L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Per introdurre la terza figura vale la pena ricordare che già Vitruvio nel suo trattato presenta l’architettura come una disciplina trasversale a più saperi. Nel Proemio egli dichiara che l’architettura nasce dalla pratica e dalla teoria. Infatti “…gli architetti che si sono sforzati di conseguire la capacità pratica senza possedere un’educazione teorica, non sono riusciti ad ottenere un riconoscimento all’altezza delle loro fatiche; quelli invece che si sono affidati alla sola teoria e ai libri, mi sembra che abbiano realizzato non la cosa, ma la sua ombra” e che “…colui che si professa architetto deve essere esercitato in entrambi… sarà versato nelle lettere, esperto nel disegno, erudito in geometria, conoscerà la storia, ascolterà attentamente i filosofi, saprà di musica, non ignorerà la medicina, avrà nozioni di giurisprudenza, conoscerà l’astrologia e le leggi del cielo” (9). Con diversi gradi di competenza, dunque, l’architetto dovrà avere una vasta cultura che gli consenta di comprendere nel suo operato le molte ragioni che concorrono a definire da parte di diverse discipline gli obiettivi dell’opera e gli strumenti per la sua realizzazione.
Le raccomandazioni di Vitruvio sono ancora valide? Non a caso secondo Umberto Eco l’architetto è l’ultimo degli umanisti (10).
È noto come il processo di specializzazione delle discipline a partire dal Positivismo e l’inarrestabile dominio della tecnica abbiano profondamente modificato il quadro della cultura e della ricerca, mettendone in crisi proprio la visione unitaria, sino ai paradossi della contemporaneità che bene evidenziano la oramai consumata subalternità dell’uomo al mondo della tecnica da lui stesso generato.
Il campo dell’architettura fa grande fatica a sottrarsi a tale destino. Il suo dominio, così come è stato descritto da Vitruvio, si è frantumato in mille diversi ambiti. È stato progressivamente eroso da altri campi disciplinari o si è autoridotto arrendendosi alla potenza del processo di separazione e di iperspecializzazione in atto. Si sono modificate le figure professionali dell’architetto. Non basta più il solo titolo di architetto, se ne aggiunge un altro a specificarne l’ambito di competenza specialistica (ne portano traccia evidente gli ordinamenti universitari e le qualifiche definite dagli ordini professionali) (11). L’opera di architettura, dall’insorgere della domanda alla sua realizzazione ed alla verifica delle sue qualità con l’attrito dell’uso, ha un andamento regolare. Sia in termini di tempo che di continuità delle prestazioni degli operatori. È frequente che nel corso del processo cambino gli interlocutori che rappresentano la committenza, i destinatari dell’opera, gli enti autoritativi, il budget disponibile, le procedure, le normative, i consulenti e i progettisti stessi. Ci si può trovare all’interno di una traiettoria già tracciata ed eseguirne solo un piccolo segmento. La frammentazione e la disorganicità dei processi è forse più la regola che non l’eccezione. Piuttosto raro è il caso in cui l’architetto abbia la possibilità di seguire l’intero processo. Sicuramente l’opera di architettura è prodotto collettivo. Il progetto architettonico è, in ogni caso, ancora atto di sintesi e l’architetto, anche se lavora con un gruppo di specialisti convocati a bella posta per offrire le proprie competenze alla definizione del programma ed alla conduzione del processo progettuale, è incaricato di fare la sintesi delle ingiunzioni poste dai suoi collaboratori nella forma di uno spazio.
Ma come può darsi tale sintesi? Soprattutto al cospetto della crescente numerosità e della complessità delle varianti in gioco? Come può costituirsi nel campo di tensioni generato dai diversi interessi degli attori e dei destinatari coinvolti nel programma del progetto, nella sua realizzazione, nella sua gestione, nel suo uso presente e nella prefigurazione probabile del suo uso futuro? Come può darsi sintesi tra le ragioni rappresentate dalle diverse discipline che concorrono alla definizione degli scopi del progetto, delle qualità da conferire allo spazio, dei metodi da seguire per progettarlo? L’opera di architettura deve infatti sapersi fare carico di molte e diverse ingiunzioni per soddisfare i suoi molteplici scopi. Ospitare i suoi abitatori, costituire luogo d’incontro, rappresentare l’istituzione che costituisce nell’identificazione di un luogo e di uno spazio dedicati, celebrare la committenza che ne ha deciso la costruzione, corrispondendo per i suoi requisiti alla firmitas, alla solidità cioè della costruzione ed alla sua capacità di proteggere dai fenomeni naturali e di rassicurare difendendo dalle forze ostili, ed anche di durare nel tempo disponendosi ad essere elemento di permanenza e al tempo stesso fattore di evoluzione degli spazi dell’abitare; soddisfacendo l’utilitas, l’idoneità cioè ad ospitare confortevolmente le attività umane suggerendone con le forme gli usi più appropriati o rendendosi disponibile alla libera interpretazione delle sue forme per usi diversi ed imprevisti all’atto del concepimento; conferendo allo spazio la venustas, cioè la capacità di appagare alla percezione (multisensoriale) il bisogno di bellezza.
Sorge qui la necessità di trovare il “giusto” equilibrio tra le diverse ragioni quando, soprattutto quando, siano tra loro divergenti o addirittura conflittuali, come per lo più avviene? Sorge qui la questione dell’equilibrio da conseguire tra le forze in tale campo di tensioni?
Quale sia il punto di equilibrio non è certo cosa facile da definirsi! E l’equilibrio si trova nella sintesi? Cosa si intende con sintesi? Forse, ci viene qui in soccorso l’enunciazione di Edgard Morin (12) a proposito della questione del metodo con il quale affrontare la complessità. E nel progetto architettonico (per non parlare del progetto urbano) certamente si ha a che fare con la complessità. Morin esorta a non annullare le diverse ragioni, ancorché antagoniste, confluenti nella definizione dell’unità dell’opera, sino a farle scomparire del tutto nella superiore sintesi unitaria, ma a creare le condizioni della loro coesistenza, della loro permanenza nel campo generato dall’opera. Un superamento della visione dialettica classica.
Questa concezione è applicabile all’architettura? Ha a che fare con l’equilibrio? Cosa significa? Che le diverse ragioni debbono essere commisurate le une alle altre per poter coesistere in una unità, che debbano cioè essere della stessa forza come in un giuoco di contrappesi, che debbono comunque continuare ad esercitare il loro potere dentro il processo instaurato nella vita dell’opera in se stessa e nel rapporto con il sistema di relazioni con le quali essa entra in giuoco?
La rinuncia ad una vera sintesi, che determini la scomparsa dei fattori costituenti il processo di conformazione e la vita dell’opera, equivale a una rinuncia alla totalità in favore della parzialità? È proprio la parzialità a suggerire la possibilità dello sviluppo. La totalità lo nega. “Una cosa per essere qualcosa deve essere soltanto qualcosa e non tutto” – scrive Georg Simmel nel famoso aforisma della torta (13). È la parzialità, è la perdita di equilibrio che genera la dinamica delle cose, il loro divenire. Una visione dinamica e processuale implica il continuo avvicendamento di stati di quiete e di moto, di equilibrio e di disequilibrio. La forma vuole consolidare l’equilibrio, ma la vità è cambiamento, vuole forzarlo per raggiungere nuove configurazioni. La soluzione consiste nella ricerca di un equilibrio instabile?
La consapevolezza di tale conflitto può orientare le scelte progettuali?
Se si ritiene essere questo conflitto il segreto stesso dell’esistenza questa consapevolezza si fa paradigma cui ricondurre sia l’attività di interpretazione delle cose, e quindi delle architetture, che di azione (14).

