L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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scritti_broccoliCluster vuol dire gruppo

Variazioni sul tema oltre il Movimento Moderno

Filippo De Dominicis

candilis 09Cluster vuol dire gruppo, raggruppamento.
Nel 1957 su The Architectural Review compare Cluster City (1), breve articolo firmato Alison e Peter Smithson; dell’articolo è piuttosto significativo il sottotitolo: «a new shape for the community», ovvero una nuova forma per la comunità.
Sembrano già necessarie però alcune precisazioni; la prima di ordine cronologico.

Nel 1959 a Otterlo, in Olanda, si celebra l’ultimo CIAM; le premesse del disfacimento dei congrès si erano già avvertite dal 1951, a Hoddesdon – aggredire il tema della città a partire dal suo core, ovvero dal suo cuore, era un primo embrionale tentativo di superare la suddivisione funzionale della città operata dalla Carta di Atene, 1933; a Aix en Provence gli Smithson presentano la Urban Re-Identification Grid; sempre a Aix en Provence, siamo nel 1953, Georges Candilis insieme a Shadrach Woods mostra gli esiti di un interessante lavoro sulle realtà sociali e urbane in Marocco e in Algeria; nel 1956, per il decimo congresso CIAM di Dubrovnik, Aldo Van Eyck elabora la Lost Identity Grid: al centro, il ruolo dei bambini e i loro spazi, nella costruzione e nella vita della città moderna.
Nel 1956 si parla ancora, dunque, di città moderna. Nell’ultimo CIAM, Otterlo 1959, grande risalto avranno i progetti per il Municipal Orphanage, di Van Eyck, e per la risistemazione di Berlin Hauptstadt.
Il progetto per Berlino è datato 1957, stesso anno di Cluster City. Gli autori, Alison e Peter Smithson, gli stessi di Cluster City.
Nel 1959 viene decretata la morte dei CIAM, Congrès Internationaux d’Architecture Moderne: gli autori del delitto, Aldo Van Eyck, Alison e Peter Smithson, Jaap Bakema. Ognuno di loro aveva contribuito, nei dieci anni precedenti, a minare le fatue certezze che la città moderna aveva faticosamente costruito. Il quartetto congelato delle funzioni – come lo definisce Van Eyck – non rappresentava più un modello formalmente comprensibile dopo il fallimento rappresentato dalla guerra; non rappresentava più un orizzonte condiviso; non rappresentava più uno strumento capace di ri-costruire una identità perduta (Fig. 1).
La grille CIAM diventa così una struttura da smantellare, incapace così come concepita di aderire a realtà distanti e diverse, quali sono quelle che Candilis e Woods imparano a conoscere studiando le bidonvilles marocchine.
Di fronte a situazioni culturali, sociali, spaziali così lontane,e di fronte a una identità culturale, sociale, spaziale cosi forte e definita, centrale diventa lo studio del quotidiano, del tradizionale, determinante l’approfondimento sulla qualità del costruito e sulle qualità del non costruito, indispensabile la definizione degli ambiti spaziali e temporali in cui si svolgono le differenti attività nell’arco della giornata: tutt’altro rispetto alla rigida separazione spaziale e temporale costruita dal modello discreto della città moderna (Fig. 2).

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Urban Re-Identification grid (Fig. 3) si spinge, se possibile, oltre; se il lavoro dei GAMMA – Groupe Architectes Marocains – era dettato da motivazioni di ordine quasi etno-antropologico, il discorso degli Smithson si sposta sul terreno aperto della città e di una sua possibile quanto necessaria lettura alternativa: house, street, district, city, rappresentano quattro forme di diverse aggregazioni umane che danno vita ad altrettante situazioni spaziali (Fig. 4); ognuna ha sì caratteristiche proprie e specifiche, ma la caratterizzazione di ogni categoria non può affatto dirsi indipendente da quella che la precede e da quella che la segue. Le situazioni spaziali a cui ricorrono gli Smithson per comporre la griglia sono situazioni tipiche che il MM aveva da tempo abbandonato per una indifferenziazione generalizzata dello spazio urbano. Le situazioni spaziali che compongono la griglia sono episodi dentro un continuo, momenti in cui l’aggregazione si fa piu definita e con chiarezza individua qualcosa: nella proposta per la London Golden Lane (Fig. 5) la strada (street on air), ora dentro ora fuori il costruito, struttura lo spazio e diventa l’elemento aggregante i blocchi residenziali, favorendo nuove e diverse forme di associazione: esiste sì l’associazione familiare nella dimensione domestica, ma anche l’aggregarsi del vicinato sulla strada; si stimolano così nuove forme di percezione della città dal percorso; incentivi a nuovi e diversi spostamenti attraverso situazioni differenti; una modalità di appropriazione dello spazio a una scala ulteriore, fisica e percettiva.
Alison e Peter Smithson possono essere dunque considerati i primi, insieme a Van Eyck e Candilis, capaci di ragionare su nuove forme di modellazione dello spazio urbano oltre un discorso quantitativo fondato sull’addizione tipologica; i primi in grado di valutare l’esigenza, nuova, di qualificare lo spazio urbano attraverso un modello diversamente aderente a una realtà ferita e mutata dopo la Seconda Guerra Mondiale.

