L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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scritti_broccoliIl talento dell'ambiguità

Complessità e contraddizioni nella Casa del Girasole

Stefano Santoro

santoro moretti t“Il nostro mestiere di architetto è veramente di straordinaria bellezza e noi possiamo dirci benevolmente segnati fra i mortali.” (Fig. 1)
Luigi Moretti

Nel tentativo di cercare l’uomo per comprendere meglio l’opera mi sono imbattuto in una quantità notevole di aneddoti. Storie, immagini e disegni raccolti nelle numerose monografie, articoli e archivi che testimoniano l’intensa attività professionale di Luigi Walter Moretti. Un architetto di assoluta intraprendenza, spinto da una volontà ferrea di contribuire in maniera sostanziale ai mutamenti della società in cui viveva. Questo l’ha fatto spesso ai margini dei dibattiti accademici, nel vivo della realtà economica e sociale del paese. “Uomo di spregiudicata avanguardia eppure di antica sostanza”, come lo descrive Agnoldomenico Pica (1).

Nella dicotomia di quest’affermazione l’autore decifra due aspetti fondamentali della personalità dell’architetto espressa nei due termini: “Spregiudicata avanguardia”, spesso percepibile nelle sue ricerche teoriche e progettuali, “antica sostanza”, tipica degli uomini di spessore culturale che, come lui, cercano nello studio profondo e attento del passato le risposte per costruire il presente. Questa radice antica sembra essere intimamente legata al suo essere romano, alla città in cui è nato ed ha vissuto; Roma con la sua “dimensione”, monumentale e umana al tempo stesso non può non influenzare un architetto.
“Per questo Roma è, più di ogni altra, città monocroma; il suo volto urbanistico prevalentemente, anzi violentemente plastico; il suo modo di esistere soltanto spazio. Plastica di cavi spazi, tra loro composti, risonanti con la plastica delle superfici che li delimitano; secondo una coerenza della Roma classica” (2).
Osservando le parole di Luigi Moretti non si può non individuare l’estrema relazione che esiste tra questa descrizione di Roma e la casa di Via Buozzi: “monocromia”; “spazi cavi” quasi come scavati da un blocco compatto che si contraddistinguono per la loro “plasticità”: una plasticità che non appartiene solo alla composizione ma anche alla vibrazione delle “superfici”, superfici ora lisce ora ruvide che denunciano in maniera evidente il volto di quest’edificio. “Violentemente plastico”. Peculiarità intrinseche all’edificio che sono la “misura” di quel rapporto intelligibile che esiste tra città e progetto.  
La Casa il Girasole è, quindi, intimamente legata a Roma: è stata progettata e realizzata tra il 1947-1950 per conto dell’amico e socio Adolfo Fossataro (nello stesso periodo si alternano altre realizzazioni come la casa per la Cooperativa Astrea a Monteverde Nuovo e le case-albergo in Via Corridoni a Milano). Moretti con quest’edificio sviluppa il tema della palazzina tipo della borghesia romana, tipologia costruttiva che, sopravvissuta al fascismo ed alla guerra, in breve torna ad essere il tipo caratteristico dell’edilizia capitolina (3).
Su di un lotto irregolare e lievemente in pendenza in un’area che contraddistingue bene l’alta borghesia romana, come la Collina dei Monti Parioli, sorge l’edificio (Fig. 2). Il basamento risolve i problemi legati alla pendenza del suolo, mentre la volontà di rispettare a pieno il programma dimensionale porta l’architetto ad operare delle scelte specifiche in termini quantitativi. Infatti la regola diventa, per Moretti, un potenziale in ambito compositivo: osservando le planimetrie si evince come non esista una regola geometrica ordinatrice (se non legata ad assi visivi e di percorrenza) ma il manufatto asseconda la morfologia irregolare del sito: in questo modo il suolo è sfruttato nel pieno delle sue possibilità edificatorie.
Dal punto di vista tipologico l’edificio è organizzato secondo un asse nord-sud e disposto a U intorno ad un vuoto centrale (Fig. 3). Si sviluppa in altezza per cinque livelli e si può accedere alle abitazioni attraverso due rampe di scale: una accessibile dall’atrio principale, l’altra dal garage. I primi tre livelli sono contraddistinti da due abitazioni per piano mentre l’attico ed il super attico sono risolti in un’unica soluzione abitativa. Il vuoto interno (difficilmente percepibile dalla strada) favorisce l’articolazione spaziale dell’edificio, questo è caratterizzato da un atrio e una chiostrina: l’atrio d’ingresso, in bilico tra interno ed esterno dialoga con la strada e la scala assume un ruolo centrale all’interno di questo spazio; la chiostrina, più nascosta e impercettibile, risolve molti problemi distributivi e soprattutto serve a conferire una sostanziale intimità alle singole abitazioni.
Una serie di aspetti progettuali d’interessante criticità sono (Fig. 4): l’orientamento solare degli appartamenti risolto con estrema attenzione collocando a nord i servizi, a sud le zone giorno, a est e ovest le stanze da letto. In questo modo si ottimizza al meglio lo sfruttamento del sole.