Il cammino si fa più pericoloso, ma anche molto interessante. È necessario saper ascoltare, essere pronti ad imbattersi in cose ignote ed impreviste, saper intravedere oltre la superficie o scorgere nella superficie, non temere il frammento, non aspirare alla compiutezza né tanto meno alla perfezione, negare definizioni conclusive, aprirsi… Ci vuole equilibrio per tutto questo, ma si tratta dell’equilibrio dell’acrobata sul filo. L’equilibrio non è da attribuire all’oggetto dell’azione quanto al soggetto. Muoversi nella complessità delle problematiche dell’architettura è esercizio di acrobazia. Lungo il filo si incontrano mille insidie e mille tentazioni, non è facile mantenersi in equilibrio! Cosa può venirci in soccorso? Il pericolo più grande viene dall’esterno o dalla nostra interiorità?
Per mantenerci in equilibrio tra le molte pressioni che ci vengono dalla committenza, dalle normative, dalle convenienze economiche, dalle ingiunzioni imposte dalle esigenze del rispetto di un altro equilibrio, quello ambientale, assai più importante di quello limitato alla nostra opera, come farcene carico senza tradire il nostro specifico obiettivo di fare dell’opera di architettura il dono di uno spazio bello? Come restare in equilibrio tra ciò che suggerisce il buon senso e ciò che ispira l’immaginazione? Come tenere insieme ragionevolezza e fantasia (15)? Come tenersi in equilibrio tra le ingiunzioni imposte dalle dure regole della fattibilità e le ingiunzioni posteci dalla nostra volontà di prefigurazione, tra presente e futuro, tra dato e probabilità? Sarà opportuno sacrificare una parte di noi stessi? Ridurre l’apporto di soggettività nella creazione? Raffreddare il campo delle suggestioni, inibire il sogno, inasprire la disciplina?
Trovare un punto di equilibrio tra le ragioni della realtà quale appare nella circostanza od oltrepassarle nell’azione prefigurativa? Obbedire o trasgredire? Lasciare spazio alla passione od attestarsi su ciò che appare solido perché conforme?
Nel motivare perché l’architetto abbisogni di conoscenze nel campo della filosofia Vitruvio scrive:
“… la filosofia rende l’architetto grande di animo e non arrogante; fa’ sì che egli sia benevolo, giusto, fedele e soprattutto che non sia avido; nessuna opera infatti può essere compiuta davvero senza lealtà e onestà. Ecco gli insegnamenti della filosofia… oltre a ciò la filosofia si occupa della natura delle cose, che in greco si chiama physiologhia, che è necessario conoscere a fondo perché i problemi della natura sono molti e diversi.” (16) La filosofia, dunque, offre l’opportunità di riflettere sul carattere etico dell’operare, e consiglia di prendersi la responsabilità di agire in armonia con l’ethos della società e con la morale. Ma, soprattutto, induce a riflettere sulla natura delle cose in gioco nell’attività dell’architettura. E ragionare sulla natura delle cose è andare ben oltre il loro aspetto e la loro consistenza. Poiché per cose qui si possono intendere non i meri oggetti ma i fenomeni implicati nella sua pratica, intrisi di storie, esperienze, vissuti (17).
L’architettura è chiamata, dunque, a prendersi cura delle cose. Ogni modificazione dell’habitat è frutto di una responsabilità ed una parte non piccola di questa ricade sull’"arte" dell’architettura.

