L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

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architetture_cipollaLacune ed integrazioni dell’immagine urbana

L’archivio municipale della città di Toledo di Ignacio Mendaro Corsini

Francesco Cianfarani

mendaro_tL’archivio municipale della città di Toledo (1996-2000), opera dell’architetto Ignacio Mendaro Corsini, rappresenta uno tra i più importanti esempi di trasformazione di una preesistenza monumentale realizzati in Spagna negli ultimi anni (1). Al di là delle molteplici problematiche tipiche del rapporto tra architettura contemporanea ed esistente, l’interesse critico per il progetto dell’archivio risiede nelle particolari modalità adottate dal progettista per la soluzione del complesso e contraddittorio tema della lacuna nei tessuti edilizi di particolare valore storico ed artistico. L’opera di Mendaro Corsini è infatti rappresentativa di una serie di criticità, di ordine metodologico ed operativo, relative al problema del risarcimento di un frammento architettonico all’interno di un palinsesto urbano fortemente stratificato.



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Il complesso di San Marcos prima dell'intervento di trasformazione

La costruzione dell’archivio è infatti parte del più generale progetto di recupero del complesso religioso di San Marcos (2), costituito dall’omonima chiesa e dai resti dell’antico chiostro dei Trinitari, demolito nel 1960. Sopravvissuta alla secolarizzazione ottocentesca e alle distruzioni della Guerra Civile, prima della sua rifunzionalizzazione la mole del Tempio trinitario si mostrava alla città come un’opera incompleta, un rudere ai margini del frastagliato invaso di Plaza de El Salvador, privo di una propria unità figurativa e perciò totalmente dissonante rispetto al compiuto contesto urbano. L’abbattimento del diruto chiostro aveva di fatto posto in essere un problema strettamente formale nel centro storico toledano, ovvero una condizione di duplice frammentarietà relativa sia alla massa muraria del San Marcos, contraddistinta da un prospetto su piazza del tutto accidentale, che al tessuto edilizio circostante, lacerato al proprio interno da un vuoto morfologicamente e funzionalmente incongruo.

Pertanto il progetto dell’archivio avrebbe dovuto rispondere ad una serie di problematiche difficilmente sintetizzabili. L’intervento avrebbe dovuto chiarire un primo quesito di carattere estetico, relativo al rapporto tra le necessarie aggiunte, richieste dal programma di trasformazione funzionale, e i partiti architettonici preesistenti. Un secondo ordine di problemi era invece relativo al ridimensionamento e alla caratterizzazione formale dello spazio pubblico antistante l’archivio. Le demolizioni degli anni ’60 avevano compromesso l’unità delle quinte sul lato nord della piazza; ciò aveva relegato di fatto l’intera zona prospiciente il convento ad una condizione di marginalità rispetto alla vita del centro storico, rendendo oltretutto problematico qualsiasi uso dell’area, ridotta più recentemente a parcheggio pubblico. Non ultima emergeva all’interno del progetto un’istanza di ordine civico; l’invaso di Plaza de El Salvador, distante poche centinaia di metri dalla cattedrale di Santa Maria e dai maggiori flussi turistici nella città, si poneva come uno spazio disidentitario, privo di connotazioni sceniche in grado di rappresentare la storia millenaria del capoluogo castigliano. Perciò la quinta stabilita dall’attacco a terra dell’edificio avrebbe dovuto necessariamente assumere un carattere autoctono, propriamente toledano (3).
In sostanza, il progetto dell’archivio, pur non muovendo da una sistematizzata base teorica, né tantomeno fondandosi su una chiara impostazione metodologica, pone istintivamente tra le proprie condizioni di lavoro il ripristino dell’unità figurale dell’antico San Marcos, obiettivo corrispondente ai fini della teoria del restauro architettonico. A riguardo, sembra interessante tracciare un possibile parallelo tra il progetto dell’archivio e i modi di intervento che si costruiscono sull’interpretazione della teoria brandiana nel campo del restauro dei monumenti (4). Le premesse ai due atteggiamenti sopraesposti sono infatti accomunabili. Come per un restauro di una pala quattrocentesca, per il recupero del San Marcos la necessità primaria è restituire il giusto rapporto tra l’immagine generale del complesso monumentale e quella delle singole parti perdute, riassegnando alla chiesa il ruolo di fulcro visivo all’interno della scena urbana. Tuttavia, l’inversione del rapporto tra figura e sfondo, operazione che nella prassi brandiana risponde all’impiego del “rigatino”, è tradotta nel progetto di Mendaro attraverso l’invenzione di una dispositivo architettonico di notevole complessità estetica.