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Fig. 01 Studio planimetrico di Michelangelo per la Basilica di San Giovanni dei Fiorentini, Roma Fig. 02 Inquadramento generale dell’edificio visto da Via Buozzi, foto S. Santoro
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Fig. 03 Planimetrie piano tipo-attico-super attico, tratto dal libro Luigi Moretti 1907-1973, Milano, Electa, 2008 e Archivio Centrale dello Stato Fig. 04 Schemi di studio


Il ritmo compositivo: basamento, alzato, coronamento. Obbedisce alla regola classica ma è continuamente sovvertito soprattutto per la maniera in cui sono trattati i diversi ambiti: lo dimostrano il trattamento delle superfici, i volumi in aggetto, i vuoti e i pieni del manufatto.
La modulazione espressiva delle facciate est-ovest dichiara in maniera evidente il dialogo percettivo che s’instaura tra edificio e luogo. Moretti riserva una particolare attenzione a quest’aspetto, presente nei dispositivi spaziali interni delle abitazioni come delle aree comuni.
All’interno la scala di collegamento verticale è strutturalmente indipendente rispetto al resto dell’edificio ed è sostenuta da un unico pilastro che si rastrema verso l’alto.
I materiali di rivestimento sono spesso in netto contrasto tra loro. Questa variazione superficiale è violenta: si passa dall’asprezza dell’intonaco a base cementizia alla levigatezza del materiale lapideo lucido. Inoltre l’uso costante del materiale da rivestimento ha preservato bene l’edificio nel tempo.  
Il distacco critico dei materiali, senza soluzione di continuità, tende a conferire all’edificio una notevole tensione. Gli spazi interni come le superfici esterne sono notevolmente influenzate da questo modus operandi.
Rimanendo nell’ambito degli edifici progettati da Luigi Moretti, ci sono diverse tematiche progettuali che accomunano i suoi lavori contemporanei: la casa per la Cooperativa Astrea (Fig. 5) soprattutto in chiave di lettura tipologica (un edificio più modesto nella scelta dei materiali ma non nella resa formale). Parlando di resa formale, ma soprattutto di astrazione, sono proprio le case-albergo milanesi che hanno in comune con l’edificio di Via Buozzi il taglio verticale presente in facciata (Fig. 6). É solo una similitudine e non un’uguaglianza, infatti, è vero che il taglio verticale definisce il carattere formale e la volontà di astrazione dell’edificio stesso (questo li accomuna) però a quest’aspetto rappresentativo (legato alla figuratività del manufatto) , nell’edificio di Via Corridoni, se ne contrappone un altro tecnologico (“reale” parafrasando Moretti): un progetto di notevole dimensione (come le case-albergo di Via Corridoni) ha bisogno necessariamente di un giunto di dilatazione (4): planimetricamente il taglio in facciata corrisponde a un distacco strutturale. In questo caso ritorna un tema già accennato precedentemente in cui il limite (soprattutto il superamento del limite) diventa un potenziale espressivo, un aspetto interessante se si tiene in considerazione la dialettica realtà-rappresentazione cara all’architetto romano. Nella Casa il Girasole il taglio trova le sue ragioni di esistere soprattutto nella dinamicità dei dispositivi spaziali; le aree comuni acquistano un energico rapporto esterno-interno, un aspetto non trascurabile poichè parliamo di un edificio multipiano per abitazioni.
