L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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La forma nell'architettura

di Oscar Niemeyer

a cura di Alfonso Giancotti

Il tema della forma nell’architettura è sicuramente un argomento assai complesso..
Può considerarsi oggettivo il dato relativo alla particolare attenzione che gli architetti contemporanei pongono nella definizione della forma e, di conseguenza, dell’immagine dell’opera di architettura.
Lo studio dell’’immagine che spesso coincide con la ricerca della spettacolarizzazione dell’oggetto architettonico conduce gli architetti a indagare oggi il tema della forma alla quale si piegano, sottraendo sempre più alla logica della triade vitruviana la funzione e la struttura.
In questa ottica mi è parso opportuno riproporre alcuni stralci, quelli che ho ritenuto maggiormente significativi, di uno scritto di Oscar Niemeyer del 1978 pubblicato in Italia nello stesso anno dalla Arnoldo Mondadori Editore di Milano, nella consapevolezza di affidare la riflessione sul tema assai delicato della forma nell’architettura ad un maestro che più di ogni altro, a mio parere, ha indagato attraverso le sue architetture, il tema dell’astrazione, del plasticismo e della libertà della creazione spaziale. Con passione, rispetto e nella consapevolezza dell’importanza civile e sociale del lavoro dell’architetto.


Il mio intento, nello scrivere questo breve testo, è stato quello di chiarire il mio pensiero sul problema della forma nell’architettura, assunto che costituì, a mio modo di vedere, uno spiacevole equivoco aggravato dal funzionalismo, utilizzato da piccoli gruppi che si servono di esso ancora oggi. Mi sento ben disposto per questo compito. E’ un problema che mi ha occupato per tutta la vita e nel quale mi imbattei nel 1940, quando progettai le opere di Pampulha, nel Belo Horizonte.
E, poiché l’idea è quella di scrivere un libro succinto e divulgarlo all’estero, tenterò di farlo breve e conciso, facile da leggere e capire. In esso mi accingo, tuttavia, a toccare altri problemi legati all’architettura, e a dimostrare, con l’insieme dei lavori che ho elaborato, che è possibile esercitare la professione senza isolarsi, mantenendosi, come si dice, politicamente impegnati.
[…]
Nell’architettura la forma plastica ha potuto evolversi grazie alle nuove tecniche e ai nuovi materiali che le danno aspetti differenti e innovatori.
Dapprima vi furono le forme massicce rese necessarie dalle costruzioni in pietra e mattone; poi sorsero le volte, gli archi e le ogive, i vani immensi, le forme libere e inattese che il cemento ha reso possibili e che sollecitano sempre più verso temi moderni.
Davanti a questa continua e inevitabile evoluzione e ai programmi che si apprestano, voluti dalla vita e dal progresso, l’architetto concepisce, via via nel tempo, il suo progetto:; freddo e monotono o bello e creativo, a seconda del suo temperamento e della sua sensibilità. Per alcuni, è la funzione che conte; per altri, si deve unire quella bellezza, quella fantasia, quell’imprevisto architettonico che costituisce, anche per me, l’architettura vera e propria.
La preoccupazione di creare la bellezza è, senza dubbio, una delle caratteristiche più evidenti dell’essere umano, sempre in estasi davanti a questo affascinante universo in cui viviamo. E ciò lo ritroviamo nelle epoche più remote, con il nostro preistorico predecessore che dipinge le pareti della sua caverna ancor prima di costruire il suo rifugio.
E la stessa cosa si ripete nei tempi seguenti, a partire delle piramidi d’Egitto. Architettura-scultura, forma libera e dominatrice sotto gli spazi infiniti.
La bellezza e la forma plastica nell’architettura, questo è il tema di cui voglio parlare – senza però farne un ozioso rendiconto – tenendo come base il tempo presente e la mia architettura.
Comincerei ricordando la situazione della forma dell’architettura nel ’36, quando cominciai la mia vita di architetto e l’architettura di quel tempo si affermava tra di noi sotto il pieno pontificare del funzionalismo, che ricusava qualsiasi libertà di creazione e di invenzione architettonica dimenticando che essa era stata sempre presente nei periodi aurei dell’architettura.
Era il tempo della pianta interna per l’esterno, dell’angolo retto, della macchina da abitare, della imposizione dei sistemi costruttivi, delle limitazioni funzionali che non mi convincevano specie pensando alle opere del passatoi tanto ricche di invenzione e lirismo. Non riuscivo a capire come, nell’epoca del cemento armato che offriva tutte le possibilità, l’architettura di quel tempo usasse un vocabolario tanto freddo e ripetitivo, incapace di esprimere in tutta la loro grandezza e pienezza quelle possibilità.
Ricordavo, allora, i vecchi tempi, quando, limitato da una ricerca ancora ai primordi, l’architetto penetrava coraggioso lungo il cammino del sogno e della fantasia.
