effetto intrinseco sull’ontologia del progettare?
Giancotti sembra suggerire che, a fronte della drastica riduzione degli “spazi del progetto”, è il processo a emergere come forma alternativa di soddisfazione del “bisogno di architettura”. Più volte, dalle pagine di questa rivista, si è ragionato sulle modalità attraverso le quali il processo, scaturendo dal lavoro prometeico dell’architetto, può conquistare dignità pari a quella che un tempo si attribuiva alle grandi opere costruite. Ma l’impressione è che questa, ancora oggi, venga considerata architettura “di serie B”, raramente capace di conquistare il grado di formalizzazione che, di norma, ci si aspetterebbe da un Progetto con l’iniziale maiuscola. Si tratta di un pregiudizio diffuso, difficile da eradicare, anche perché non di rado gli esiti di queste operazioni stentano a trovare una forma di completezza – non soltanto nel senso della formalizzazione architettonica.
Occorre anche osservare che quanto si può intendere oggi, in Italia, come “processo”, differisce notevolmente rispetto a quanto si è storicamente considerato come potenziale apporto positivo al fare architettura. Dare spazio alla “processualità” in architettura significa considerare il momento della formalizzazione come un singolo anello all’interno di una catena ben più lunga, implicando pertanto la necessità di radicare le scelte del progettista in maniera forte, riducendone cospicuamente il grado di autoreferenzialità. Tuttavia, sappiamo bene quanto la catena del processo di trasformazione del territorio, in Italia, sia sconnessa, interrotta, diseguale, caotica, soggetta a pressioni delle nature più varie. Non è un processo che si possa controllare, se non in minima parte: questa sorta di impotenza rappresenta una delle maggiori cause di disagio fra gli architetti.
Nei suoi ormai quasi sette anni di vita, (h)ortus ha registrato il crescente “disagio progettuale” del fare architettura, in Italia e non solo. Sintomatica è senz’altro la distanza che intercorre fra la cronaca della didattica svolta nella rubrica “Il raccolto” – testimonianza del fatto che, ancora oggi, l’istruzione in architettura si concentra in gran parte sul “progetto finito” – e le formulazioni teoriche che parlano, al contrario, di incertezza, incompleto, alienazione del progetto. Persino le opere italiane effettivamente realizzate presentate da (h)ortus sono frequentemente espressione di processi intrisi di una conflittualità difficilmente governabile. Forse, nell’ottica di una doverosa riconsiderazione di quanto e come questa rivista è in grado di fornire un contributo al dibattito architettonico in seno all’università italiana, è necessario che essa valuti la possibilità di un riallineamento, impegnandosi fino in fondo nella cronaca del conflitto: sporcandosi di più le mani nel territorio del conflitto.
Personalmente ho sempre avuto un forte interesse per quanto accade nello spazio reale, di come il progetto incide, mescolandosi con numerose altri fattori che esulano dal controllo dell’architetto, sull’orizzonte fenomenologico di chi i luoghi li abita. Mi pare, tuttavia, che nel frangente attuale una concentrazione sul reale – spazio che per molti versi oggi sembra essere refrattario ad un cambiamento determinato dall’architettura – rischi di far quasi scomparire quanto invece la riflessione teorica degli architetti, costretti ad una afasia del costruito, stanno elaborando. Sarebbe quasi da dire: (h)ortus dovrebbe considerare, come suo principale campo di indagine, l’architettura che non è e non sarà mai. Non necessariamente come missione duratura, piuttosto come doverosa parentesi in un contesto nel quale il produrre architettura reale si fa esperienza sempre più labile.
Nel “gioco di rimbalzi” di questo ciclo di editoriali è a Sara Marini che chiederei di rispondere a questa domanda, peraltro già in parte affrontata nel volume Alter-azioni: quale può essere il ruolo della realtà nel fare architettura oggi?

FDM
Maggio 2014

Note
(1) ALBERTI L.B., L’architettura, IX, 5, trad. di G. Orlandi, Milano, Il Polifilo, 1989, p. 451.

 

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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