Prendendo in esame i diversi testi critici che descrivono il progetto, si mettono continuamente in risalto aspetti contrastanti fra loro dove è la stessa contraddizione a essere l’elemento di maggiore risonanza. Peter Eisenman parla dell’edificio come uno dei primi esempi di post-modernismo (5), Kenneth Frampton riferendosi alla Casa il Girasole dice: “The baroque counterpart to the rationalism of Como”. L’edificio di Moretti è ovviamente molto vicino a questi universi intellettuali dotati di notevole complessità e nonostante la vastità di argomenti quali il barocco e il post-modernismo, vorrei mettere l’accento su un aspetto critico in particolare: l’immagine che vediamo (Fig. 7) è una scultura di Henry Moore, Figura Giacente. Utilizzando concetti enunciati da Ernst H. Gombrich (6) la forma espressa in quest’opera ha origine da una ricerca poetica dell’autore: l’intensa dualità che esiste tra la vita e la morte è esplicitata attraverso la figuratività iconografica e la realtà materica, latente, della scultura. L’opera oscilla tra l’essere una figura umana distesa (questo rimanda ad un ampio retaggio della storia dell’arte che parte dall’epoca arcaica) ed una pietra che giace consumata dal tempo (questo è un ambito più sensoriale legato alla materialità nonché spiritualità delle cose).
Senza voler trovare assonanze figurative tra questa e l’altra opera, vorrei invece soffermarmi sull’effetto che provoca questo operare: sull’ambiguità. “Essere ambiguo, variamente interpretabile, equivocità, doppiezza, che non ha un unico significato, che può essere inteso in più modi, che da luogo a dubbi e sospetti”; tutte definizioni da cui si evince come la polivalenza semantica sia intrinsecamente relazionata all’opera che produce ambiguità. Rimanendo nell’ambito dell’argomento trattato e tornando all’architettura cito una domanda scritta da Venturi: “L’edificio per abitazioni di Luigi Moretti ai Parioli a Roma: è un edificio con una spaccatura o due edifici accostati?” continua “ La calcolata ambiguità di espressione si basa sulla confusione dell’esperienza… questo incrementa la ricchezza del significato a scapito della chiarezza del significato” (7).
“Confusione dell’esperienza”, “ricchezza del significato” contrapposte a “chiarezza del significato”: così le riflessioni di Robert Venturi evidenziano l’ambiguità del manufatto. Una scrittura scientifica che cerca la ragione obiettiva delle cose non può non leggere con senso critico l’ambiguità insita in un progetto di architettura, perché quest’ultimo dovrebbe risolvere con sostanziale coerenza le regole interne al suo farsi. Allora la Casa il Girasole è totalmente sbagliata? Arbitraria? Nella vita come nell’architettura la coerenza non ha sempre il sopravvento e a volte con risultati disastrosi, però esiste anche una possibilità di sintesi, rara, in cui complessità e contraddizione sono espresse in maniera eloquente: sembra paradossale ma è come se la contraddittorietà acquistasse una sua chiarezza. Un’isola felice possibile a pochi. All’esperienza, al talento.
Partendo dal presupposto che le complessità e contraddizioni espresse nell’architettura dell’edificio sono un aspetto intrinseco del manufatto progettato da Luigi Moretti: quali sono gli elementi che caratterizzano questa complessità? in che modo sono esplicitati? dove è possibile intuire il limite che intercorre tra regola e volontà di trascendere la regola? Parafrasando lo stesso autore del progetto, tra “realtà e rappresentazione” (due concetti a lui cari che spesso menziona nei suoi scritti della rivista Spazio). Attraverso un percorso fatto per avvicinamenti e allontanamenti si può svolgere un’analisi empirica per visioni: immagini che colgono il progetto in tutte le loro sfaccettature, non per descrivere ciò che già si conosce, ma per capire in che modo sono fatte le cose nel tentativo di rendere un discorso strumentale al fare architettura, al comporre e progettare. 