Più precisamente, la soluzione scelta dall’architetto per riconferire immagine alla plastica massa del Tempio e, contemporaneamente, alla vacuità della piazza, si sostanzia nel disegno di un basamento unitario, uno schermo murario realizzato in calcestruzzo armato alto 10 metri e lungo poco più di 55, evidentemente risultato di una mediazione tra istanza estetica contemporanea, programma funzionale e valore storico dell’opera originaria. Tale mossa progettuale, più che il risultato di una lettura tipologica della preesistenza, è perciò l’effetto di un’intuizione strettamente figurativa. L’integrazione dell’antica compagine architettonica viene quindi compiuta rivelandone immediatamente all’esterno la natura di risarcimento ottico: nella giacitura e nel proporzionamento, nel dosaggio degli elementi plastici al suo interno, nella trama e nelle valenze cromatiche del materiale come nei tentati raccordi con la residualità dei resti del chiostro, lo schermo murario si dà come sfondo per far risaltare nuovamente l’iconicità della preesistenza (5).
Occorre tuttavia sottolineare una specificità della lacuna architettonica rispetto a quella del generico oggetto d’arte, peculiarità, ben compresa nel progetto di Mendaro Corsini, che evidenzia i limiti di un approccio strettamente conservativo nei confronti di una preesistenza monumentale. Differentemente dall’opera pittorica, ed in misura maggiore rispetto alla scultura, in architettura l’insorgere della lacuna può assumere un carattere rivelativo riguardo la natura stessa dell’edificio danneggiato e del proprio contesto. Nel caso del San Marcos, il venire meno del chiostro aveva rimesso in luce una serie di tracce sedimentate al di sotto della quota originale della piazza, testimonianti la complessa natura archeologica della città. Per questo la suggestione iniziale del basamento-piedistallo, proposta dall’architetto come tema guida dell’intervento, può risolvere il problema della reintegrazione d’immagine soltanto alla scala urbana, cioè rispetto alla relazione tra il Tempio, la piazza ed il minuto tessuto edilizio circostante, necessitando di un successivo approfondimento critico all’interno di più dettagliate scale di progetto. Difatti, il disegno degli elementi di risarcimento non può avere come unico obiettivo il mascheramento della lacuna, in quanto l’architetto riconosce nell’immagine accidentale dei resti del Tempio qualità figurali e di senso necessariamente da valorizzare. Contrariamente alla teoria brandiana, quindi, la lacuna non viene riletta dal progettista come “corpo estraneo” (6), quanto come un inedito sottotesto da tradurre all’interno di una rinnovata figurazione. Così il problema delle parti mancanti non si pone più in termini di reintegrazione, quanto piuttosto di risignificazione, richiedendo perciò il disegno di ulteriori elementi di mediazione tra l’interno dell’archivio e l’esterno della piazza.