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Cluster – spazi e scale

Il cluster fa generalmente riferimento a un gruppo, a un raggruppamento di situazioni umane o più propriamente fisiche. Questo gruppo è dotato di una sua identità specifica che deriva dalle singole specificità degli individui che compongono il gruppo; questo gruppo è dotato di una sua identità specifica che sarà in grado di conservare allo stadio di raggruppamento successivo: è una configurazione che Aldo Van Eyck definisce basata sulla «medicina della reciprocità», e non più legata alla semplice addizione tipologica seriale, in cui l’identità raramente sopravvive al primo livello di ripetizione. È l’identità dei singoli gruppi, e quindi la loro reciproca differenza, è lo scarto tra il differenti livelli di aggregazione ad essere al centro dell’attenzione, ora: non esistono più frontiere definite fra contenitori, funzionali e formali, ma un continuo spazio tra, che è il luogo di mezzo, il luogo della «giusta misura».
La traduzione spaziale del cluster è una modulazione degli spazi che rifiuta la separazione, le frontiere tra pubblico e privato, tra esterno e interno, per offrire occasioni, sequenze articolate differenti in relazione alla scala del raggruppamento e alla sua qualità individuale e specifica: la traduzione spaziale del cluster è anzitutto una sequenza informale di luoghi tra; tra i livelli sovrapposti, tra i raggruppamenti aggregati, tra le facce dei raggruppamenti, modulati a tutte le scale.
Non è immaginabile come una serie formale quanto piuttosto come una situazione informale che dà vita ad una articolazione compatta del territorio, plurale e diversa.
Il cluster è una struttura aperta, «una maglia fitta, complessa, che spesso produce un’aggregazione dotata di una struttura ben definita» (2).
Una struttura aperta e allo stesso tempo ben definita: definita perché produce spazi connotati qualitativamente; aperta perché questi spazi definiti nascono attraverso relazioni e reazioni complesse tra ulteriori spazi a scala più piccola e a scala più grande: come in una sorta di modello a crescita indefinita, la struttura trova a un certo punto una specie di equilibrio tra le parti, un equilibrio complesso fra elementi formalmente differenti (potremmo allora parlare di un equilibrio informale?), che gli consente di sopravvivere in un certo stadio temporale, e di essere pronta a riequilibrarsi espandendosi o contraendosi qualora le condizioni al contorno lo consentano.
Le questioni poste sono l’indizio di una nuova sensibilità: quella che Peter Smithson definisce una «diversa attenzione per la città, per i modelli umani, per le forme collettive del costruito»; un rinnovato interesse per i temi della città tradizionale europea e no si era già tradotto in importanti studi sul tessuto urbano del Marocco, del Chad, del Kuwait e delle realtà urbane italiane (Giancarlo De Carlo a Urbino), e nella proposta che Le Corbusier, insieme a Guillermo Julian de la Fuente, elabora per il nuovo Ospedale di Venezia, a San Giobbe; siamo nel 1963, trent’anni dopo il documento firmato sul Patris II.
È proprio dalla sovrapposizione di due motivi tipici della costruzione della città europea che nasce un progetto manifesto: Freie Universität Berlin; i progettisti, Candilis, Josic, Woods; 1963-73 (Fig. 6). La dimensione urbana è multilayered, multistrato: a una griglia di percorsi pedonali principali connessi da una rete secondaria è sovrapposto un disegno di spazi pubblici aperti sempre diversi, che al negativo definiscono il costruito: il risultato – tracès e espaces ouverts overlayed – è una struttura aperta e definita, soprattutto compatta, densa. Il mat building è una declinazione spaziale del cluster, una delle sue configurazioni possibili: un vero e proprio tessuto individuato da una sequenza di corti, strade, piazze, ponti, patii, gallerie, terrazze: attraverso l’indiscutibile portato del MM si ritorna ad una spazialità tradizionale; vi si ritorna con strumenti nuovi; e vi si ritorna con una nuova consapevolezza: quella di poter realmente riscrivere il territorio attraverso la re-invenzione, il ritrovamento di luoghi andati perduti, luoghi urbani.
Il cluster, nella declinazione del mat, manifesta le differenze, sottolinea le identità dei singoli spazi. E allo stesso tempo non li rende reciprocamente estranei, anzi, ne consente la relazione con l’intorno circostante: relazione che non si situa sul piano strettamente morfologico, quanto piuttosto sul piano percettivo, sul piano empatico, sul piano delle pratiche umane e culturali.
Il progetto per la ricostruzione a Frankfurt Romerberg (Fig. 7) è assolutamente emblematico: gli autori, Candilis, Josic e Woods, sono chiamati a intervenire in un’area totalmente devastata dai bombardamenti, compresa fra il Duomo, la Cattedrale e la riva del Meno: la risposta è un sistema che sappia evolversi, parafrasando le loro parole, secondo le sempre nuove e diverse necessità; non un museo dunque, ma una rete aperta (web è la metafora usata da Shad Woods per l’articolo di presentazione al progetto) costruita con tre elementi: un sistema a piattaforma, il sistema degli spazi aperti che bucano e attraversano la piattaforma, la griglia dei percorsi ordita su una maglia regolare. La rete diventa il semplice supporto alle diverse forme di appropriazione spaziale possibili, a diverse scale (3).

