L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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architetture_cipollaBernard Khoury / DW5

Flavio Mangione

Bernard KhouryBernard Khoury ha studiato architettura presso la Rhode Island School of Design (BFA 1990 / B. Arch 1991). Ha conseguito un Master in architettura alla Harvard University (M. Arch. 1993). Nel 2001 gli è stata assegnata, da parte del Comune di Roma, la menzione d’onore del Premio Borromini per architetti sotto i 40 anni di età. Nel 2004 gli è stato conferito il Architecture+ Award. Nel 2008 ha assunto il ruolo di Visiting Professor presso l’Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna, l’Ecole Speciale d’Architecture di Parigi e l’Università americana di Beirut.

Ha tenuto conferenze ed esposto le sue opere in prestigiose accademie e istituti culturali in Europa e Stati Uniti, tra le quali segnaliamo: una mostra personale proposta dal Forum Internazionale per l’architettura contemporanea presso la galleria Aedes di Berlino (2003); numerose mostre collettive tra le quali YouPrison alla Fondazione Sandretto di Torino (2008) e Spazio alla mostra di apertura del museo MAXXI di Roma (2010). Il suo lavoro è stato ampiamente pubblicato dalla stampa di settore. Khoury ha avviato la sua attività professionale nel 1993. Nel corso degli ultimi 15 anni il suo ufficio è riuscito a raggiungere un discreto riscontro internazionale grazie ad un significativo e vario portfolio, ricco di progetti sviluppati sia a livello locale sia all’estero.

DW5 è un laboratorio di design per architetti e progettisti che fornisce le risorse necessarie per sostenere lo sviluppo di progetti di design di qualità. Il laboratorio è una piattaforma aperta per un numero crescente di collaboratori. L’azienda ha sede a Beirut, in Libano, e si è conquistata una reputazione internazionale grazie all’assistenza offerta a designer ed architetti in vari incarichi di alto profilo. DW5 si trova in un loft industriale di 700 mq nel settore Quarantaine. Lo studio è essenzialmente un grande spazio libero senza suddivisioni, equamente condiviso da tutti gli architetti. I team si impegnano per realizzare progetti su scala diversa, dalla fase di progettazione alla direzione dei lavori. Una vasta gamma di competenze tecniche è alla base del lavoro, tra cui plastici, disegno CAD, supporti audiovisivi, fotografia e sistemi di stampa.

