L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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architetture_cipollaTony Fretton. Fuglsang Museum a Lolland, Danimarca

Michele Costanzo

fretton tTony Fretton rappresenta una delle personalità più interessanti del contemporaneo panorama culturale-creativo della Gran Bretagna per il modo di concepire e affrontare l’impegno architettonico in maniera teorica e pratica. Egli vive e lavora a Londra, ma numerosi suoi progetti si trovano dislocati in diverse località europee. «Abbiamo sempre avuto un pubblico più vasto della Gran Bretagna», egli afferma, «e questo, è un modello per tutti gli architetti di rilievo inglesi, come Stirling, Foster, Rogers e Chipperfield. Un architetto britannico è obbligato a lavorare al di fuori del proprio paese, se vuole raggiungere quel grado di pubblico e di clientela che gli permetta di sviluppare pienamente un'opera» (1).

Ma bisogna considerare che una volta raggiunto un discreto livello di notorietà, un progettista ha la possibilità di entrare nella ristretta rosa di partecipanti ai prestigiosi concorsi ad invito. E, infatti, molti dei lavori elaborati da Tony Fretton Architects provengono da questo genere di concorsi.
Oltre ad un’intensa attività progettuale, l’architetto inglese partecipa efficacemente al dibattito culturale attraverso conferenze e scritti critici che appaiono sulle più importanti riviste di architettura ed è, altresì, impegnato nella didattica universitaria (2). «L’insegnamento arricchisce profondamente la mia attività di architetto. Mi impone di pensare, scrivere e gestire le persone, e mi mette in contatto con i colleghi, attraverso un’estesa conoscenza teorica e pratica» (3).
La peculiare intelligenza progettuale di Fretton è, in una certa misura, direttamente legata alla sua inclinazione a rielaborare analiticamente il contributo formativo di quei maestri – tra i quali egli include James Gowan, suo insegnante all’Architectural Association – che, nel vivace clima degli anni Cinquanta, hanno saputo mettere in atto un’originale interpolazione tra il moderno linguaggio architettonico e la tradizione progettuale e costruttiva dell’ingegneria otto-novecentesca di espressione prettamente britannica. In tale periodo, una nuova generazione di architetti – che sarebbe poi diventata, per Fretton e per altri giovani, un punto di riferimento teorico ispiratore di nuove idee – cercherà di operare una revisione critica dell’istanza totalizzante e unificante dell’International Style, fondendo insieme l’apporto di Le Corbusier, indirizzato all’esplorazione del potenziale plastico del cemento armato, con quello di Mies van der Rohe, rivolto alla semplificazione linguistica attraverso la realizzazione di nitide strutture in acciaio e vetro. L’empirica sintesi tra le due posizioni progettuali in sé divergenti (frutto, peraltro, di un genere di approccio alla realtà profondamente radicato nella cultura inglese) – ossia tra coloro che, nel processo elaborativo dell’idea architettonica, mettono in primo piano la funzione espressiva dei materiali costruttivi e quelli che, al contrario, privilegiano il rigore formale e tecnologico – sarà la spinta che darà l’avvio ad una poetica architettonica specificamente britannica, contraddistinta da un riconoscibile linguaggio che influenzerà anche le generazioni successive. Ma bisogna aggiungere che la vivacità della più recente cultura architettonica dell’isola ha, in un certo senso, un debito con l’attitudine colta e sensibile di quel circoscritto gruppo di architetti di cui fa parte Fretton. La cui maniera di procedere, nello svolgimento del percorso progettuale, si segnala per la determinazione di due fasi in sé distinte: la ideativa, e la teorico-riflessiva su quanto è stato precedentemente elaborato. «Io sono un uomo d’azione. Dopo fatta una cosa, guardo in essa cercando di comprendere il suo senso» (4). Si tratta di un atteggiamento verso il progetto privo di una costruzione teorica a priori, dove l’azione precede la riflessione: il lavoro manuale come pratica fisica e materiale e poi il lavoro concettuale come presa di coscienza della precedente azione. Per cui, il significato del disegno si manifesta nel suo senso profondo solo in una seconda fase.
Due momenti, temporalmente e concettualmente separati, che egli dialetticamente contrappone, mettendo a confronto la loro congiunta essenza con i molteplici linguaggi dell’arte contemporanea e con una attenta analisi delle dinamiche in cui si manifesta la società contemporanea. «Dopo avere completato un progetto lo volto e lo rivolto per scoprire cosa c’è sotto, è così che poi lo elaboro scrivendo, è un momento che viene sempre dopo quello creativo. É disegnando che ottengo la mia visione del mondo. La concettualizzazione viene dopo avere creato l’oggetto e credo che debba essere così. Sono completamente contrario alla scuola di pensiero con cui mi misuro a Delft, dove insegno, secondo cui si inizia dal lavoro concettuale che in seguito porta al progetto» (5).
In questo quadro, le opere di Fretton possono essere considerate come delle ‘strutture’ che puntano ad operare un’interazione con gli spazi pubblici recuperando, seppure in forma non immediatamente esplicita, come si è accennato, esperienze dell’arte contemporanea e riferimenti architettonici appartenenti alla storia. A tale proposito, egli nota: «[...] come ogni architetto, ci si trova a depredare un passato considerevolmente storpiato. Perfino Le Corbusier o Rem Koolhaas hanno saccheggiato il passato per poi mascherarlo enormemente distorto. Nello splendido libro di Claude Cahun sulle origini dei Cinque Punti di Le Corbusier, è sottolineato il fatto che si tratta per la maggior parte di inversioni del classicismo delle Beaux Arts. Anche Rem fa la stessa cosa. Rem deruba il passato e maschera poi le sue fonti. Ogni artista lo fa» (6).

