L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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La città narrante

L’urbanesimo secondo Trevisan e Pascale

Benedetta Di Donato

citta_narranteChi e come descrive oggi la città e i suoi paesaggi? Antonio Pascale e Vitaliano Trevisan sono due autori contemporanei che si sono cimentati con il difficile compito di fare della città il soggetto di una narrazione.
Sono testi chen non hanno la forma autobiografica ma non sono nemmeno saggi, possiamo dire che fanno riferimento ad un genere, a metà fra questi due, che vede nella centralità dello spazio la sua specificità. Attraverso due autori, due testi, due case editrici e due paesaggi proviamo a capire che tipo di scrittura è quella che viaggia tra informazione e soggettivismo; molti altri autori si sono avvicinati al genere – se di genere si può parlare – in ordine sparso: Biondillo con Metropoli per principianti, Lodoli con Isole e l’editore Laterza che con buona parte della collana Contromano sperimenta in questa direzione.


Perec nel 1974 scriveva «Vivere, è passare da uno spazio all'altro, cercando il più possibile di non farsi troppo male» (1) ma come si conosce la città contemporanea se non passando attraverso paesaggi informativi e iper-soggettivi, e quindi senza farsi un po’ male? Trevisan e Pascale di questo sembrano non aver paura e permettono alla città di entrare nella loro prosa con la stessa violenza con la quale essa si impone al nostro sguardo. Il risultato è una visione originale dei paesaggi contemporanei e, forse, un altro strumento per indagare e riflettere sulla città.
copertina_trevisanTrevisan in Tristissimi giardini non ci risparmia la ferocia con cui descrive il mondo, eppure dalla sua scrittura asciutta e cattiva, inspiegabilmente, arriva l'aria.
Il libro è una sorta di avventura paratattica tra Vicenza e provincia, un monologo ossessivo in cui l'autore cammina per la città e la sua periferia con i piedi incastrati nella terra e il gusto di raccontare come se la voce narrante fosse quella di un osservatore miope, incapace di mettere a fuoco qualcosa che sia più distante da lui di un paio di metri. Nelle immagini di paesaggi formattati che Vitaliano Trevisan ci consegna l'orizzonte è un elemento accessorio, poco indagato, a prevalere sono la terra e l'esperienza della terra.
«É sintomatico: appena una proprietà passa di mano, prima ancora che la casa viene fatto fuori il giardino...per riordinarlo secondo quello che sembra un modello ormai stabilizzato, almeno da queste parti, e che comprende l'insopportabile prato cosiddetto inglese, con relativo e indispensabile sistema di irrigazione automatico, l'irritante pietra/blocco da giardino, la claustrofobica, a seconda dei punti di vista agorafobica, siepe di alloro, gli alberi nani e, ultimamente sempre più spesso, uno o più ulivi centenari» (2).
La prospettiva spaziale di Trevisan è strettamente legata alla questione del tempo: un ritmo, a volte, accelerato e senza respiro, soffocante e inesorabile eppure rassicurante perché profondamente onesto e altre più largo dell'umano in cui il silenzio diventa la misura di tutto. Quello che colpisce è la capacità di scrivere i paesaggi, somma di minuscoli frammenti, paesaggi che sembrano quasi immunizzati all'incontro, dove gli abitanti sembrano riusciti a costruirsi uno zoo e ad abitarlo spontaneamente e ogni evento che si verifica intorno a loro appare marginale.
«Difficile farsi un'idea dell'insieme, mentre si percorrono strade come queste. Del come e del perché, si è tanto detto e tanto scritto, che non mi sembra il caso di aggiungere alcunché, a parte forse una considerazione, che tutto, ora, mi sembra unito, come se non si uscisse mai dalla città, o meglio, come se si continuasse, ininterrottamente ad uscire dalla città, senza uscirne mai del tutto» (3).
Altro contesto quello di Ritorno alla città distratta: Pascale coglie, con un umorismo malinconico, gli elementi che fondano la crescita dicopertina_pascale Caserta intendendo il paesaggio mai come sfondo e sempre come soggetto della narrazione. Il racconto prende corpo attraverso fatti quotidiani, quasi tutti, in cui «c'è sempre una questione più grande che impedisce di risolvere una cosa più piccola»; lo spazio che ne deriva è un luogo praticato (4) da qualcuno che lo conosce molto bene e che lo vede al tempo stesso per la prima volta. I cambi di ritmo sono pochi, tutto scorre lentamente e inesorabilmente sotto i piedi di colui che traversando paesaggi riesce a scrivere leggendo.
