L'editoriale di (h)ortus


fave.jpg
Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
Continua...

PDF

scritti_broccoliProgettare, costruire, abitare

Riflessioni sulla collaborazione interdisciplinare tra antropologia e scienze del costruire

Amalia Signorelli

signorelli 2La collaborazione tra i professionisti che progettano lo spazio costruito e ne dirigono poi la realizzazione, da un lato e gli scienziati e operatori sociali, dall’altro, ha in Italia una storia lunga e persistentemente minoritaria.
Lunga. Vediamo quanto lunga. Già nel secondo dopoguerra (senza risalire più indietro nel tempo) quando nel 1949 l’UNRRA-CASAS  (1) decise di sgomberare i Sassi di Matera costruendo per i contadini che vi abitavano, alcuni villaggi rurali intorno alla città (2), dell’équipe che svolse gli studi preparatori, coordinata da F. Friedmann, facevano parte un antropologo, Tullio Tentori e un sociologo, Gilberto Marselli  (3).

All’incirca in quegli anni l’INA-Casa (4) istituì addirittura un ente autonomo a cui era affidata la gestione dei servizi sociali nei quartieri di nuova costruzione (5). Anche l’UNRRA-CASAS, convertitasi qualche anno dopo in ISES (Istituto per lo sviluppo dell’edilizia sociale) istituì un suo servizio sociale e, quel che in questa sede più ci interessa, un ufficio studi diretto da un assistente sociale e comprendente antropologi, statistici, economisti, oltre, ovviamente, ad architetti e urbanisti. In quegli anni la collaborazione tra progettisti e scienziati sociali era sollecitata dai fatti. In primo luogo, le drammatiche condizioni del patrimonio edilizio italiano, alle cui tradizionali caratteristiche di arretratezza e inadeguatezza si sommavano le distruzioni della guerra (6). Poi, i movimenti migratori che, dapprima orientati verso l’estero, avevano ripreso tumultuosi dalle campagne verso le città e dal Sud verso il Nord, aggravando la penuria d’alloggi in tutte le città italiane. Era chiaro che bisognava costruire molte, moltissime case; ma, almeno ai più illuminati, era chiaro altresì che questo deficit di alloggi si presentava all’interno di movimenti sociali epocali, che portavano con sé non solo cambiamenti di residenza, ma anche di collocazione lavorativa, di mentalità e di valori, di struttura familiare e di pratiche della quotidianità. In quegli anni in Italia gli studiosi della società si impegnarono tutti o quasi su queste tematiche; e in quegli anni e in quel contesto maturò l’idea che scienziati sociali e progettisti dell’edilizia civile potessero fruttuosamente studiare insieme i rapporti tra trasformazioni sociali, cultura e bisogni abitativi; che da questo studio potessero scaturire indicazioni utili per la progettazione; e infine che la presenza di operatori sociali (assistenti sociali, nella terminologia di allora) potesse facilitare l’insediamento dei nuovi residenti nei quartieri di recente costruzione.
Un sostegno molto importante a questo filone di studi e di iniziative venne da Adriano Olivetti e dalle molteplici attività e strutture da lui ispirate e finanziate, con particolare attenzione ai temi dell’urbanistica e dell’edilizia.
Infine, in quegli anni anche in sede accademica cominciarono ad avviarsi iniziative più strettamente scientifiche e/o didattiche su questi temi .
Quali esiti hanno prodotto queste attività? E quanto di esse persiste oggi?
Ho detto che la collaborazione tra progettisti e scienziati sociali, nel panorama scientifico e operativo italiano ha avuto sempre una posizione minoritaria, se non proprio marginale. Il termine minoritario qui va inteso in due sensi; minoritario nel senso che essa fu praticata da un numero limitato di studiosi e operatori sia dell’uno che dell’altro campo disciplinare; e nel senso che non è mai riuscita ad influire realmente sulle pratiche politiche in materia di edilizia e urbanistica, benché talvolta sia riuscita a influenzarne le decisioni generali e persino a ispirare qualche provvedimento legislativo.
Il fatto è che la proposta e la pratica della collaborazione tra i due campi disciplinari si sviluppò solo nell’ambito dell’edilizia cosiddetta sociale che allora, in tempi meno inclini agli eufemismi, si chiamava edilizia economica e popolare. E questa collocazione comportò varie conseguenze, tutte assai rilevanti. Poiché i futuri abitanti dei quartieri di edilizia sociale (assegnatari nel linguaggio di allora) provenivano in massima parte da residenze rurali o da alloggi provvisori urbani, tutti inadeguati e impropri, spessissimo superaffollati e privi di servizi; poiché erano generalmente lavoratori e lavoratrici a basso reddito, occupati in lavori poco qualificati; poiché molti di loro, specialmente le donne, erano analfabeti, si dette per scontato (e sia pure in un’ottica democratica, che intendeva tener conto dei bisogni degli assegnatari) che essi non fossero in grado di esprimere in modo articolato i propri bisogni né che questi ultimi fossero sempre compatibili con gli standard edilizi e urbanistici adottati per legge dall’edilizia sociale; e dunque il compito degli scienziati sociali venne configurandosi come quello di far emergere questi bisogni, definirli e descriverli, affinché ove possibile se ne tenesse conto in qualche misura in sede di progettazione; e al tempo stesso quello di evidenziare quanto in essi ci fosse di discordante, di culturalmente lontano dalla concezione moderna dell’abitare, affinché il servizio sociale di quartiere potesse conoscere meglio le condizioni per realizzare la nobile finalità per cui era nato: sostenere quel processo di emancipazione e di riscatto culturale delle classi subalterne che si ipotizzava potesse e dovesse passare anche attraverso