fretton fuglsang

Le opere di Fretton – edifici commerciali e residenze, spazi espositivi, musei, centri alternativi per la meditazione e quant’altro – sono, in genere, adattamenti di edifici esistenti o inserimenti di nuovi organismi in contesti stratificati o, come’è il caso del Foglsang Museum, una costruzione in aperta campagna che tende a far entrare l’arte e chi la fruisce in un rapporto spontaneo con la realtà naturale. Tali lavori si distinguono per la loro presenza ‘ordinaria’ (in senso smithsoniano) e per il fatto di non voler enunciare un credo, di non voler essere espressione di un manifesto teorico. Piuttosto, sembrano essere forme in sé elusive, sfuggenti in quanto non riconducibili a paradigmi noti, pur evocando in maniera indiretta elementi riferibili al sito. Tale sorta di apparente enigmaticità che pervade la figura architettonica frettoniana, corrisponde ad una precisa strategia rivolta ai suoi utenti e indirizzata a stimolare un loro uso immaginativo degli spazi. Quando progetto dei luoghi pubblici, egli osserva, «[...] li creo da altri spazi che ho esperito. Questi possono essere spazi pubblici formalizzati, spazi naturali in cui la gente percepisce una relazione con il mondo animale, vegetale e con il cosmo, interni che comunicano chiari messaggi di riti sociali o semplicemente stanze di cui delle persone si sono appropriate. Io lavoro su questo materiale senza portarlo a una conclusione unitaria, cercando di ottenere una calcolata ambiguità nella speranza che quello che faccio rimanga aperto a un’occupazione fisica e creativa da parte di altri» (7). Ciò che mi interessa, prosegue, è «[...] creare spazi di diverso carattere legati a un proprio aspetto, uso e funzione sociale e che si combinano poi in un’entità collettiva più ampia» (8). La nostra società, oggi più che mai, ha la necessità «[...] di riconoscere la reciprocità mentre manteniamo la capacità di godere delle nostre differenze» (9). Quello che cerco è «[...] la relazione tra una regola intelligente e ben costruita e lo spazio di libertà di espressione che essa consente» (10).

Periodo di formazione

Fretton nasce nel 1945 a Londra, in una zona dell’East End un tempo povera, da una famiglia di operai, il padre era elettricista. Sebbene fossero lavoratori, i suoi genitori avevano gusti sofisticati e avevano familiarità con certe manifestazioni della cultura. «All’inizio pensavo di volere fare l’artista, il pittore, e dai 13, 14 anni ho cominciato a dipingere, con la prospettiva di andare all’Accademia d’Arte. Poi, verso i 17 anni, mi sono trovato per caso a leggere un supplemento a colori del giornale della domenica, sull’architettura. Si trattava della costruzione di un parcheggio e di una piazza per il mercato e fui molto colpito da come degli oggetti inanimati, posizionati in maniera intelligente, potevano raggiungere uno scopo sociale, ragionevole, sul lungo periodo. Decisi allora di andare alla facoltà di architettura» (11). Ma questo non avverrà immediatamente perché, nel frattempo, metterà su famiglia.
Per necessità economiche va a lavorare in un cantiere edile. «Ho costruito edifici. Ho scavato fondamenta a mano, e gettato il calcestruzzo, ho lavorato con muratori e carpentieri. Mi è piaciuto il materiale da costruzione e la forma degli scavi nel terreno, oltre all’edificio finito! In realtà, però, ero più interessato all’arte» (12).
Nel 1966, si iscrive all’Architectural Association. Dopo la laurea segue uno stage presso Arup Associates. Successivamente va a lavorare in uno studio di progettazione. Ben presto si renderà conto della difficoltà di trovare uno sbocco positivo per la propria carriera. «[...] in Inghilterra allora non c’era molto lavoro. [...] Mi sentivo così disilluso dall’architettura che pensavo che forse sarebbe stato meglio tornare all’Accademia e diventare un artista. [...] Ma mi resi, altresì, conto che pur con un senso di sconforto nei confronti dell’architettura dovevo operare in modo che essa andasse a colmare ciò che mi mancava. Se volevo scrivere poesie, cosa che facevo – e che faccio tuttora, piuttosto male – avrei dovuto rendere poetica l’architettura. Se volevo esplorare idee, come lo si fa scrivendo, avrei dovuto far sì che l’architettura esplorasse idee» (13). Il passo successivo di questa riflessione – visto l’interesse di Fretton per l’arte contemporanea – sarà quello di applicare all’architettura le modalità della Conceptual Art (che negli anni Settanta aveva avuto un revival). «Nell’arte concettuale venivano usati degli oggetti che non erano altro che cliché, oggetti conosciuti, di cui era percepito solo il loro valore ideale. Mi resi conto, così, che l’architettura avrebbe potuto fare esattamente la stessa cosa, una volta messa da parte la sua storia. Ora so che se si riesce a vedere una costruzione architettonica come un artefatto culturale, allora si è già lontani, potrebbe essere qualsiasi cosa!» (14).
Nel 1982 l’architetto fonda lo studio Tony Fretton Architects, affiancato a partire dal 1992 da James McKinney.