Forma e contesto - Enigma e rivelazione

In questo scritto verrà indagato un particolare punto di convergenza tra la spazialità architettonica e lo spazio fenomenico che ci circonda, in cui siamo immersi. Per svelare questa singolare condizione dell’ambiente modificato dall’uomo chiameremo in causa il lavoro dell’architetto libanese Bernard Khoury. Il suo modo di operare lavora su più registri comunicativi trasformando la composizione in un “gioco” di ribaltamenti concettuali. Si tratta di un gioco tragico e ambiguo dove maschere e simulazioni si affollano intorno a precise scelte progettuali. Le sue architetture riescono a instaurare con il contesto un dialogo così intenso e “magicamente reale” da svincolarsi dai confini fisici e teorici delle comuni interpretazioni della spazialità architettonica. L’interno e l’esterno diventano una cosa sola, si condizionano a vicenda e nessuno dei due termini può sussistere da solo, nel “senso strutturale e non fenomenologico in cui vanno intesi” (1). Ma nello stesso tempo si isolano dal contesto negandolo e annullandolo e, quasi per incanto, come di fronte a uno specchio, ne riflettono l’essenza profonda. Lo scenario in cui Bernard Khoury si trova a operare è la città di Beirut. Una realtà difficile, complessa, che nella tragicità del reale rincorre costantemente un sogno animato da un’intensa gioia di vivere e da un viscerale edonismo vissuto come atto di resistenza. Tra le pieghe di una storia millenaria e le piaghe di ferite che stentano a rimarginarsi, l’uomo e la sua architettura tentano di interrogarsi sul loro passato, cercando di disseppellirne ciò che è sopravvissuto. Nel continuo succedersi di feroci devastazioni ed energiche opere di ricostruzione, Beirut cerca di ridisegnare parti di una città storica chiamata a confrontarsi con interventi e segni architettonici estratti liberamente da un sistema formale globalizzato. Recuperare il passato e scrutare il futuro attraverso un atteggiamento di resistenza critica diventa per Khoury un preciso programma di intervento che non cerca facili e inutili scorciatoie. Dalle rovine di una mitica città devastata, l’architetto libanese preleva i tesori che vuole e ricompone i pezzi di una ricchezza perduta. Come in un intervento alla Matta Clark, l’archeologia del moderno, “abbandonato” o “bombardato”, rientra in un gioco di trasformazione e manipolazione che ricorda la fornicazione carnale e tecnologica narrata da David Cronenberg nel film Crash. L’architettura è tenuta in vita da protesi altamente sofisticate che ci raccontano del loro pregresso storico. Cronaca di un vissuto umano e architettura come corpo dell’abitare. La violenza sull’architettura viene mostrata come la stessa violenza che subisce la carne umana. Un paradosso visivo per raccontare l’inenarrabile, un enigma lampante eppure quasi impercettibile. Si insegue forse una missione mitopoietica dell’architettura, indispensabile per confrontarsi e dialogare con una città come Beirut, tragicamente e magicamente inafferrabile. Ma come osserva Dorfles «è possibile ancora, ai nostri tempi, realizzare l’immaginario? È possibile creare un’architettura, un’urbanistica che contemplino la presenza di analoghi fattori mitopoietici?» (2). La possibilità o necessità di una convivenza del fattore high-tech con il fattore immaginario è per Dorfles il vero cardine per un’ipotesi di futura restaurazione di valori mitopoietici urbani (3). Dorfles ritiene che «l’elemento fantastico possa sussistere molto più seriamente nelle costruzioni high-tech che nelle maldestre riviviscenze stilistiche» (4). In questo caso la loro caratteristica immaginaria non sarà più dovuta a una trasformazione della relativa semanticità (trasformare una chiesa in una discoteca) ma a una qualità presente già in partenza, come «tecnologie proprie della nostra epoca e inesistenti in epoche precedenti» (5).
Bernard Khoury si forma in principio alla Rhode Island School of Design per poi completare i suoi studi di architettura alla Harvard University. La scrupolosità del designer e la visione d’insieme dell’architetto gli permettono di intervenire con la precisione di un chirurgo nell’assemblare componenti architettonici altamente sofisticati e ruderi post-bellici. I tessuti del corpo dell’architettura vengono riassemblati e manipolati con un’abilità che ricorda le combinazioni biomeccaniche di Hans Ruedi Giger. Ne risulta una scrittura metallica, quasi cristallina che agisce in profondità mantenendo una leggerezza mitica e raffinata, un’eleganza in apparenza disinteressata. Come nelle Città invisibili di Italo Calvino si interviene con la tecnica dell’ambiguità, dove ogni canone è sospeso: anzi, è motteggiato (6). Ma è forse Beirut stessa che può essere definita come una “città invisibile”, difficile da comprendere, da afferrare nella sua complessità. Abbiamo la città antica, nascosta nel sottosuolo, coperta dalle macerie, e la città moderna che con energica schizofrenia tenta di affacciarsi alla vita. Una città che si specchia sul suo piano di fondo; un palinsesto di continue devastazioni e gloriose rinascite. Per qualsiasi progetto che si occupi della città diventa inevitabile confrontarsi con questi molteplici aspetti. Bernard Khoury coglie nel segno rispondendo di volta in volta alle varie contingenze di luogo e di tempo. Una sorta di “realismo visionario” che nasce dallo scontro tra una città ideale e una città reale: «questo scontro ha il solo effetto di rendere surrealistica la città reale, ma non si risolve storicamente in nulla. I due opposti non si superano in un rapporto dialettico! La lotta tra essi è ostinata e disperata quanto inutile: il tempo fa da paciere trascinando tutto con se in una dimensione completamente illogica, che risolve i problemi [… reiterandoli …] all’infinito, distruggendoli fino a farne dei rottami a loro volta surreali» (7). Ecco che le architetture di Khoury occupano contemporaneamente il sottosuolo e la superficie manifestando una continuità più ideale che reale. Portali e scuri meccanizzati sottolineano e permettono all’occorrenza la continuità o la separazione tra questi due stati emotivi e percettivi della realtà. La rilettura critica e poetica di tutte le possibili discontinuità e connessioni non avviene solo attraverso l’opera architettonica, ma anche con modalità espressive più vicine al mondo dell’arte come performance, installazioni, oggetti, apparecchi e manipolazioni grafiche. Diversi strumenti di analisi usati per forzare la lettura e facilitare la comprensione di una città destinata a una continua rigenerazione, dove la morte e la vita sembrano mescolarsi senza soluzione di continuità. Khoury riscrive una contemporanea Le mille e una notte, libro sensuale e tragico, erotico e mortale, dove la vita si impone grazie all’intelligenza e la seduzione del racconto. L’anomalia del rapporto tra mondo delle idee e mondo della realtà si risolve partendo da un’impressione del “reale” che il centro abitato è capace di suggerire. Vengono poi analizzati i molteplici choc intollerabili che meriggi o crepuscoli, mezze stagioni, canicole e tensioni sociali ci causano. I pezzi raccolti da quest’analisi vengono ricomposti e proiettati in uno scenario onirico dove è la fantasia a ricostruire il profilo di una realtà che è possibile spiegare e controllare solo da punti di osservazione protetti e privilegiati.

