L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Il parcheggio-piazza di Maurizio Sacripanti a Forlì. Storia di passioni e tradimenti.

Alfonso Giancotti

Non accade molto di frequente che un’opera di architettura accenda forti passioni. Le architetture sono soggette ad attacchi molto più che a difese. Capita molto spesso di assistere ad ampi dibattiti su architetture appena completate al fine di discuterne la qualità, ma raramente accade che un progetto accenda la passione e trovi il sostegno di altri architetti, che non siano naturalmente i progettisti. E’ accaduto di recente per difendere il municipio di Fiumicino di Alessandro Anselmi, accade ancora a Forlì per un’opera progettata da Maurizio Sacripanti.
Approfitto di una serie di circostanze per proporvi questo progetto e raccontarvi la storia di solitudine che esso sta vivendo, non propriamente quella solitudine di cui ci ha parlato Rafael Moneo il giorno della sua nomina alla Harvard University.
Alla fine degli anni settanta Maurizio Sacripanti vince il Concorso, bandito dall’Amministrazione Comunale di Forlì, per il progetto del nuovo teatro comunale, da inserire all’interno del convento di San Domenico, e per la sistemazione dell’area antistante.
Come sovente accade in Italia, il progetto incontra un numero elevato di problemi, pur essendo giunto sino al livello della progettazione esecutiva, per trovare “materica” concretezza solo nella realizzazione della piazza antistante il convento e del sottostante parcheggio. L’entusiasmo e l’energia che sempre contraddistingue il lavoro di Sacripanti conduce naturalmente all’elaborazione di un progetto pervaso da una forte “consistenza” architettonica.
Quando ho iniziato a collaborare con Sacripanti, all’inizio degli anni Novanta, il progetto era assolutamente completato in ogni sua parte. Ho avuto modo di studiarlo attraverso la frequentazione con il maestro e ho avuto la fortuna di scriverne quando Bruno Zevi mi offrì la straordinaria opportunità di elaborare, insieme a Renato Pedio, una piccola monografia della sua collana dell’Universale di architettura. Mentre accadeva tutto ciò, poco dopo la scomparsa di Sacripanti, ho avuto l’opportunità di conoscere l’ambiente forlivese quando si è costituito un comitato che ha operato nella direzione di consentire la realizzazione postuma del progetto del teatro, al fine di completare il progetto di Sacripanti nelle modalità con cui era stato concepito in sede di concorso. L’evento che non ha assolutamente alcun precedente, come ebbe modo di osservare lo stesso Bruno Zevi nello scritto che riporterò in conclusione di questo testo, quale nobile supporto critico al valore di questa opera, risiede nel sostegno che, dall’atto della realizzazione del progetto del parcheggio fino ad oggi, hanno fornito gli architetti romagnoli alla proposta di Sacripanti. Naturalmente il tempo, che non sempre è galantuomo, fiacca inesorabile la più tenace resistenza, e prima con un concorso di architettura che “suggeriva” la possibile demolizione del parcheggio, e oggi con il programma “Centro Storico” l’Amministrazione Comunale procede nella direzione di “rivitalizzare” la città senza la minima considerazione del lavoro di Sacripanti. Nonostante la scomparsa di Sacripanti nel 1996, quella di Bruno Zevi nel 2000, c’è ancora qualcuno che sente la necessità di alimentare il dibattito.
Vi propongo allora la lettera che ho ricevuto da Gianpaolo Bassetti di Forlì,  un architetto che non ha alcun interesse personale della vicenda, se non quello di tutelare l’opera di architettura di un collega all’interno del territorio dove opera.


A Forlì incombe il rischio reale che sia demolita la piazza –parcheggio progettata dall’architetto Maurizio Sacripanti negli anni ottanta.

Il “Progetto Centro Storico” si propone di presentare entro dicembre 2007 il quadro strategico con “l’individuazione delle soluzioni progettuali integrate per rivitalizzare luoghi e risorse locali”.
Tra queste è previsto un “progetto cardine” caratterizzato da una forte “matrice culturale” imperniata sul completamento del San Domenico, sulla rifunzionalizzazione dell’ex Convento di Sant’Agostino con un decentramento della caserma della Guardia di finanza, sulla “riqualificazione” della piazza Guido da Montefeltro “ripensata nella nuova prospettiva scenica, funzionale e di relazioni”.