Aspetti della ricerca progettuale di Fretton

L’impalcatura progettuale di Fretton parte, come si è detto, dalle ragioni costruttive e funzionali dell’oggetto architettonico, impiegando per la sua definizione formale un linguaggio essenzialmente astratto: un’impostazione che sembra assai vicina ad uno dei principi della Sachlichkeit per cui “l’armoniosa eleganza nasce dalla funzionalità e dall’essenzialità”. Ma l’approccio frettoniano, di tipo analitico-configurativo, ha una sua chiara determinazione concettuale, finalizzata a scompaginare alcuni punti fissi della composizione architettonica moderna che riguardano: 1. il criterio organizzativo delle unità costruttive; 2. la disposizione e la caratterizzazione degli spazi interni; 3. l’incidenza percettiva dei canali visivi e dei percorsi nella dialettica tra interno ed esterno; 4. il rapporto tra l’internità dell’organismo e l’esternità urbana (o naturale); 5. l’accettazione del processo di modificazione/interpretazione dell’architettura come ‘adattamento’, nel corso del tempo, alle differenti necessità dell’utente.
Si tratta di cinque punti che contribuiscono a definire in maniera sintetica, diretta il peculiare approccio al progetto dell’architetto inglese. Essi sono tratti da una quadro più complesso e articolato di scelte progettuali, peraltro soggette ad un continuo processo di reinvenzione nel loro confronto con le caratteristiche del tema.
Gli esempi progettuali che seguono danno la dimensione di tale complessità in senso duplice: come traduzione nel reale di un’idea astratta, e come inestricabile intreccio di tematiche progettuali in quanto ogni progetto presentato per esemplificare uno dei cinque aspetti, in realtà ne riassume in sé anche altri.
Nel primo caso, l’architetto procede mettendo in atto una molteplicità di relazioni basate su accostamenti di tipo spaziale che non tengono conto dei principi di sequenza, proporzione, distinzione tra ambiti serventi e serviti. In questo, riproponendo un’antica tradizione inglese basata sull’accostamento di figure differenti che sembrano non considerare il disegno generale d’insieme, ma piuttosto attingendo ad una sensibilità paesaggistica di tipo informale che ha come radice il picturesque.

Centre for Visual Art a Sway (1996), un villaggio vicino a Southampton. ArtSway (come altrimenti è denominata la struttura espositiva) è composta da un edificio del XIX secolo, trasformato in un ampio spazio per mostre (adatto ad accogliere installazioni di grandi dimensioni) e da due volumi in legno, di nuova costruzione, formalmente distinti, ma strettamente congiunti al volume preesistente, in modo da formare con esso un corpo unico. Il progettista qui impiega la strategia delle “stanze specializzate”, per portare avanti un confronto tra realtà dissimili. Esse, peraltro, sono prive di spazi distributivi (corridoi, disimpegni), per cui devono essere attraversate, diventando così spazi di circolazione oltre che d’uso.
Gli interni di Fretton, analogamente a una realtà urbana, possono essere letti come una sommatoria di mondi adiacenti che provocano un senso di continua scoperta quando ci si muove al loro interno.
L’involucro esterno è in cedro rosso protetto da una vernice che lo lascia, tuttavia, ingrigire con il tempo.
All’intervento di ampliamento e ristrutturazione di una costruzione esistente, bisogna aggiungere il recupero di un altro edificio di più ridotte dimensioni: un monolocale che sorge accanto al nuovo complesso espositivo, destinato ad essere affittato agli artisti locali. Anch’esso è strutturato con un telaio in legno.
La matrice multidirezionale dell’impianto – che manifesta una sensibilità paesaggistica di origine informale-pittoresca – consente alle gallerie di entrare in relazione con il contesto rurale circostante (la strada principale di Sway, i prati, gli alberi e le costruzioni), con la configurazione esterna dei volumi, e con l’articolazione spaziale degli interni.
Nel secondo caso, Fretton considera l’effetto determinato – all’interno dell’alloggio ritenuto come un ideale contenitore – dalla varietà dimensionale-configurativa degli spazi interni e dalla loro strategica sistemazione.