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Rem Koolhaas, nella redazione per lo Schiphol Logistic Plan, 2005, utilizzerà gli stessi materiali che Candilis, Josic e Woods sperimentarono a Berlino e a Francoforte, con una particolare attenzione per la distribuzione degli spazi in relazione alla densità e al conseguente massimo sfruttamento delle possibilità logistiche del territorio. L’impianto, multilayered, è un discorso urbano, i cui brani entrano in relazione reciproca acquistando qualità diverse in base alla loro posizione: è un discorso che supera la dimensione del recinto tipica del business park per affrontare questioni legate al rapporto tra dimensione del costruito e sfruttamento della superficie disponibile, attraverso importanti variazioni di densità e di altezza, attraverso l’utilizzo di una griglia flessibile.
Quella che Van Eyck aveva definito «medicina della reciprocità» la troviamo proprio in questi dispositivi progettuali: poter ritrovare l’urbano alla piccola scala e essere in grado di reperire alla grande scala l’ambito domestico; è l’attenzione ai meccanismi di appropriazione dello spazio sempre differenti che consente questa diversificazione di scala. Nascono così strutture aggregate attraverso la combinazione di elementi simili: «ciò che è essenzialmente simile diviene essenzialmente diverso attraverso la ripetizione» (4), scrive Van Eyck a proposito della nuova disciplina configurativa di cui traccia nel 1962 sulle pagine di «Forum» i motivi fondamentali: uno di questi è proprio il cluster, raggruppamento dotato di una propria specificità che, secondo un processo di moltiplicazione, ritrova la propria identità nella complessità del tutto; procedimento che evoca un’idea di non-finitezza – nel senso che l’operazione di moltiplicazione dei raggruppamenti ha una ipotetica assoluta validità – e allo stesso tempo si lega alla concretezza dell’esperienza assolutamente conclusa dell’unità spaziale, della vita che vi si svolge, della percezione che se ne ha, a tutti i livelli di aggregazione.
All’interno dello spazio voltato – la cellula compositiva minima del Municipal Orphanage (Amsterdam, 1959) – il sistema di relazioni stabilite con l’immediato intorno è complesso e diversificato: il patio coperto, il patio scoperto, la sala dei dormitori, un’auletta secondaria, rappresentano tanti orizzonti spaziali in cui si supera il dualismo netto e definito fra interno ed esterno, parte e tutto; a fronte di una composizione strettamente generata da una trama ortogonale, l’esperienza spaziale è un continuo alternarsi di percezioni che rompono la rigidità della struttura, che attraversano la struttura. Dallo spazio voltato centrale si ha sì la percezione degli spazi aggregati dipendenti, ma anche del percorso centrale connettivo su cui tutti gli spazi centrali affacciano: questo vedere attraverso consente allo stesso tempo la finitezza dell’esperienza dello spazio concluso, e la flessibilità di una struttura che mostra, denuncia la sua natura; una struttura aperta che nasce da una maglia fitta (Fig. 8).