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Fig. 05 Particolare del prospetto dell’edificio della Casa per la Cooperativa Astrea, tratto dal libro Luigi Moretti Opere e scritti Fig. 06 Particolare del prospetto delle case-albergo di Via Corridoni, tratto dal libro Luigi Moretti. Opere e scritti
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Fig. 07 Scultura Figura Giacente di H. Moore


L’immagine che abbiamo davanti (Fig. 8) mostra l’edificio nella sua interezza; quando lo sguardo abbraccia interamente il manufatto quest’ultimo chiarisce in maniera evidente la sua presenza: massiva e compatta. Ricollegandomi ad alcuni termini utilizzati in precedenza l’aspetto dell’edificio è “violentemente plastico”, tuttavia a questa apparente stereometria si contrappone una complessa articolazione spaziale, quindi la massa dell’edificio viene totalmente sovvertita dalla verticalità (Fig. 9) degli spazi interni (soprattutto in quegli spazi comuni dell’edificio).
La leggerezza compositiva della Casa il Girasole si nota osservando la pianta dell’ingresso e le sezioni (Fig. 10). Quasi come scolpiti da un blocco compatto, gli spazi cavi interni definiscono le molteplici relazioni che intercorrono tra l’interno e l’esterno: il corpo di un uomo che percorre questi luoghi progettati è totalmente influenzato dalla trasversalità visiva che intercorre tra il sopra ed il sotto dell’edificio.
L’atrio, quasi impercettibile, è avvolto dalla penombra così come il taglio verticale della facciata: entrambi mostrano in modo criptico questa realtà spaziale soprattutto se si pensa alla difficoltà di percepire la leggerezza degli spazi interni dall’esterno: un fare architettura che si pone sempre in bilico fra emisferi opposti.
Nel ripercorrere i testi di Luigi Moretti si può trovare un’analogia tra questo operare e il modo in cui egli intende l’architettura: una sintesi ottenuta dalla ricerca continua che unisce “realtà e rappresentazione” (8). Ogni punto del progetto deve soddisfare queste due categorie di pensiero: alla realtà appartengono tutti gli aspetti tecnici, funzionali, tutte le contingenze date dalla realtà della società e del costruire; mentre la rappresentazione dell’architettura è, per Moretti, un fatto espressivo. La foto (Fig. 11) dichiara in maniera evidente la dicotomia che esiste tra le due verità di quest’architettura: la sua facciata che costituisce l’aspetto rappresentativo del progetto, il suo “immaginario collettivo”; la realtà degli interni che si concreta con un’imprevedibile articolazione degli spazi.  

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Fig. 08 Veduta dell’angolo sud-ovest dell’edificio, foto S. Santoro Fig. 09 Schizzo di studio di Luigi Moretti, tratto dal libro Luigi Moretti 1907-1973, Milano, Electa, 2008
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Fig. 10 Pianta dell’atrio d’ingresso-sezione trasversale-sezione longitudinale e schemi di studio, tratto dal libro Luigi Moretti 1907-1973, Milano, Electa, 2008 e Archivio Centrale dello Stato Fig. 11 Vista del prospetto principale e della chiostrina interna, foto S. Santoro


Luigi Moretti, parlando dei “Palazzi Capitolini” (9), osserva come i punti di giunzione e di frattura tra una struttura e l’altra siano segnati con estrema precisione di particolari: questa scelta compositiva tende a evidenziare l’insieme degli elementi che compongono l’edificio, l’effetto che provoca è una “realtà stratificata”. Lo spessore e la sua ricchezza di significato diventano qualità dell’architettura e dello spazio. Tornando alle immagini, questo particolare dell’edificio (Fig. 12) sintetizza bene quanto detto, infatti esiste una dissociazione totale fra tutti gli elementi che concorrono alla conformazione dei particolari: strutture portanti e portate. La cornice negativa che segna tutto il perimetro dell’edificio (Fig. 13) è caratterizzata dall’aggetto di travi rastremate, queste ultime denunciano in maniera evidente la “realtà tettonica” dell’edificio. É ovviamente insita una volontà di chiarezza semantica mentre il basamento si contrappone totalmente a questa regola (Fig. 14).

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Fig. 12 Particolare visto dall’atrio d’ingresso, foto S. Santoro Fig. 13 Particolari della struttura dell’edificio, foto S. Santoro
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Fig. 14 Disegno tecnico della soluzione d’angolo del basamento, tratto dall’Archivio Centrale dello Stato. Fig. 15 Disegni di studio del basamento che affaccia ad ovest, tratto dall’Archivio Centrale dello Stato

 



 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

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