L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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recensioni_verzaLa metropoli contemporanea e le sue genti

Su una conferenza di Giandomenico Amendola

Federica Fava

amendolaAnche le città credono d'essere opera della mente o del caso, ma né l'una né l'altro bastano a tener su le loro mura. D'una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
Italo Calvino, Le città invisibili

Durante la conferenza La metropoli contemporanea e le sue genti, che si è svolta allm’interno  del ciclo di appuntamenti sulla città contemporanea nel corso di Progettazione urbanistica 1, è con una appassionata citazione di Calvino che Giandomenico Amendola racconta un punto cardine della sua ricerca sulla città contemporanea riguardante la “nuova domanda” di città.


Professore ordinario di Sociologia urbana nella Facoltà di Architettura dell'Università di Firenze, durante la sua carriera si propone infatti di analizzare il complesso rapporto tra progetto architettonico, urbanistica e la gente, portatrice di quella domanda rinnovata che la città contemporanea deve farsi carico di ascoltare. La gente come risorsa e la «gente come problema» (1),  è il collante che unisce il suo pensiero che parla dell’urgenza della formazione di una nuova coscienza dell’architetto stesso; il progettista deve farsi quindi riflessivo,  cioè sviluppare «la capacità di riflettere su se stesso nell’agire progettuale, di valutarne gli effetti e di sapere, quindi, controllare l’efficacia e la precisione del proprio progettare rispetto agli obiettivi dati» (2).
Questo cambiamento di paradigma che segna il mestiere dell’architetto è in realtà solo il risultato di una vera e propria svolta epocale che interessa il passaggio dalla città industriale a quella contemporanea. Nella città dell’ottocento è l’orologio che governa la sua vita come quella dei suoi abitanti, interamente dominata dal tempo della ragione assoluta imposto dalla fabbrica; la città è il “dato di fatto”da accettare docilmente per assicurarsi la sopravvivenza.
Le profonde trasformazioni che hanno caratterizzato gli anni Settanta e Ottanta, il processo di deindustrializzazione che accompagna la crisi dello stato-nazione, apre però alla così detta competizione urbana, ribaltando completamente la condizione delle città; nel Lingotto come nella Bicocca la base industriale viene sostituita da alberghi lussuosi, auditorium, università iniziando una nuova sfida giocata nel campo dei servizi. É, apparentemente, il momento della rivincita umana; sono infatti le città questa volta che devono reinventarsi per sopravvivere, trasformandosi da “dato di fatto” a luogo che, se intende avere una futuro, deve sviluppare la capacità di rispondere a una domanda sempre più complessa e mutevole della società che lo abita.
Anche se “i tempi” cambiano, l’obiettivo nascosto dietro tanta attenzione rimane immutato; il ritmo della città diventa ancora più incalzante, l’istante delle telecomunicazioni spodesta i secondi dell’orologio e il marketing urbano sostituisce la produzione seriale. Proprio al marketing e alla sua capacità di preparare il prodotto del mercato è dunque affidata la cura della domanda della cittadinanza, mostrando apertamente che, ancora una volta, è l’economia a indicare la rotta da seguire. In questo però, nonostante tutto, è contenuta la svolta dei nostri tempi: la gente con i suoi bisogni e soprattutto con i suoi mutevoli, dunque ricchi desideri, non può essere più ignorata ma al contrario, diventa il centro della ricerca di chi la città, intende progettarla.
La riflessione, l’osservazione e l’abbandono di manie di onnipotenza sono allora elementi indispensabili anche per la sopravvivenza di un’altra specie, quella dell’architetto. Amendola parla infatti a una nuova generazione alla quale viene consegnata un’imponente eredità architettonica che, sia nella teoria che nelle forme realizzate, fornisce un almanacco lungo più o meno cent’ anni di esperienze ma soprattutto di fallimenti; proprio dal vasto bagaglio di “errori” del movimento moderno, che con un assoluto fanatismo nella ragione credeva di controllare totalmente la progettazione quanto l’uso dell’architettura, si estrae infatti il più ricco degli insegnamenti.
Tenendo ben a mente le demolizioni degli edifici di Yamasaki come le modifiche alle abitazioni di Pessac di Le Corbusier, si fa spazio quello che il sociologo chiama il dubbio dell’errore possibile, che si insinua tra lo spazio potenziale – cioè quello sul foglio di carta – e lo spazio effettivo la cui riuscita è misurabile solo nel momento del suo utilizzo. «L’architettura (allora) torna sul luogo del delitto» (3) per iniziare questa volta ad imparare dalla gente stessa, che resistendo all’autocrazia delle forme costruite, fa il verso a quel modo di agire arrogante, e oramai un po’ ridicolo, anche degli architetti più illuminati.
POE, Post occupancy evaluation, è il nuovo filone di studio che osservando lo spazio effettivo, fornisce informazioni indispensabili per accorciare la distanza che separa il mondo delle idee da quello della realtà che, oggi più che mai, si esprime nella sua più profonda complessità; scontrandosi con una società tanto caleidoscopica da mettere persino in crisi la tradizionale definizione di sociologia, Amendola non tralascia dunque il problema del linguaggio e della comunicazione. Chi sono oggi gli abitanti della città? Per chi progetta l’architetto? In una città multietnica e frammentata la tendenza omologante che identificava l’atteggiamento modernista diventa datata scontrandosi col cittadino globale che rivendica “il suo posto nel mondo” senza per questo voler rinunciare a se stesso e alla sua specificità. La necessità di conservare le differenze, considerandole addirittura una risorsa, si scontra per prima con un problema di comprensione della realtà, obbligando l’architetto al confronto con una domanda sempre più complessa alla quale può rispondere solamente riformando se stesso, aprendosi a saperi diversi per assumere il ruolo di «interfaccia di confine» (4). Quello che viene chiesto all’ architetto sembra essere la rinuncia al tanto ambito ruolo di protagonista, per far spazio a molteplici attori in processo corale di progettazione, sicuramente complesso quanto indispensabile, per dar risposta a quell’urgente domanda che il suo stesso protagonismo ha in qualche modo azionato. Producendo icone l’architettura delle archistar ha infatti innescato nei suoi confronti una crescente attenzione, che “torna indietro” come per un effetto boomerang, sotto forma di “pretesa di partecipare” al giudizio del bello; l’episodio della sfortunata avventura dell’opera Tilted Arc di Richard Serra, verso la quale i cittadini montarono una vera e proprio ribellione, racconta questo atteggiamento diverso, che sposta completamente l’attenzione sull’uomo e sulla relazione che instaura con le cose che lo circondano.
Rigenerare la città, rinnovare il significato della professione dell’architetto, rimettere al centro l’uomo sono dunque tutti gli ingredienti necessari del nuovo rinascimento auspicato da Amendola che anche con le sole parole rinfrescano, nella consapevolezza degli errori fatti, la speranza concreta, di veder realizzata se non l’utopia di una città ideale, una città almeno normale.

Note

(1) Amendola G. (a cura di), Il progettista riflessivo, Bari, Laterza,  2009, p. VII
(2) Ibidem, p. 3
(3) Ibidem, p. 7
(4) Sanapo P., A colloquio con Giandomenico Amendola. La città “alla carta”, in “Costruire in Laterizio”, 2005, 103, p. 48

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
FAVA Federica 2012-05-14 n. 56 Maggio 2012
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
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Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

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