Ma l’architettura contemporanea basava la sua presenza nelle tecniche costruttive che tutto dovevano modificare, appoggiandosi al funzionalismo per realizzare la metamorfosi desiderata.
[…]
E il funzionalismo si trasformò nella sua arma preferita, la libertà di ideazione col suo oppressivo rigorismo strutturale.
Durante i primi tempi, accettai tutto ciò come una limitazione provvisoria e necessaria, ma poi, con la vittoria dell’architettura contemporanea, mi rivoltai completamente contro il funzionalismo, desideroso di vederla realizzata con tutte le nuove tecniche ed entrare nel campo della bellezza e della poesia.
Questa idea giunse a dominarmi, come una forza interiore insopprimibile, che nasceva a volta a volta da antichi ricordi, delle chiese di Minas Gerais, delle donne belle e sensuali che si incontrano nella vita, delle montagne tronche, scultoree e indimenticabili del mio paese. “Oscar, tu hai le montagne di Rio negli occhi”, ecco cosa mi disse un giorno Le Corbusier.
Ma era la forma astratta che mi attraeva più frequentemente, pura e sottile, libera nello spazio alla ricerca dell’effetto architettonico. E ad essa mi attenevo, ricercandola con ogni tecnica, certo che molti l’avrebbero criticata, con quella vocazione alla mediocrità che nulla concede all’opera creatrice.
Questo spiega il mio impegno relativo alle opere di Pampulha, benché fossi appena uscito dalla scuola di architettura, ma già preso da questa imperiosa volontà di contestazione e di sfida. E Pampulha sorse con le sue forme svariate, le sue volte diverse e le curve della pensilina della Casa do Baile a provocare i tabù esistenti.
[…]
Ma non tutti sorridevano. Per i più dotati Pampulha era una scelta attraente, che consentiva quella libertà che il funzionalismo proibiva, per altri, era un cammino difficile da seguire e prima di tutto da concepire.[…] E le parole barocca e fotogenica si ripetevano, vuote e gratuite, poiché quelli che ci contestavano non avevano nulla di nuovo da suggerire. L’idea del barocco, che Herbert Reed capiva così bene, si riassumeva per essere un termine peggiorativo, le cui sfumature e i cui significati dimostravano di non conoscere.
La stessa curva, che tanto li turbava, era da essi disegnata in modo fiacco e sfibrato, poiché non lo sentivano, come noi, strutturata e fatta di curve e rette. Non riuscivano a comprendere persino le colonne, che noi non accettavamo per i nostri edifici e sostituivamo con forme libere e varie. Un giorno, raccontai come le progettavo, come nel disegnarle mi vedevo passeggiare tra esse e gli edifici, immaginando le forme che avrebbero avuto, la possibilità di variare i punti di vista, ecc. La mia intenzione era di mostrare come il problema plastico era laboriosamente pensato e come ci impegnavamo con cura in esso.
[…]
Lavorammo molto. Ogni progetto era buttato giù in pochi giorni e il lavoro cominciava subito con la pianta della fondamenta indispensabili. Ricordo con nostalgia tutto ciò, la terra rossa che ci entrava nella pelle e quella determinazione che gli ostacoli rendevano ancor più ostinata. Ci sentivamo come in una grande crociata: costruire la Capitale di questo paese.
[…]
Ma nel 1964 tutto cambiò. E la città che aiutammo a costruire si fece ostile e distante per tutti noi. L’Università di Brasilia, che Darcy Ribeiro ostinatamente creò, fu invasa dalle forze militari e la libertà dimenticata, il diritto dell’uomo annullato, e i più intrepidi e ribelli perseguiti come delinquenti comuni. La vecchia provocazione del pericolo comunista ricomparve sui giornali, come se il popolo già non la conoscesse  la disprezzasse da molti anni. […] Brasilia divenne per me irrespirabile, guidata dall’asineria esemplare del colonnello Prates da Silveira. E dovetti viaggiare per anni, sempre ritornando in Brasile, per dichiara<re, quando era possibile, la rivolta che provavo di fronte a tanta ingiustizia, violenza e idiozia.
[...]
Ma quelli che pretendevano  di paralizzarmi diedero vita, senza saperlo, a una nuova e importante fase nella mia vita di architetto. Appoggiato da De Grulle, Malraux, Boumedienne e Mondadori, cominciai a innalzare all’estero un po’ della mia architettura. L’edificio del PCF, a Parigi, la sede della Mondadori, a Milano, le università algerine, ecc., divennero in quei paesi punto di attrazione architettonica, creando sorpresa, dissolvendo antichi dubbi e incomprensioni. E una sensazione di dovere compito si impadronì di me, non più costretto a spiegare ciò che facevo. Lì sta la mia architettura, davanti al mondo civile, che un giorno si esprimerà su di essa, in funzione del tempo e della sensibilità degli uomini.

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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