Tutto ciò sta avvenendo nell’indifferenza totale per l’opera di Sacripanti, espressione straordinaria di una ricerca aperta, senza schemi e conformismi, di un senso dell’architettura moderna come passaggio complesso – vissuto anche come rifiuto di una architettura commerciale – dalla tradizione al futuro nella dimensione di un immaginario virtuale delle configurazioni spazio – temporali in sintonia con la natura del luogo .

Non a caso il commento di Bruno Zevi nell’Espresso del 10/9/1989 “Quando parcheggiare diventa uno spettacolo”.
Un intervento impegnativo, quello progettato da Sacripanti, rivolto a ricucire un grande strappo – vuoto urbano di migliaia di metri quadrati attraverso una piazza – parcheggio  non divisibile, di grande complessità nelle stesse soluzioni tecnologiche e strutturali variabili e non ripetitive, un parcheggio che non sparisce coperto dalle auto in sosta ma le avvolge ordinandole in una rete di cornici di cemento, un unicum nel linguaggio architettonico dall’interazione organica tra funzione, struttura e forma.

Una città dovrebbe essere vista criticamente come l’espressione differenziata delle sue trasformazioni, anche conflittuali avvenute nel tempo, che “segnano” le sue diverse parti, i luoghi e gli spazi, arricchiscono la stessa percezione cognitiva ed affettiva, i valori di riferimento ed i legami dei suoi abitanti con la dimensione dell’abitare e con la storia urbana nei passaggi tra passato, presente e futuro ( se consideriamo Forlì dalle origini romane allo Stato pontificio, all’occupazione napoleonica ed al Regno d’Italia, al ventennio fascista, al 900 industriale ed alla ricostruzione, ecc.).

Perché si vuole annullare della storia recente della città quella intelligenza collettiva , espressione significativa della modernità novecentesca, che caratterizzò un confronto politico – culturale  impegnativo, la vita, le passioni ed i sogni impressi dal progetto di teatro di Sacripanti nell’area del San Domenico rispetto al futuro assetto urbano?

Perché non reagire adeguatamente alla stessa condizione di abbandono al degrado, di mancata manutenzione permanente del piazzale – parcheggio, affrontando il tema di una mobilità sostenibile – ecco il senso della riqualificazione – anche nel quadro della  valorizzazione dei “confini”, delle “zone di contatto”  con i diversi contesti dei tessuti urbani, di accesso al centro storico e verso il parco urbano?  

Perché “svuotare” l’opera di Sacripanti di ogni suo significato originario  evocandola nell’opinione pubblica (volutamente?) come “il mostro”, il “parcheggione”, nella totale indifferenza per gli stessi miliardi di lire pubblici investiti ( e la dimensione etica del governo della cosa pubblica?), invece di promuoverla a risorsa culturale innovativa ed inedita del territorio forlivese?

E’ inquietante il silenzio attorno a questa vicenda delle forze di governo della città, dei diversi soggetti della cultura e degli ordini professionali, rispetto ad un confronto tra istituzione e poteri forti che pare prevalentemente orientato a soluzioni mercantili più redditizie nella rifunzionalizzazione dell’area e di supporto alle attività museali del San Domenico.

La stessa facoltà di Architettura di Cesena è muta nonostante porti il nome di Aldo Rossi che venne a Forlì con Carlo Ajmonino negli anni ottanta per sostenere Sacripanti nella sua ricerca progettuale creativa.
Forlì è come immagine segnata profondamente dal “fascismo di pietra” del ventesimo secolo.
 Avremo, forse, una lapide ricordo dell’opera di Sacripanti nella logica del piccone demolitore propugnata da Mussolini che nel 1935 ordinava di raccogliere in fotografia gli esterni ed interni degli edifici da demolire per dedicarle ai superstiti nostalgici del colore locale?


