L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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architetture_cipollaLa Città della Scienza di Bagnoli

Pica Ciamarra Associati

Roberta Causarano

causarano citta scienza tIl recente incendio della Città della Scienza a Napoli non ha distrutto solo un’importante realtà culturale e scientifica, un centro di eccellenza che era stato in grado di rivitalizzare un’area degradata come quella di Bagnoli, ma ha anche cancellato un’architettura significativa nel panorama architettonico italiano dell’ultimo decennio, un’opera che, a partire dal recupero di un’area degradata ma ricca di memorie e di storia, era riuscita a lasciare un segno contemporaneo conciliando esigenze di sostenibilità ambientale e rispetto per le testimonianze del passato.

Tra i progetti più importanti realizzati dallo studio Pica Ciamarra Associati nell’ultimo decennio, la Città della Scienza di Bagnoli rappresenta una tappa significativa all’interno di un lungo percorso progettuale che, iniziato negli anni Sessanta, si è sempre caratterizzato per la grande attenzione agli aspetti paesaggistici, ambientali e bioclimatici dei luoghi con cui le architetture si relazionano (1); temi affrontati anche nella vasta produzione teorica di Massimo Pica Ciamarra che, nei suoi scritti (2), porta avanti un’idea di architettura profondamente radicata nel contesto, l’idea di interventi concepiti sempre come frammenti di un sistema più vasto, al fine di costruire nuovi paesaggi in cui «captare quanto preesiste e coinvolgerlo in un nuovo gioco di relazioni» (3) introducendo qualità inedite nell’ambiente preesistente.
Anche nel caso della Città della Scienza Pica Ciamarra realizza un intervento radicato nel contesto: un progetto a scala urbana che, attraverso il recupero di edifici esistenti e l’integrazione di nuove architetture, recupera un’area caratterizzata, oltre che dalla presenza di importanti testimonianze storiche del passato industriale di Bagnoli, anche dall’elevato valore paesaggistico e ambientale.
Il progetto nasce, infatti, alla metà degli anni Novanta, quando la Fondazione IDIS (Istituto per la diffusione e la valorizzazione della cultura scientifica) entra in possesso di sette ettari nell’area di dismissione industriale di Bagnoli occupata da una serie di padiglioni appartenuti a una fabbrica della metà dell’Ottocento, la Vetreria Lefevre. Nel 2001 apre al pubblico la prima parte del progetto, il Museo Vivo della Scienza, mentre nel 2003, con l’inaugurazione del B.I.C. (Business Innovation Centre), del Centro di Alta Formazione e dello spazio Eventi si chiude una prima fase del recupero di questa parte dell’area, ancora in corso con il Museo del Corpo umano, in cantiere dal 2007 (4).
Da una parte il tema della ridefinizione architettonica di un paesaggio degradato, di un vasto vuoto che segna la forma della città e del paesaggio, pone la necessità di intervento che, nel rispetto della stratificazione prodotta nel tempo dagli usi, persegua l’obiettivo di ricostruire un nuovo paesaggio; dall’altra il recupero di manufatti di archeologia industriale si inserisce nel dibattito sul tema del restauro e riuso di edifici storici, affiancandosi ad altri interventi che hanno caratterizzato recentemente la politica culturale della città di Napoli: il restauro di alcuni padiglioni del quartiere fieristico di epoca fascista della Mostra d’Oltremare (5), due edifici del centro storico destinati all’arte contemporanea: il PAN (6) e il MADRE (7).
Dal punto di vista funzionale, poi, la Città della Scienza di Bagnoli si colloca a livello internazionale come un museo scientifico di nuova generazione, un’evoluzione del sistema di comunicazione pubblica della scienza a un pubblico di non esperti, presentando numerose analogie con il Parco della Villette a Parigi: si tratta, in entrambi i casi, di aree dismesse da recuperare, anche se a Napoli la memoria della fabbrica ottocentesca acquista un rilievo maggiore; mentre a Parigi si realizza un’idea classica di museo della scienza e della tecnica, quella di Napoli è una struttura più complessa che prevede, oltre allo science centre, anche un incubatore di imprese, un centro di formazione, un centro congressi, attività multimediali e un progetto integrato tra queste funzioni.
I temi affrontati dal progetto sono, quindi, essenzialmente tre: 1) il recupero di aree industriali dismesse, considerate dal progettista non aree “dure” da recuperare senza modifiche, ma aree “molli”, disponibili alla trasformazione: «tra progetto del nuovo e progetto di recupero non vi è differenza concettuale», afferma Massimo Pica Ciamarra, «ma solo differenza della densità dei vincoli entro cui innovare» (8). I vincoli di un’area industriale dismessa dipendono dal contesto urbanistico, dalla nuova funzione che deve assolvere l’opera da recuperare, dai nuovi valori che, attraverso la forma architettonica, l’opera deve esprimere. 2) L’obiettivo posto dalla committenza di costruire un museo della scienza di nuova concezione, sul modello degli science centre (musei aperti o hands on) dove la scienza diventa spettacolo ed è in grado di coinvolgere il grande pubblico sul modello del parco della Villette di Parigi. In questo tipo di musei l’attenzione viene posta non solo sugli oggetti, ma soprattutto sull’esperienza che stimola il visitatore a diventare attore piuttosto che fruitore passivo del discorso scientifico; questa sfida teorica si traduce in precise scelte progettuali: gran parte della superficie espositiva dell’intero science centre, ad esempio, è dedicata alle mostre temporanee, adattando così la struttura ad esigenze espositive sempre diverse, il museo si configura come uno spazio unitario e insieme diversificato, ricco di oggetti e di percorsi. 3) La sostenibilità ambientale dell’opera: la nuova struttura vuole esprimere, mediante l’architettura, la complessa interazione tra la necessità di comunicare scienza e le «problematiche ambientali, produttive economiche e sociali, con particolare riferimento al mare ed alle singolarità dei Campi Flegrei» (9).
