L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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recensioni_verzaGiovanna Borasi, Mirko Zardini (ed.)

Action

What you can do with the city

Federica Fava

Action copertina«Tutte le cose hanno la loro peculiare bellezza e una loro missione. Il ciliegio ha la sua bellezza particolare, il susino la sua delicata fragranza, i fiori di pesco hanno il loro bellissimo colore e le albicocche il loro sapore speciale»

Daisaku Ikeda

Se per esprimere la loro bellezza tutte le cose hanno bisogno di uno spazio e di un tempo adatto per raccontare la propria storia, la ricerca Action. What you can do with the City, curata da Giovanna Borasi e Mirko Zardini nel 2008 all’interno del Canadian Center of Architecture, rappresenta un incoraggiante esempio della volontà del genere umano di manifestare il suo pieno potenziale.

La mostra infatti raccoglie 99 azioni che, nel loro essere apparentemente marginali, funzionano da dispositivi capaci di stimolare cambiamenti positivi nella città contemporanea, mostrando con chiarezza la potenzialità che coinvolgimento personale e partecipazione possono avere nel modellare la città.
Nonostante il costante impegno delle strategie di pianificazione verso il livellamento e l’omologazione dello spazio urbano, la volontà dei cittadini di affermare le proprie differenze ha continuato a resistere imperturbabile fino trovare nei resti dello stesso sistema che la negava, il terreno adatto per fiorire. Non essendo considerate portatrici di profitto, le quattro azioni intorno alla quale è organizzata la ricerca, walking, playing, recycling, gardening, trovano la loro realizzazione nella trasgressione degli spazi e dei tempi intermedi della città «by negating the form that society expects of it» (1).
Nella convinzione che «the resources we will need for upgrading are probably all in the place» (2), si afferma così un modo di fare architettura lontano da utopie irrealizzabili ma, al contrario, fortemente radicato nella concretezza della realtà. Il fallimento delle idee nate dal mondo intellettuale ha infatti fatto sorgere in maniera sempre più insistente nuovi interrogativi che mettono in discussione idee e convinzioni prestabilite. Attraverso l’azione di chi è semplicemente pronto per farlo(3), questa ricerca risponde così in anticipo alla domanda che Aaron Y. L. Lee si pone qualche anno dopo osservando le architetture illegali di Taipei: «Who has the right to defining life?» (4).
Riservare un luogo utile ad esprimere la creatività “popolare” è infatti essenziale per rivitalizzare la città attraverso esperimenti che prendono vita nella prosaicità del quotidiano. Queste esperienze nate dal basso dimostrano perciò un cambiamento sostanziale nel ruolo che l’architetto assume nella progettazione della città. Mentre sociologi, antropologi, attivisti e semplici cittadini si uniscono per progettare il proprio ambiente, l’architetto si trasforma infatti da dittatore a direttore di uno spazio dinamico (5).
La necessità di trovare risposte immediate alle richieste di adesso sposta inoltre l’attenzione dalla questione della corrispondenza tra forma e funzione a quella dell’uso. «Can this be used? Can that be used?» (6) diventano perciò le domande principali mentre si indagano le questioni originali del progetto con l’intenzione di innescare quella creatività innata che sa stabilire insolite quanto efficaci relazioni tra le parti.
Queste esperienze rappresentano quindi il risultato di un modo differente di osservare l’ambiente; se spazio, materiali e necessità convergono in uno stesso luogo allora perché aspettare? Come dimostra il progetto Reclaim vacant lot with what city’s got realizzato da Recetas Urbanas in un sito vacante di Siviglia, sei mesi di tempo e delle semplici barriere per il traffico possono diventare materiali preziosi per soddisfare, a costo zero, la necessità di uno spazio pubblico per il gioco. Quello che più serve per realizzare un dispositivo attivo nella città è infatti una nuova creatività che sottintenda una mentalità aperta (7) capace di ristabilire, nel quotidiano, relazioni differenti.
In un momento di forte crisi è interessante inoltre notare come un ragionamento laterale può consentire un risparmio economico nella gestione della città, come accade a Torino, dove la manutenzione di uno dei suoi parchi viene affidata a pecore e agnelli che, con il loro semplice pascolare, fanno risparmiare all’amministrazione fino a trentamila euro.
Mettere in relazione significa quindi fare un sforzo continuo verso l’unità, esaltando al tempo stesso l’eterogeneità delle parti che la compongono: questa tensione tiene dunque insieme gli atti di ribellione raccolti nel testo, che essenzialmente raccontano il legame imprescindibile tra collaborazione e creazione di un futuro differente. Come dimostra ReBuilders, progetto lanciato da Green Worker Cooperatives Source, povertà e mancanza di risorse possono infatti essere oltrepassate attraverso un impegno condiviso e un uso creativo dell’ambiente urbano. In questo modo i rifiuti del South Bronx si trasformano nella fortuna di una classe disagiata, creando nuovo guadagno e lavoro.
Rileggere questo testo a distanza di cinque anni dalla sua prima edizione, durante i quali una crisi sociale, economica e ambientale continua a perdurare, ci costringe a focalizzare ulteriormente l’attenzione sull’urgenza di cambiamento che queste azioni manifestano. L’eccessivo controllo insieme alla volontà di “fare ordine” su un sistema così vitale e “passionale” come quello della città, non poteva infatti che rivelarsi un’illusione.
Le 99 azioni qui raccolte testimoniano quindi la forza di una spontaneità che non essendo intenzionata a placarsi è necessario assecondare per consentire a ogni cosa di esprimere il suo reale valore. Nel fare un passo indietro anche l’architetto può dunque ritrovare il suo posto e, credendo ancora nella possibilità di realizzare insieme un futuro migliore, aggiungere l’azione mancante per ottenere un pieno e soddisfacente 100.

Note

(1) Tschumi B., Architecture and Disjunction, Cambridge-Massachusetts, The MIT Press, 1994, p. 77.

(2) Hamdi N., The placemakers’ guide to building community, London-Washington, Earthscan, 2010, p. 35.

(3) Borasi G., City 2.0, in G. Borasi e M. Zardini, Action: What you Can do With the City, Montréal, Sun Publishers, 2008, p. 21.

(4) Lee A. Y. I, The Poetry and soul in Illegal Architecture, in W. Shu e H. Ying-Chun, Illegal Architecture, Taiwan, Garden City Publishers, 2012, p. 5.

(5) Van Nieuwenhuizen J., Thoughts on Cradle to Cradle and Superuse in Dynaspace, in G. Borasi e M. Zardini, op. cit., p. 119.

(6) Tsukamoto Y. – Kaijima M., A View from Tokyo: Recycling the Built Environment, in G. Borasi e M. Zardini, op. cit., p. 127

(7) Camponeschi C., The Enabling City: Enhancing Creative Community Resilience, [on line] Avaiable at: http://www.getresilient.com/article/41 [accessed: 12/02/2013], 2012

 

Autore Giovanna Borasi, Mirko Zardini (a cura di)
Titolo Action. What you can do with the city
Editore Sun Publishers
Città Montreal
Anno 2008
Pagine 239
Prezzo
ISBN 9780920785829 

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
FAVA Federica 2013-05-22 n. 68 Maggio 2013
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

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cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

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