Il muro fondale, impossibilitato ad assumere unicamente il ruolo corrispondente nel restauro artistico al tratteggio brandiano, deve ricercare la propria morfologia all’interno di un più vasto orizzonte di senso. La rilevazione di una natura “altra” del contesto intorno al Tempio, anziché penalizzare l’originale idea del fondale eretto come muto basamento, ne testimonia quindi la funzione più complessa di demarcazione perimetrale per la nuova piazza. Di fatto Mendaro Corsini traccia il proprio muro non ripristinando l’originario limite del chiostro, ma attestandosi su una dimensione intermedia tra quest’ultimo e la facciata superstite della chiesa, allo scopo di realizzare dall’imbocco meridionale della piazza l’immagine di un basamento murario a sostegno della preesistenza.  Tuttavia, avvicinandosi progressivamente alla facciata dell’edificio, tale prima impressione viene messa in crisi dalla natura permeabile del fronte dell’archivio, rivelando la volontà interpretativa, oltreché risarcitoria, del progetto rispetto al proprio ambiente.
Alla fitta stratificazione orizzontale rinvenuta sotto i resti del chiostro, Mendaro risponde con la sovrapposizione di piani-scene verticali, compattati nell’ambigua bidimensionalità del prospetto principale su piazza. Il muro testimonia perciò una profondità spaziale che è di fatto anche indicativa delle distinte temporalità del luogo, riportate in questo modo ad un’inedita compresenza scenica. Ecco quindi la strategia di progetto: realizzare il disegno del fronte pubblico dell’archivio attraverso puntuali operazioni di svuotamento o estrusione di materia architettonica, in grado di mostrare alla città la presenza della lacuna, sprigionandone al contempo la natura didattica ed estetica.
Le due ampie aperture laterali ritagliate nello spessore murario hanno dunque il compito di incorniciare i lacerti originali del chiostro, proiettando verso lo spazio pubblico le tracce della precedente demolizione. Viceversa, gli incidenti plastici e i rilievi fuori scala, posti lungo la facciata come elementi di forte discontinuità, fungono da elementi identitari, rilevatori della cultura edilizia locale. L’aggetto dei volumi scatolari in ferro acidato ed, in particolare, il prisma metallico posto in corrispondenza del primo patio interno – chiara citazione dei miradores toledani – fissano sulla trama della quinta muraria espliciti riferimenti contestuali. Nel disegno degli aggetti come delle fessure vetrate, il progettista sembra guidato dall’immagine di un ideale antiquarium composto da frammenti architettonici, sapienti citazioni dei tratti vernacolari desunti dalla cultura edilizia della città. Il tutto viene incastonato all’interno della scabra superficie muraria, che nulla dice all’esterno dell’articolazione funzionale interna. La facciata, per valorizzare il ruolo di dispositivo estetico di messa in scena delle lacune, viene così ridotta a piano astratto, grazie anche al sapiente mascheramento della copertina di smaltimento delle acque piovane e dei discendenti, inglobati all’interno dello spessore murario. Solo la trama dei giunti e le lievi discromie prodotte dalle casseforme lignee, percepibili a distanza ravvicinata dall’osservatore, riconducono il piano murario all’idea di manufatto, compensando al tempo stesso valori grafici e plastici all’interno di un labile reticolo geometrico. L’afflusso incontrastato della luce del sole sulla facciata – il muro è del tutto esposto a sud – dona definitivamente unità alla composizione, tessendo ulteriori relazioni tra gli elementi aggettanti, grazie alle ponderate tangenze create dal disegno delle loro ombre sul fondale dorato.

Viene così a definirsi un’architettura che nell’esperienza percettiva arricchisce continuamente la propria vocazione bidimensionale, in modo da rivelare un’inaspettata corporeità, una volta compresa autonomamente rispetto all’immagine generale del Tempio. L’edificio dell’archivio si offre perciò come forma incompleta, sineddoche rileggibile come tutto o come parte solo all’interno di un più generale allargamento o restringimento di scala e di senso da parte dell’osservatore.
Concludendo, il progetto di Mendaro Corsini risulta utile per delineare un possibile parallelo tra modi di intervento codificati nella teoria del restauro architettonico e nelle più generali prassi di trasformazione dell’esistente. L’esempio dell’archivio di Toledo dimostra come la natura estetica e documentaria delle lacune nei monumenti architettonici debba essere oggetto di un attento vaglio critico al momento della reintegrazione, considerandole non necessariamente come un disvalore da cancellare o da mitigare, quanto come manifestazione di una alterità spazio-temporale, potenzialmente in grado di dischiudere nuovi valori relazionali.
Il disegno delle reintegrazioni deve pertanto risolversi attraverso un atteggiamento progettuale aperto all’arricchimento esperienziale, secondo una modalità di lettura pluriscalare del problema dell’immagine, proprio perché in tale pluralità dimensionale risiede la specificità dell’opera di architettura, rispetto ad altri prodotti estetici soggetti al mutamento nel tempo.