L’equilibrio di cui l’architettura deve farsi carico per adempiere ai suoi compiti ha, dunque, a che fare con l’equità. Quando un’architettura può dirsi giusta? Ben oltre la dimensione della deontologia il mestiere dell’architetto comporta una responsabilità etica. Nei confronti degli uomini considerati come membri della società per la quale opera e che è rappresentata di volta in volta, ma solo parzialmente e circostanzialmente, dalla committenza attiva e passiva (principe e destinatario), rispetto agli uomini compresi come specie in quanto esseri viventi nel medesimo ambiente cosmico in perenne evoluzione, pensati come individui – ci suggerisce ancora Morin. In questa ottica l’equilibrio da conseguire per soddisfare le tre condizioni suddette si fa particolarmente difficile da individuare, raggiungere e mantenere. Ma non bisogna pensarlo come condizione raggiunta una volta per tutte. Sì, forse il segreto di una buona condotta etica è di pensarlo come l’orizzonte, una linea che orienta il nostro cammino, che non si può raggiungere perché si muove con noi.

Note

(1) cit. Leon Battista Alberti, De re aedificatoria: “l’armonia tra tutte le membra, nell’unità di cui fan parte, fondata sopra una legge precisa, per modo che non si possa aggiungere o togliere o cambiare nulla se non in peggio”..
(2) André Wogenscky, L’architecture active, Casterman, Paris 1972
(3) Paul Klee, Teoria della forma e della figurazione, Feltrinelli, Milano 1969
(4) Bruno Taut, Cosa è architettura, 1937, in Roberto Secchi, La fantasia concreta dell’architettura Scritti e disegni, Officina Edizioni, Roma 2007
(5) Dom Hans van der Laan, Le nombre plastique, Leiden, Brill 1960
(6) Alfredo De Paz, Lo sguardo interiore. Friedrich o della pittura romantica tedesca, Liguori, Napoli 1986
(7) Georg Simmel, Rembrandt. Un saggio di filosofia dell’arte, SEI, Milano 1991
(8) Luigi Pareyson, Estetica. Teoria della formatività, Bompiani, Milano 2002
(9) Marco Vitruvio Pollione, De Architectura Libri decem, Studio Tesi, Pordenone 1999
(10 ) Umberto Eco, La struttura assente, Bompiani, Milano 2002: “L’architetto si trova condannato, per la natura stessa del proprio lavoro, a essere forse l’unica e l’ultima figura di umanista della società contemporanea:obbligato a pensare la totalità proprio nella misura in cui si fa’ tecnico settoriale, specializzato, inteso a operazioni specifiche e non a dichiarazioni metafisiche”.
(11) La denominazione tradizionale dell’Ordine degli architetti è stata modificata recentemente in “Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori”.
(12) Edgard Morin, La methode, éd. Du Seuil 1997- 2004
(13) Georg Simmel, Wenig Kuchen, tr.it. Poca torta, in Materiali Istantanee sub specie aeternitatis, in "Aut Aut" n. 257, 1993
(14) Georg Simmel, Il conflitto della Civiltà Moderna, SE, Milano 1999
(15) Roberto Secchi, op. cit.
(16) Marco Vitruvio Pollione, op. cit.
(17) Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza, Bari 2009.

 Il presente saggio è stato precedentemente pubblicato in "Aperture", 2013, 29.

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
SECCHI Roberto 2014-03-25 n. 78 Marzo 2014


 
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hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

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