Per questi aspetti il progetto rappresenta anche una sintesi di alcuni temi propri di tutta la ricerca progettuale e teorica dello studio Pica Ciamarra Associati: «priorità a principi topologici, logiche di immersione nel contesto, istanza paesaggistica» (10) sono i principi fondamentali cui si ispira da sempre la ricerca dello studio. Caratteristica del lavoro di Pica Ciamarra fin dall’intervento per l’Università della Calabria, inoltre, è l’uso di una tecnologia attenta al risparmio energetico, all’impiego di materiali naturali come l’acqua, la luce, il vento, il sole, «che entra in modo attivo nella composizione architettonica per contribuire a modellare costruzioni consapevoli, architetture “sensibili” ed “intelligenti”, in grado di indicare, come afferma Mario Pisani, anche una possibile evoluzione del linguaggio, capace di trarre questa disciplina fuori dalle secche del minimalismo asfittico o del decostruttivismo solamente esibizionista» (11).
La parte storicamente più importante del complesso originario era rappresentata dall’edificio orientale, verso la costa, occupato dalla vetreria Lefevre, uno tra i primi edifici industriali della zona. Gli altri edifici, una serie di costruzioni degli anni Venti, sono stati demoliti per realizzare la piazza centrale.
L’edificio della Vetreria è stato recuperato e, non essendo sottoposto a vincolo dal Ministero dei Beni Culturali (12), l’operazione di ristrutturazione e riconversione è stata compiuta con assoluta libertà: sono stati mantenuti i pilastri in laterizio e le capriate in legno, i tamponamenti in muratura di laterizio o tufo sono stati in parte sostituiti con chiusure vetrate con lo scopo di aprire le visuali verso il mare e verso i campi, la copertura è stata completamente restaurata, il suolo, invece, è stato rimodellato con elementi che si muovono e che consentono di arrivare a un secondo piano, realizzando quello che i progettisti definiscono un nastro di Moebius. La testata nord è caratterizzata dalla scarnificazione della copertura operata in corrispondenza delle capriate, lasciate sospese nell’aria a vista e dalla chiusura del volume per mezzo di superfici di vetro inclinate a 45°, le quali vanno a racchiudere delle vasche d’acqua. L’edificio nord, invece, di minore interesse, è stato demolito e ricostruito nel rispetto delle sagome, realizzando un episodio di architettura «dentro una sagoma storica: gigantesche controventature, specchi d’acqua, alberi all’interno dello spazio» (13). Il progetto del Museo del Corpo Umano, non completato al momento dell’incendio, mostra caratteri molto diversi: una pianta trapezoidale che arretra verso l'alto, una copertura inclinata che apre la prospettiva verso Coroglio, una sala a pianta circolare coperta a cupola. Altre caratteristiche del progetto consistono nell’uso sistemi e tecnologie a basso consumo energetico (14) e l’inserimento di opere di land art: le “porte della conoscenza” di Dani Karavan e l’antica ciminiera che, ulteriormente estesa in altezza mediante una struttura di vetro e acciaio, assume l’aspetto di un “periscopio virtuale”, alla cui base c’è il “buco del mondo”, frutto dell’elaborazione di un’idea di Fred Forest.
Dal punto di vista morfologico, i tre edifici che costituiscono il complesso della Città della Scienza esprimono il rifiuto di un’architettura come oggetto chiuso, che si pone nello spazio in modo autoritario e indifferente. Tendono invece a configurare un’idea di “paesaggio architettonico”, di una frammentazione intesa come articolazione delle masse, aggregazione di elementi eterogenei e funzionalmente autonomi. Si pongono come tre «frammenti” eterogenei – “frammenti “formati”, riconoscibili, “informati”, tesi alla formazione di altri più grandi e più complessi elementi unitari i quali a loro volta possiedono analoga tensione» (15) per usare le parole di Luciana de Rosa – che, oltre ad esprimere in modo diverso l’appartenenza al contesto, realizzano un sistema di luoghi, una sequenza di spazi con quei caratteri di complessità, varietà, differenza che, rispecchiando la molteplicità dell’esistente, creano «l’unità nella varietà e non nell’uniformità» (16).
La molteplicità delle forme e la frammentazione dell’insieme in singole parti costituiscono un elemento importante di qualità dello spazio, unico elemento di debolezza, in una configurazione spaziale così frammentata ed eterogenea, è forse la mancata realizzazione – anche se era uno dei principali obiettivi del progetto – delle connessioni tra le parti: non si realizza, infatti, quella integrazione di funzioni che, nelle intenzioni della committenza, doveva essere uno dei caratteri più originali del progetto. Le due parti dell’area, a est e ovest della strada, si presentano come entità autonome, isolate e chiuse l’una rispetto all’altra, tanto che stando all’interno di ciascuna di esse non si percepisce la presenza dell’altra.
Se le relazioni tra le parti del complesso risultano indebolite dalla mancata definizione degli spazi vuoti, la previsione di una serie di elementi non realizzati, come il pontile per l’arrivo dal mare, il ponte pedonale per il collegamento con la futura stazione ferroviaria, una piazza sul mare, si proponeva di realizzare l’integrazione con un contesto più ampio rappresentato dal grande parco che la variante al PRG prevede lungo la costa. In quest’ottica il progetto si pone allora come parte di un sistema più ampio, attiva connessioni e relazioni che integrandosi alla pianificazione urbana e alle infrastrutture di trasporto collegano gli elementi esistenti e di progetto, ampliandoli e interrelandoli sia fisicamente che funzionalmente; introduce nuove funzioni in grado produrre cambiamenti nella forma della città; si inserisce in una visione di città come sistema di relazioni e funzioni strettamente interconnesse in un reticolo di scambi e flussi, sia a livello locale che a livello territoriale.