Come accennato nelle premesse, mi propongo di presentare il progetto accompagnandolo con un testo di Bruno Zevi dal titolo Quando parcheggiare diventa uno spettacolo, pubblicato su L’Espresso del 10 settembre 1989, ripubblicato su Le Cronache di Architettura edite da Laterza.

La sua scuola è stata quella del razionalismo. Allievo e poi collaboratore di Mario De Renzi, Pier Luigi Nervi, Adalberto Libera, Piero Bottoni e Mario Ridolfi, ha esordito negli anni Cinquanta con alcune abitazioni a Tricarico per il poeta Rocco Scotellaro. Seguono arredamenti e scampoli di “Ina-casa”. Dice: «Non ho mai cambiato il linguaggio senza aver pagato di persona. Tutto il lavoro di un architetto moderno è un progetto del mondo concreto che nasce come necessario sviluppo del passato sottoposto a tensione».
Dopo un traumatico viaggio a Parigi, si dedica ai grandi concorsi: il grattacielo Peugeot a Buenos Aires, gli annessi della Camera dei Deputati a Roma, il Museo di Padova, il Teatro lirico di Cagliari, il Padiglione Italiano all'Expo di Osaka l970. Nove anni fa, la scuola a Santarcangelo di Romagna attesta la sua eretica vena creativa, la capacità di traslare un'immagine dall'ipnosi graficistica alle tridimensionalità volumetriche e ai percorsi spaziali. Infine, il Teatro di Forlì, opera complessa, continuamente ripensata ed integrata nel suo programma, che dal concorso del 1977 è soggetta ad un itinerario in pulsante espansione.
Si trattava di inserire in pieno centro storico, nella piazza Guido da Montefeltro, un auditorium con duemila posti; e di ricucire uno strappo urbano di settemila metri quadrati con un intervento polifunzionale in grado di recuperare gli antichi conventi di Sant'Agostino e San Domenico, connettendoli ai nuovi parcheggi coperti e ai giardini fluviali.
La ricerca di Maurizio Sacripanti sul “luogo magico”, denso di stratificazioni fenomeniche, affiora a livello di panorama civico, nella mobile macchina scenica volta ad automodellare specifiche cavità per piccoli spettacoli e a sfociare nella piazza con un processo di dilatazione. La piastra a varie quote, contenente garages, servizi ed attraversamenti pedonali, possiede un valore estetico autonomo. Quando questo schema non mimetico, originale, figurativamente coraggioso è stato attaccato da un'insulsa stampa, sessantacinque professionisti di Forlì, Cesena, Rimini, Modena e Ferrara sono scattati a difenderlo, evento senza precedenti. «Questo è il primo comune italiano che si preoccupa di costruire un vero parcheggio, in un disegno concepito esplicitamente per l’auto e per l'uomo che la usa».
Ha sempre scelto l'aggressività dell'avanguardia, rifiutando ogni spurio compromesso ambientistico. Detesta l'irresponsabile evasività del Post-Modern: «Il conformismo con cui tale operazione viene condotta impone di situarmi senza equivoci tra coloro che da questo tipo di tendenza sono sconcertati e indignati, cioè ne riconoscono l'inganno. Che è soprattutto nella perversa terapia: capitelli, archi, colonne e via dicendo. Il pasticcio sta nell'usare elementi noti della nostra storia appiattendoli “a memoria dei balocchi”, dove tempo e spazio vengono annullati».
Sacripanti ha un acuto senso della mutazione artistica, tecnologica e mentale. Con il '68, sostiene, «abbiamo perso i limiti che avevamo dogmatizzato». Ogni loro riproposizione gli sembra anacronistica, «sfatata dalla realtà».


Vorrei concludere, pur non celando il profondo e personale coinvolgimento emotivo per la riconoscenza verso Maurizio Sacripanti, al quale devo la mia giovane formazione come architetto, auspicando che questo articolo possa permettere, in qualche misura, di rompere il silenzio sulla vicenda.
Per un mestiere che suscita sempre meno emozioni, sarebbe un piccolo ma significativo segnale di vitalità.

 

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
GIANCOTTI Alfonso
2007-12-13 n. 3 Dicembre 2007
 
Hortus

Lo spessore della città

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

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hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

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