L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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recensioni_verzaUgo Mattei

Beni Comuni

Un manifesto

Federica Fava

mattei-u4“Consentire al governo in carica di vendere liberamente i beni di tutti (…) è, sul piano costituzionale, tanto irresponsabile quanto lo sarebbe  sul piano familiare consentire al maggiordomo di vendere l’argenteria migliore per sopperire alla sua necessità di andare in vacanza” (1).
A fermare il maggiordomo, un referendum, quello sull’acqua; ma la vittoria dei “sì” va difesa, compresa, ricordata e per questo Ugo Mattei decide di scrivere un manifesto sui beni comuni.
Emerge, infatti, da un lato l’esigenza dell’elaborazione di una definizione giuridica di “beni comuni” come istituto diverso, alternativo rispetto al dominio sia privato sia pubblico e, dall’altro, la necessità di dare spazio ad una contro-narrativa, fondata su esperienze di lotta per i diritti delle comunità, capace di fare da contraltare alla narrativa egemonica contemporanea basata sulla logica economica.

Dalla vicenda dell’acqua risulta evidente quanto sia l’istituzione pubblica che quella privata siano incapaci di garantire la tutela di questa particolare categoria di beni, che assumono valore in quanto intimamente collegati alla vita.
Le tradizionali categorie stato-mercato e pubblico-privato tendono infatti a denigrare con il loro controllo assolutistico, la natura stessa del bene comune che si manifesta attraverso il godimento autogestito da parte della comunità. Solo identificando il comune come una categoria altra e rifiutandone una gestione gerarchica, sarà possibile allora usufruirne  pienamente.
Nasce da questi presupposti l’invito ad imparare dal passato in nome di “nuovo medioevo” dove “i beni comuni (che) nell’ordine giuridico medievale costituivano non solo un’importantissima base di sostentamento dei ceti contadini e artigiani ma anche un sistema politico partecipato e legittimo (naturalmente lasciando da parte ogni mitizzazione romantica) di autogoverno delle popolazioni autoctone” (2).
I beni comuni diventano perciò i protagonisti “della democrazia partecipativa autentica, fondata sull’impegno e sulla responsabilità di ciascuno nel raggiungimento dell’interesse di lungo periodo di tutti” (3).
L’avventura dell’acqua è esperienza concreta, esempio di un particolare movimento che ha saputo dare forza politica ad un processo che si concretizza da importanti ricerche accademiche dedicate alla proprietà pubblica, per intraprendere un nuovo governo politico ed economico in chiave ecologica e di lungo periodo.
In questo panorama gli elaborati della commissione Rodotà per la riforma dei beni pubblici, di cui Mattei è stato vicepresidente, diventano un importante supporto teorico e pratico per una gestione innovativa del patrimonio comune, che si allarga ben oltre l’acqua per coinvolgere altri movimenti e altri beni quali la terra, l’università, il lavoro, l’informazione.
Tutto questo non può prescindere dal riconoscimento del valore dei beni comuni che passa inevitabilmente per una cittadinanza che sembra ancora assopita; l’uomo occidentale sempre più individualizzato e contrattualizzato è diventato inconsapevole  delle relazioni che legano gli aspetti della sua esistenza. La città in questo senso è paradigma del processo di “divisione”, come ricorda l’autore citando il caso del blackout di New York, durante il quale diverse persone rischiarono di morire di fame.
“Per molti newyorkesi fu la prima volta in cui fu possibile rendersi conto dell’enorme valore della cooperazione sociale (un bene comune) e allo stesso tempo della dipendenza assoluta del loro modello di sviluppo dall’elettricità (a sua volta prodotta dal petrolio, un bene comune)” (4).
Ricordandoci che “nessun uomo è un’isola” è allora possibile demolire l’idea dell’antropocentrismo dominante, passaggio assolutamente indispensabile per garantire la sopravvivenza della maltrattata Gaia, cioè la Terra, riconosciuta come organismo vivente complesso di cui l’essere umano è parte. Guardare il mondo con una visione olistica sembra non la soluzione, ma l’unica alternativa possibile per, forse, riuscire ad “invertire la rotta” passando per la rivoluzione del singolo individuo e “riattivandone” l’intelligenza comune.
È perciò uno dei compiti dell’avanguardia, dei movimenti dunque della politica (quella che non è market-friendly), sviluppare un sapere critico, che rompa i meccanismi della cultura contemporanea basata sull’economia e quindi sulla esclusione (azione indispensabile per creare un bisogno, dunque un profitto). Un sapere critico bene comune, al contrario, vive grazie alla sua capacità di includere.
Sempre attraverso il riconoscimento dei beni comuni (culturale come giuridico-istituzionale) si apre la via all’ accessibilità da parte di tutti, alla ricerca della qualità al posto della quantità, entrambi elementi che la politica deve riconoscere per costruire strutture di governo partecipato e autenticamente democratico, legate alle comunità di riferimento in direzione di una gestione locale e virtuosa dei propri beni comuni.
In un momento di profonda crisi, la riflessione critica e lucida di Ugo Mattei è capace di guardare oltre i fattori contingenti radicandosi simultaneamente nella realtà per offrire un punto di vista essenziale, scevro dalle tradizionali sovrastrutture per trasmettere con chiarezza la necessità di schierarsi dalla parte della difesa dei beni comuni, dalla parte dell’umanità.
Facendo spazio ad un nuovo punto di vista  che va oltre i limiti dell’individualità, si può allora realizzare il sogno di trasformare la società perché in “una parola, il comune è civiltà” (5).

Note
(1) MATTEI U., Beni comuni, un manifesto, Bari, Laterza, 2011, p. VI
(2) Ibidem, p. 11
(3) Ibidem, p. 60
(4) Ibidem, p. 66
(5) Ibidem, p. 62

 

Autore Ugo Mattei
Titolo Beni comuni. Un manifesto
Editore Laterza
Città Roma e Bari
Anno 2011
Pagine 113
Prezzo € 12,00
ISBN 978-88-420-9717-4

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
FAVA Federica 2011-12-23 n. 51 Dicembre 2011
 
Hortus

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Il paesaggio chiama

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