L’articolazione dello spazio interno del museo, invece, è concepita come un elemento narrativo in cui si susseguono molteplici episodi che catturano il visitatore e lo coinvolgono in esperienze e prospettive sempre nuove: aperture verso il paesaggio, luoghi di sosta, affacci sullo spazio interno. L’interazione tra i singoli elementi che compongono questo spazio avviene attraverso la mediazione del corpo, è il movimento del soggetto lungo i possibili percorsi interni, che crea sequenze di spazi e successione di eventi sempre diversi. Realizza, quindi, quelle interazioni di carattere percettivo, sensoriale, fenomenologico che sono alla base dell’interazione tra architettura e fruitore. È, inoltre, un’architettura definita nell’insieme, nelle sue funzioni, ma allo stesso tempo aperta, con un certo margine di flessibilità che la predispone a una molteplicità di possibili ulteriori usi e trasformazioni. Applica, quindi, quell’idea di ”architettura aperta”, “in evoluzione”, che caratterizza molte delle opere di Pica Ciamarra Associati.
Il progetto della Città della Scienza incarna, in sintesi, l’idea di un’architettura di relazioni, la volontà di progettare organicamente i nessi spaziali e fisici, fra suolo ed edificio, fra spazi interni ed esterni, fra usi pubblici e usi privati, fra natura ed artificio, facendo di questi nessi il significato stesso del progetto che, integrandosi non solo con gli elementi fisici del territorio ma anche con l’immaterialità delle sue tracce e memorie e inserendosi all’interno di un paesaggio dalle notevoli valenze naturalistiche ma anche fortemente segnato dal suo passato industriale. Riesce a suggerire una visione del paesaggio come continua trasformazione, l’idea di un palinsesto in cui continuare a cancellare e riscrivere senza rinunciare a esprimere nuovi valori, realizzando una creazione contemporanea che reinventa la preesistenza e rispetta gli apporti del passato. Attraverso un efficace dialogo tra preesistenze e nuovi segni, piuttosto che attraverso interventi mimetici e logiche conservative, realizza da una parte l’integrazione con gli elementi fisici del paesaggio, il mare e i campi flegrei, dall’altra la volontà di mantenere il valore di memoria e testimonianza storica degli edifici, senza rinunciare ad evidenziare il carattere contemporaneo dell’opera.