Centro Cultural Templo de San Marcos y Archivo Municapal de Toledo
Architetto Ignacio Mendaro Corsini
Indirizzo Calle Trinidad y Plaza de San Salvador, Toledo
Committente Ayuntamento de Toledo
Fasi progettuali Concorso, 1986; Progetto preliminare, 1994; Cantiere, 1996-2000.
Breve programma Auditorio, Sala conferenze, Sala esposizioni (per il restauro della chiesa come Centro culturale), Archivio documenti, Biblioteca, Sala lettura
Superficie edificata 3500 mq
Costi di esecuzione € 5.400.000

Tutte le immagini e i disegni, salvo dove diversamente indicato, sono di proprietà dello Studio Mendaro Corsini.  

Bibliografia
BERRIOCHOA SANCHEZ MORENO V., San Marcos de Toledo. Compromiso de la modernidad, in “Restauraciòn e Rehabilitaciòn. Revista internacional del Patrimonio Històrico”, 2000, 47, pp. 62-63.
CAPPAI A., Arquitectura en Toledo: el Archivo de Ignacio Mendaro Corsini,  Toledo, Colegio Oficial de Arquitectos de Castilla La Mancha, COACM, 2008.
MENDARO CORSINI I., Archivo Municipal de Toledo y Centro Cultural Templo de San Marcos, Murcia, Cendeac, 2006.
MENDARO CORSINI I., Centro Cultural Templo de San Marcos, in “Conarquitectura”, 2001, 2, pp. 9-20.
MENDARO CORSINI I., Centro Cultural Templo de San Marcos, in “On Diseño”, 2001, 220, pp. 232-251.
MENDARO CORSINI I., Centro culturale e archivio municipale, in “Casabella”, 2000, 675, pp. 54-61.
TEDEPY V., Cultural Centre, Toledo, Spain… Archival restraint, in “The Architectural Review”, 2002, pp. 9-13.

Note
(1) Sull’archivio Municipale di Toledo, vedi: CAPPAI A., Arquitectura en Toledo: el Archivo de Ignacio Mendaro Corsini,  Toledo, Colegio Oficial de Arquitectos de Castilla La Mancha, COACM, 2008. Tra le diverse lezioni e gli interventi di Mendaro Corsini sul progetto dell’archivio di Toledo, si fa riferimento alla conferenza tenuta dall’architetto lunedì 16 gennaio 2012 presso la facoltà di Architettura di Roma, sede di Valle Giulia, dal titolo “Il nuovo nell’antico”, tenuta all’interno del Laboratorio di Progettazione III del Prof. Giuseppe Strappa.
(2) La secentesca chiesa di San Marcos è parte del convento della Santissima Trinità, un complesso religioso costruito sui resti di un precedente monastero, risalente al secolo XII. Per approfondire la storia del Tempio di San Marcos e la sua trasformazione in centro culturale, cfr.: MENDARO CORSINI I., Archivo Municipal de Toledo y Centro Cultural Templo de San Marcos, Murcia, Cendeac, 2006.
(3) “Quando dovemmo affrontare la costruzione dell’Archivio Municipale (…) capimmo che il nostro impegno doveva concentrarsi sulla ricostruzione del tessuto urbano la cui immagine era la peggior mostra dell’architettura che un tempo costituiva il complesso del convento, un taglio traumatico che lasciava scoperto un sistema di volumi che mai fu pensato per avere un’immagine tanto estranea”. Cfr.: CAPPAI A., op. cit., p. 68.
(4) Vedi: BRANDI C., Teoria del Restauro, Torino, Einaudi, 1963. Cfr.: CARBONARA G., La reintegrazione dell'immagine. Problemi di restauro dei monumenti, Roma, Bulzoni, 1976.
(5) Di particolare interesse è la colorazione dei muri esterni in cemento armato. Il pigmento dalle tonalità dorate utilizzato nell’impasto del cemento è stato appositamente scelto rispetto alle tinte degli originali laterizi del San Marcos.  
(6) Cfr.: BRANDI C., op. cit., p. 46.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
CIANFARANI Francesco
2012-06-12 n. 57 Giugno 2012
 
Hortus

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