B018, Music club, Beirut 1998

B018 è un music club e un luogo di sopravvivenza notturna realizzato nel quartiere Quarantaine, un sito conosciuto per la sua particolare vocazione. Situato in prossimità del porto di Beirut, durante il protettorato francese era appunto un luogo di quarantena per gli equipaggi in arrivo. Durante la Guerra Civile divenne la dimora per palestinesi, rifugiati curdi e libanesi del sud che nel 1975 raggiunsero nel complesso circa 20.000 unità. Nel gennaio del 1976 l’area fu quasi completamente rasa al suolo da un attacco lanciato dalla milizia locale. Dopo più di trent’anni le cicatrici della guerra sono ancora percepibili. L’area a bassa densità edilizia è in netto contrasto con i quartieri densamente popolati collocati al di là dell’autostrada che delimita la zona. Il B018 è, prima di tutto, una reazione alle condizioni difficili ed esplosive legate alla storia del sito e alle contraddizioni implicite che lo vogliono inserito in un programma di riqualificazione legato all’intrattenimento e allo svago. Inoltre, il progetto rifiuta di condividere l’ingenua “amnesia” che guida il programma e gli sforzi di ricostruzione. Realizzato sotto terra, mostra solo un prospetto adagiato sul terreno per evitare l’emergere di un volume che potrebbe agire come monumento retorico. L’edificio è incorporato in un disco circolare di cemento leggermente sopraelevato rispetto al livello dell’asfalto. A riposo è quasi invisibile. Prende vita nelle tarde ore della serata quando la sua articolata struttura, realizzata con pesanti pannelli di metallo, mossi con sistemi idraulici, comincia ad aprirsi. Lo schiudersi del tetto espone il club al mondo e rivela il paesaggio come sfondo urbano per i clienti. La sua chiusura manifesta una scomparsa volontaria, un gesto di recesso. L’edificio è circondato da anelli di cemento e asfalto. Il movimento delle macchine che conquistano gli stalli e le auto parcheggiate a cerchio danno vita a un carosello che sottolinea il disegno dell’impianto e le sue geometrie. Di notte, il moto continuo delle auto e dei visitatori diventa parte integrante dello scenario del club. L’ingresso si trova nella parte meridionale dove una scala conduce a due “camere di compensazione” presidiate da buttafuori. L’interno è razionale e raffinato. L’eleganza dell’arredo è esaltata dall’accostamento con la copertura metallica dalle linee sobrie e militari. Una sorta di estetica del sottomarino, un sottomarino con interni lussuosi come il Nautilus del capitano Nemo. Sul pavimento in calcestruzzo sono sparsi dei divani con schienali ribaltabili, che possono essere utilizzati all’occorrenza come piani per il ballo o come scena per gli artisti. Sia gli oggetti di arredo, quindi, sia la copertura mobile del music club propongono un’estetica del cambiamento, della trasformazione e dell’adattamento, in linea con la condizione emotiva di chi vive quotidianamente la città. Ultima lettura per l’B018 è quella di una cassaforte dove custodire gelosamente, e mostrare con discrezione, la joie de vivre di un popolo che usa la raffinatezza e l’eleganza come strumento di riscatto e di resistenza.