Note
(1) Le Officine Angus (1969), l’unità polifunzionale di Arcavata dell’Università di Calabria (1972) con cui ha assunto notorietà internazionale e, tra le opere più recenti, i Laboratori del CNR a Napoli (1987-90), la Sede Teuco-Guzzini di Recanati (1995-96), la Biblioteca Fonteguerriana nell’area ex Breda a Pistoia (2000-2003), la Facoltà di Medicina e Chirurgia a Caserta (1996-2005).
(2) In particolare: Qualità e concezione del progetto urbano (Officina 1994), La cultura del progetto (Graffiti 1996), Interazioni (CLEAN 1997), Etimo: costruire secondo principi (Liguori 2004) e la rivista «Le Carré Bleu» di cui è direttore dal 2006
(3) Pica Ciamarra M., Etimo: costruire secondo principi, Liguori, Napoli, 2004, p. 95.
(4) Dal punto di vista urbanistico il progetto della Città della Scienza ha una vicenda travagliata. nasce, infatti, in difformità rispetto al Piano Regolatore il quale, elaborato nel 1994 e approvato nel 2004, non ne tiene conto come preesistenza e prevede la realizzazione di un grande parco urbano e la ricostituzione della linea di costa originaria e della spiaggia da destinarsi alla balneazione. L’accordo di programma del 1996 autorizza il progetto a tempo determinato, nel 2074 dovrebbe essere oggetto, quindi, di demolizione per la ricostituzione del paesaggio naturale.
(5) Tra cui la piscina olimpica ad opera dello studio Pica Ciamarra Associati inaugurata nel 2005.
(6) Palazzo delle Arti, restauro e rifunzionalizzazione del settecentesco palazzo Roccella Cantelmo Stuart su progetto di Ermanno Guida inaugurato nel 2005.
(7) Museo d’Arte Donnaregina, restauro dell’ottocentesco palazzo Donnaregina su progetto di Alvaro Siza, inaugurato nel 2006.
(8) Pica Ciamarra Associati, Città della scienza and other works, Liguori, Napoli, 2002.
(9) Pica Ciamarra Associati, op. cit.
(10) Greco P., La città della Scienza: storia di un sogno a Bagnoli, Bollati Boringhieri, Torino, 2006 , p. 5.
(11) Mario Pisani in Pica Ciamarra Associati, op. cit.
(12) Il piano regolatore, infatti, ne prevedeva la demolizione per riprendere la linea di costa del Settecento.
(13) Alessandrini D., EccentriCittà, gli agglomerati urbani del terzo Millennio, Palombi, Roma, 2007.
(14) Recupero acque piovane, progetto del verde utilizzato anche come protezione acustica, attenzione per la ventilazione naturale, impiego di materiale come il legno e il mattone in sintonia con gli edifici esistenti.
(15) De Rosa L., Dettagli in polvere in Pica Ciamarra M., Capziosi/Captanti, Libria, Melfi, 1994 , p. 7.
(16) AA.VV, Hassan Fathy, Mimar Book, 1985.

I disegni sono tratti dal sito dello studio Pica Ciamarra Associati (http://www.pca-int.com). Le fotografie sono dell'autore.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
CAUSARANO Roberta 2013-03-13 n. 66 Marzo 2013
 
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