Red House a Londra (1997-2002) sorge nel quartiere tardo-ottocentesco di Chelsea, lungo una via che corre ai margini del Royal Hospital di Christopher Wren. Si tratta di una casa per un collezionista. La facciata ha un carattere tridimensionale determinato dalla successione di due piani che le forniscono ricchezza formale e profondità. Il primo, che segue l’allineamento degli altri edifici sulla strada, presenta una configurazione a "T" rovesciata. Al piano terra, da un lato si trova l’ingresso alla casa, dall’altro quello all’appartamento di servizio e al centro al garage dotato di porte scorrevoli rivestite con lastre di calcare francese “rosso antico” (Guinet Derriaz), come l’intera facciata. Superiormente si conclude con un bow-window in corrispondenza del salone a doppio livello. Il piano retrostante, da uno lato del bow-window presenta un’ampia finestra e dal lato opposto due (una sull’altra) che rompono la simmetria dell’insieme.
Attraversato l’ingresso c’è la hall, con una scala che porta ai piani superiori, e poi il soggiorno, la cucina, la sala da pranzo e un giardino esterno. Al livello superiore, si trova il salone su due piani – dove sono esposte le opere più importanti della collezione – collegato tramite un’altra scala alla sottostante dining room; l’ambiente ha un soffitto in gesso basato su una serie di forme ondulate disposte in diagonale rispetto alla stanza. Al terzo livello è situata la biblioteca e il vuoto del salone sottostante. Al quarto, in fine, le camere da letto e un giardino d’inverno. La Red House racchiude, all’interno di involucro unitario, un insieme di ambienti ad altezze differenziate, collegati in maniera fluida da scale. Come afferma Robert Maxwell: «Si tratta di uno spazio ideologicamente liberato da cui si ricava l’impressione di essersi affrancati dai dogmi, e di trovarsi all’avanguardia di una nuova bellezza» (15).
Nel terzo caso, tiene conto, nella dialettica tra interno ed esterno, dell’incidenza percettiva dei canali visivi e dei percorsi fisici. Gli ambienti che compongono gli interni sono caratterizzati da aperture che moltiplicano i rapporti tra situazioni spaziali diverse. Si tratta di una disseminazione di canali visivi e percorsi dinamici che orientano lo spazio e creano una sottile tensione emotiva.

Faith House a Pole, nel Dorset (2000-2002) è situata all’interno di una tenuta gestita da una istituzione benefica, la Holton Lee Charity, che si propone di riabilitare e sostenere le persone disabili promuovendo la loro crescita personale attraverso la relazione con l’arte, l’ambiente ed una spiritualità non confessionale.
L’edificio sorge sulla sommità di un sentiero in salita che lo fa assomigliare ad un tempio greco a scala ridotta. «Abbiamo sfruttato il fatto che l’edificio si trova accanto a una casa colonica molto più grande. Abbiamo posto la Faith House su un rialzo del terreno in modo che i tetti dei due edifici risultassero allineati. Anche se il vecchio edificio ha due piani e il nuovo uno solo» (16).
La costruzione è una struttura ibrida, in parte formata da elementi in legno collegati da profili in acciaio e, in parte, in cemento armato rivestito in tavole di cedro rosso; la copertura è piana. La semplicità dell’edificio richiama l’idea smithsoniana com’è espressa in As Found: The Discovery of the Ordinary (17). L’interno è composto da un grande spazio per riunioni, prove teatrali e mostre d’arte, e da uno spazio più piccolo contraddistinto dalla presenza di tronchi d’albero, sistemati da pavimento a soffitto, e disposti in circolo in modo da lasciare al centro uno spazio per il raccoglimento, la contemplazione. Lo spazio interno prosegue in ideale continuità verso l’esterno moltiplicando percorsi mentali o percettivi o di meditazione e riflessione. É un luogo aperto, in ogni direzione, alla vista della natura e dell’arte.

 



 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
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Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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