l’apprendimento dell’uso dei nuovi spazi costruiti. Benché animata da nobili intenti questa impostazione paternalistica in non pochi casi si ridusse poco a poco a una pratica assistenziale di segretariato sociale, tanto utile quanto riduttiva. Ma non di rado fece sì che il servizio sociale di quartiere si trasformasse ancora in qualcosa d’altro. Poiché la domanda insoddisfatta di alloggi, per quanto poco articolata, si era venuta trasformando in un movimento di massa, al quale il Partito Comunista italiano aveva dato una struttura organizzata e una capacità conseguente di rivendicazione e di iniziativa politica (7), in molti casi, via via che i partecipanti alle lotte per la casa diventavano assegnatari di alloggi, il servizio sociale di quartiere operava affinché essi abbandonassero la prospettiva rivendicazionista e il partito che ne era l’ispiratore, per attestarsi su posizioni “moderate” e votare di conseguenza. Per giunta, poiché l’assegnazione della casa per lo più era sufficiente per smorzare le rivendicazioni e le forme di lotta più dure, si pose ben poca attenzione al fatto che la vita associata in spazi costruiti richiede che questi spazi abbiano certe caratteristiche formali e dimensionali e siano dotati di certe attrezzature; di qui la cronica carenza dei cosiddetti servizi di urbanizzazione secondaria di cui soffrivano i quartieri di edilizia economica, non a caso ribattezzati “quartieri dormitorio”.
Legata com’era alle vicende dell’edilizia economica e popolare, la collaborazione tra progettisti e scienziati sociali perse progressivamente il proprio terreno di studio e di intervento con l’esaurirsi delle politiche per l’edilizia sociale. La liquidazione di fatto dell’urbanistica e il trionfo della architettura delle archistars (8) fecero in tempo a modellare gli ultimi episodi di edilizia pubblica, che, indifferenti ormai ai “bisogni” degli assegnatari, si sono configurati come smisurati monumenti all’ego del progettista e come fruttuosa occasione di guadagno per i produttori dei nuovi materiali per l’edilizia. Corviale a Roma oppure le Vele di Secondigliano a Napoli, per non citare che due esempi, sono lì a testimoniare questa fase, terminale, dell’edilizia pubblica abitativa in Italia.
Quanto all’edilizia privata, a parte le abitazioni di lusso costruite per le non numerose fasce di cittadini a più alto reddito, essa era destinata a un mercato di acquirenti prevalentemente a reddito medio basso e medio. Per costoro l’acquisto della casa, spesso reso possibile dall’accensione di un mutuo e dai sacrifici e rinunce che il suo pagamento comportava, aveva sostanzialmente due significati: garanzia di sicurezza economica per il presente e per il futuro e garanzia di acquisizione di status grazie all’ingresso nella categoria dei proprietari di casa (9). Si trattava dunque di un’utenza molto più interessata all’alloggio in sé che alle caratteristiche del quartiere in cui esso era inserito; e questo disinteresse degli abitanti è sicuramente una concausa (ovviamente non l’unica e nemmeno la più importante) della mano libera di cui la speculazione fondiaria ed edilizia e le violazioni della programmazione urbanistica e territoriale hanno goduto in Italia. D’altra parte, l’urbanizzazione di massa, l’aumento medio dei redditi e la conformizzazione progressiva degli stili di vita grazie all’opera del mercato e del modello consumistico, rendevano superate le indagini sui bisogni e sulle difficoltà di insediamento dei neo-inurbati e dei nuovi proprietari di casa.
Per tutte queste ragioni gli studi basati sulla cooperazione interdisciplinare come indispensabile analisi propedeutica alla progettazione e all’intervento, scomparvero o quasi dal novero delle ricerche svolte in Italia. Sembrava un discorso esaurito.
Sorprendentemente, la richiesta di indagini interdisciplinari preliminari alla progettazione e alla costruzione, sta riemergendo da qualche tempo a questa parte. Nuove dinamiche sociali ed economiche la sollecitano: il degrado della vita urbana e l’aumento dell’impraticabilità delle città (10); la violenza concentrata nelle periferie urbane ma in via d’espansione verso i centri (11); il blocco dei mercati immobiliari a causa di una speculazione che non è più fondiaria, bensì finanziaria, ma non per questo meno deleteria per gli assetti urbani del nostro paese; l’immigrazione di mano d’opera straniera (12) e l’impoverimento di parte della popolazione italiana; infine ma non meno rilevante, una coscienza più diffusa dei danni idrogeologici, storico-artistici e umani che la cementificazione del territorio nazionale ha prodotto e produce nonché l’evidente incapacità delle istituzioni di far fronte a questi danni, sia che il degrado prenda la forma di un progressivo lento deterioramento, sia che una catastrofe naturale lo metta in evidenza, spesso con corredo di morti (13). Una domanda di miglior comprensione delle dinamiche sociali collegate all’ uso degli spazi urbani. nasce anche in rapporto a iniziative, come quelle per il recupero e il riuso, che, in mezzo a tanta negatività, sembrano avere un carattere positivo (14).
Mi sono trovata così di nuovo a ricevere richieste di collaborazione interdisciplinare. Ma gli anni passati e i non pochi insuccessi che le esperienze di progettazione interdisciplinare hanno dovuto incontrare, mi hanno indotto a un riesame complessivo di tutta la questione. Questa riflessione critica ha prodotto alcune provvisorie conclusioni, che propongo nella seconda parte di questo articolo.

 



 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

vg_flickr_11

Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

Joomla Templates by Joomlashack