Centrale, ristorante - bar, Beirut 2001

Il progetto Centrale è stato realizzato all’interno del rudere di un edificio residenziale del 1920, posto sotto tutela come bene storico. Si trova nelle immediate vicinanze del Central District, un quartiere storico di Beirut sottoposto a un programma di riqualificazione generale dove si è cercato di ripristinare i caratteri architettonici e urbani dell’impianto storico distrutto. In questo caso si è pensato di cambiare la destinazione d’uso dell’immobile trasformandolo in un bar - ristorante. Per far spazio alle nuove esigenze è stato svuotato l’interno, già fortemente compromesso, conservando l’involucro e demolendo il solaio del primo piano. Per far in modo di conservare le mura esterne si è dovuto intervenire creando un telaio in acciaio che le inglobasse. Questa soluzione rientra anche in una precisa strategia progettuale che prevedeva questo tipo di trattamento per le superfici esterne. L’intonaco non doveva essere restaurato per conservare l’immagine poetica del decadimento subito a causa del tempo e dei conflitti. In questo modo è possibile una nuova lettura sia del linguaggio tradizionale dell’edificio, presente come traccia e memoria, sia della sua decomposizione arrestata, congelata, ma in parte ancora possibile. C’è in questa operazione sì una volontà estetica, che risulta particolarmente efficace nell’accostamento di un telaio e di una rete in acciaio con un muro praticamente in rovina, ma anche la volontà di esorcizzare nuove distruzioni, con cui Beirut si è abituata a convivere.
Nel doppio volume della sala principale si trova un tavolo centrale all’interno del quale il personale e i camerieri rimangono intrappolati. Questo spazio di servizio comunica direttamente attraverso una rampa che comunica con la cucina posta al piano inferiore. Ogni piatto sul tavolo è illuminato con la sua lampada personale. L’aspetto è simile ad un tavolo da conferenza per un’assemblea generale. L’atmosfera da consiglio di amministrazione è rafforzata dalle proporzioni dell’alto schienale delle sedie che sembra assicurare la segretezza del gruppo.
Sopra la sala principale abbiamo il bar contenuto in un enorme telaio cilindrico lungo 17 metri realizzato con travi a sezione circolare. Queste servono anche come struttura di ancoraggio per i binari che permettono lo scorrimento degli scuri circolari che inviluppano lo spazio. La realizzazione di tutte le parti in acciaio è stata possibile grazie al know-how del settore dell’artigianato locale. In realtà sono state usate delle tecniche a basso contenuto tecnologico e non industrializzate, in particolare per quelle in metallo. Questo atteggiamento fa parte delle modalità attraverso le quali Khoury si pone il “fare architettura”. Si tratta di una reazione al settore delle costruzioni, che si basa in prevalenza su modalità di produzione standardizzate. Il tentativo è quello di sfuggire al tipico processo di costruzione, riattualizzando tradizionali competenze artigianali. Al contrario del music club B018, dove l’interno lussuoso e la straordinaria struttura metallica, da bunker atomico, erano messi in rapporto dialettico con il paesaggio della città, qui l’interno ironico e raffinato, insieme all’affascinante involucro metallico, si confronta con una traccia storica diventando strumento di narrazione e denuncia.

Yabani, ristorante - bar, Beirut 2002

Il progetto Yabani, situato sul bordo della strada per Damasco che separa la parte est e ovest di Beirut, fu costruito per ospitare un ristorante giapponese e bar su un sito di 285 mq. Le tracce dei bombardamenti e delle recenti guerre sono ben visibili su molti degli edifici adiacenti, che attualmente sono ancora occupati dai rifugiati. L’edificio è formato da una parte interrata con struttura in cemento armato e una piccola torre in acciaio fuori terra di quattordici metri. La torre contiene una reception che viaggia in senso verticale, dal livello della strada al livello del ristorante sotto terra. In pratica si tratta di una reception ascensore che porta i clienti giù al piano del bar. L’ascensore, al piano interrato, è circondato dal bancone che serve il tavolo circolare. I posti a sedere degli ospiti sono disposti in circolo intorno alla trasparente reception mobile che anima il centro dello spazio. La circolazione verticale degli ospiti è messa in piena vista come punto focale, attorno al quale gravitano i posti a sedere. Due scale, poste sull’anello più esterno, portano direttamente agli spazi della cucina e dei servizi igienici. Il ristorante interno è esposto al cielo da un generoso “walk-on”, un grande lucernario situato a livello del suolo. I clienti possono quindi godere della vista del cielo senza interferenze con ciò che accade intorno. D’altra parte la presenza del progetto Yabani all’interno di questo contesto urbano può essere considerata assurda se messa in rapporto al degrado che lo circonda e alla raffinatezza della piccola torre che emerge dal suolo. Yabani è il prodotto di uno scenario che tenta di descrivere una parte di una società per contrasto. Avanzi di guerra e spettacoli di desolazione fanno da sfondo per uno show impressionante, messo in scena per una società che vuole essere intrattenuta. Yabani è un monumento per l’industria dell’intrattenimento, un edificio che rivendica uno suo ruolo che in realtà è impossibile assumere. Come in tutti gli edifici per l’intrattenimento, Bernard Khoury amplifica l’aspetto ludico e giocoso con sofisticate strutture mobili che flirtano e motteggiano, allo stesso tempo, con il mondo degli impianti militari. Difendere, occultare, scendere nel sottosuolo sono espedienti per amplificare la reazione emotiva legata al mistero di una condizione esistenziale che ondeggia tra il vivere e il sopravvivere.

 



 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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