«Il nome mozzarella deriva da mozzare. Il formaggio si produce, cioè, secondo un processo di sporulazione, o meglio da una struttura a treccia e filamentosa si producono piccole teste che nascono dalla spinta delle mani dei mozzarellari e vengono poi dal mastro casaro, al momento giusto, mozzate. É, in fin dei conti, un processo di lavorazione violento e immediato però silenzioso, che richiede un’abilità istintiva, grezza ma efficace. […] Ora, solo in questi posti poteva nascere un formaggio come la mozzarella. Perché come avviene per la case, a Villa Literno tutto si forma riformandosi in continuazione, così pure la mozzarella segue il ritmo di vita filamentoso ma monotono che anima questi luoghi» (5).
La struttura del testo è quella circolare in cui tutto non comincia mai e non finisce mai, la terra è sempre leggera e pesante al tempo stesso, lo spazio sembra appartenere solo a chi lo abita. L'equilibrio tra gli estremi diventa la misura della realtà narrata. Lo spazio è inteso come superficie, come luogo non proprio, e il moto oscillatorio dell'autore permette ad ogni parte di sfumare per restituire, involontariamente, senso all'insieme.
Per entrambi gli autori la composizione sembra derivare dalla struttura del territorio: il ritmo, il tempo, lo spazio e la costruzione del testo nella sua totalità permettono al lettore di attraversare quei luoghi senza averci messo mai piede. La logica sembra quella della lezione di Perec: «Osservare la strada, di tanto in tanto, forse con impegno più sistematico. Applicarsi. Concedersi tempo. / Annotare il luogo: i tavolini di un caffè vicino Bac Saint-Germain / l'ora: le sette di sera/ la data:15 maggio 1973 / il tempo: bello stabile. / Annotare quello che si vede. Quello che succede di notevole. Sappiamo vedere quello che è notevole? / C'è qualcosa che ci colpisce? / Niente ci colpisce. Non sappiamo vedere. / Bisogna procedere più lentamente, quasi stupidamente. Sforzarsi di scrivere cose prive d'interesse, quelle più ovvie, più comuni, più scialbe» (6).
Resto con una domanda: in che maniera la scrittura ci aiuta a trasformare i luoghi in spazi?
Lo strumento con il quale il territorio è indagato sembra sempre quello dello sguardo e il testo diventa una sorta di trascrizione della realtà, una rilievo del traversare, del resto Pascale stesso in un’intervista a Maria Agostinelli a proposito delle voci che coesistono nel testo dice: «Non basta parlare della realtà, bisogna fornire l'esperienza della realtà». Trevisan fa riferimento continuamente al camminare, la visione è sempre dal basso, Pascale guarda il territorio da un po’ più in alto, senza tuttavia allontanare i piedi da terra. La libertà che Trevisan e Pascale si prendono nei loro testi è proprio quella di rivivere l'atto del passare, sul foglio scritto e il risultato è una storia che comincia rasoterra attraverso i passi e da quella prospettiva non si sposta, per scelta e con ostinazione. Eppure quando Canetti traversa Marrakech si sente parte degli spazi: «Trovavo nella piazza l'ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo li, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza» (7). Nelle sue parole c'è la tensione di chi vede, da oggi-ieri, la possibilità di influenzare la realtà, il movimento è interno e tende verso l'esterno, anche Calvino quando scrive Le città invisibili sembra alimentato dalla stessa certezza di un'opportunità. Per Trevisan e Pascale è diverso: il movimento diventa quasi un dato ossessivo, chi scrive sembra paralizzato, il punto di vista da oggi-domani guarda verso il passato.
Il risultato è di catapultare il lettore nella realtà della periferia contemporanea alla ricerca di qualcosa di non detto, immerso in un racconto di percorsi che resistono all'evidenza, lontani dai cliché della denuncia, con i quali vale la pena confrontarsi e dai quali vale la pena di farsi infastidire e scioccare. Tanto, alla fine, tutto si interrompe bruscamente, come è cominciato, senza trama e senza finale.

Note
(1) Georges Perec, Specie di spazi, Bollati Boringhieri, Torino 2009, p.12
(2) Vitaliano Trevisan, Tristissimi giardini, Laterza, Roma e Bari 2010, p. 45
(3) Ibidem, p. 128
(4) Michel de Certeau, L'invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, Roma 2001, p.176
(5) Antonio Pascale, Ritorno alla città distratta, Torino, Einaudi 2009, p. 60
(6) Georges Perec, Specie di spazi, Bollati Boringhieri, Torino 2009, p. 62
(7) Elias Canetti, Le voci di Marrakech, Adelphi, Milano 2004, p. 57

Autore Vitaliano Trevisan Autore Antonio Pascale
Titolo Tristissimi Giardini Titolo Ritorno alla città distratta
Editore Laterza Editore Einaudi
Città Roma e Bari Città Torino
Anno 2010 Anno 2009
Pagine 138 Pagine 226
Prezzo € 10,00 Prezzo € 11,50
ISBN 978-88-4209-029-8 ISBN 978-88-0619-856-5

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DI DONATO Benedetta
2011-03-18 n. 42 Marzo 2011
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

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