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Woods e Van Eyck riflettono sullo spazio tra, sullo spazio attraverso, riuscendo a ri-elaborare un modello di relazioni informali, ognuno con procedure e effetti spaziali diversi, che il moderno aveva escluso dalla sua esperienza.
A questo proposito può essere interessante confrontare due opere, due scuole, tra loro contemporanee, di due architetti diversi per formazione e per generazione: la scuola Montessori a Delft, Hermann Hertzberger (1961-80), la scuola elementare Munkegard a Gentofte, Arne Jacobsen (1949-57). La diversa organizzazione spaziale riflette l’appartenenza a due mondi ormai distanti: se Jacobsen è la tradizione moderna, Hertzberger è l’erede di chi ha tentato di superare questa tradizione. Si parte dalla minuziosa definizione dello spazio minimo, l’aula, a sua volta suddivisa in due ambiti distinti (la pianta in forma di L prevede un’area, adiacente all’ingresso, di altezza minore e ribassata di due gradini rispetto all’aula principale propriamente detta, destinata ai lavori manuali; mentre lo spazio centrale più alto e luminoso, è riservato alle attività che richiedono maggiore concentrazione) che in qualche maniera suggerisce un’articolazione domestica degli spazi – negli angoletti tranquilli i bambini possono lavorare e pensare seguendo i propri ritmi. Oltre l’aula, la soglia, lo spazio tra, a cui Van Eyck aveva dedicato gran parte della propria ricerca: il passaggio alla hall comune è mediato attraverso tutta una serie di dispositivi che ridefiniscono il rapporto esterno - interno; adiacente al guardaroba, una piccola postazione di lavoro consente ai bambini di impegnarsi in attività di gruppo nelle immediate vicinanze dell’aula; nelle pareti interne delle aule, quelle verso la hall, sono ricavate delle vetrine per l’esposizione dei lavori della classe, che mostra la propria immagine alla comunità.
La hall comune è una sequenza di luoghi; uno spazio collettivo e polivalente articolato intorno ad alcuni poli: il podio, la vasca, le nicchie nelle immediate vicinanze delle aule illuminate da piccoli lucernari. «In-between» è l’espressione che Hertzberger usa per definire questo spazio; uno spazio progettato per un metodo di insegnamento moderno e libero; uno spazio debitore dell’esperienza di Van Eyck come di quella di Jan Duiker.
Il rapporto fra questi ambiti è un rapporto di posizione reciproca. È un rapporto suscettibile di mutazione in relazione alla vita che vi si svolge; tuttavia il significato dei dispositivi intermedi non cambia al variare dei parametri dimensionali: la struttura, crescendo, non perde di identità, e guadagna di volta in volta un nuovo e diverso equilibrio.
Quello di Hertzberger è un diagramma costruito: un dispositivo operativo che ha un campo potenziale di sviluppo.
Il discorso si fa diverso, forse antitetico, per la scuola elementare progettata da Arne Jacobsen a Genthofte. Qui Jacobsen disegna una scuola a misura di bambino. È un meccanismo perfettamente calibrato; nel dispositivo di illuminazione delle aule, nel rapporto distributivo fra spazi serventi e spazi serviti, nell’alternanza di pieni e vuoti, nel sistema di ventilazione passante. Il termine misura non è casuale: gli spazi sono misurati, e univocamente validi. Non c’è la chiara somiglianza degli elementi aggregati di cui parlava Alison Smithson a proposito del Municipal Orphanage di Van Eyck. L’aula, sempre orientata a est e a ovest per garantire una corretta ventilazione e una perfetta illuminazione, è sempre uguale a se stessa. Non ci sono ragioni per le quali debba mutare. L’aula, sempre uguale a se stessa, ha sempre il medesimo rapporto con lo spazio servente e con lo spazio esterno su cui affaccia; la posizione reciproca delle aule è letteralmente indifferente. Lo spazio è progettato a misura di bambino, immediatamente intelligibile, chiaro, comprensibile. È un vestito su misura, risultato di una geniale contaminazione tipologica; una struttura a suo modo intoccabile nella sua finitezza.



 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

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Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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