L'editoriale di (h)ortus


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  Ottantatre anni ci separano da quel 1927 in cui Ludwig Hilberseimer pubblicò a Berlino il volume Großstadtarchitektur, un lavoro seminale che raccoglieva, in una visione chiara e pragmatica, la versione tedesca della città contemporanea, complementare e per certi versi opposta alla Ville radieuse. Nello stesso anno, a Stoccarda, si realizzava il quartiere sperimentale del Weissenhof, esempio paradigmatico della capacità Continua...

Pensieri e appunti per una nuova stagione

È vero che l’anno solare chiude in dicembre. È altrettanto vero che quello accademico, professionale e amministrativo chiude con l’arrivo del mese di agosto per riprendere dopo la pausa estiva.
Appare forse questo il momento più idoneo per indirizzare alcuni appunti o forse, più semplicemente, per distribuire pensieri, alcuni dei quali speriamo possano circoscrivere ambiti di riflessione per la prossima ‘stagione’.
Le prime note sono rivolte alla città di Roma, in particolare a coloro che la amministrano e a chi è deputato a pianificarne e disegnarne gli spazi con l’obiettivo, naturalmente, di qualificarli.
Quello appena trascorso è stato un anno denso di eventi: sono state inaugurate, dopo lunga attesa, alcune tra le più importanti e sospirate opere programmate dalla nostra città, si è svolta una festa, dell’architettura appunto, con l’obiettivo di riportare sulla disciplina stessa l’attenzione dei sistemi d’informazione. L’atteggiamento positivo e fiducioso di questa rivista non può trascurare le potenzialità di questi eventi.
Al contempo, però, non si può fare a meno di rilevare come, adesso più di prima, ci si trovi palesemente di fronte ad un bivio.
I fatti di quest’anno, pur nella loro importante diffusione, hanno disegnato una netta linea di demarcazione tra due mondi. Quello delle stelle del sistema e quello di tutti gli altri.
Le stelle del sistema hanno potuto esporre, di fronte a una marea di giovani fans, le strategie e le linee guida per il recupero di periferie che molti di loro non hanno mai percorso, per rivitalizzare centri storici nei quali essi stessi hanno soggiornato per non più di qualche notte.
Può anche risultare divertente sentir parlare per trenta secondi della presenza delle auto in piazza Sant’Ignazio a Roma, portandola a pretesto per raccontare del progetto dell’alta velocità nelle isolate, per quanto suggestive campagne europee.
Il mondo delle stelle del sistema permette ai nostri politici di fregiarsi del titolo di esemplari mecenati, ma occorre precisare a gran voce che tutto ciò avviene nel totale disinteresse di quello che accade all’interno dello spazio fisico compreso tra le puntuali localizzazioni di questi capolavori della contemporaneità.
Una precisazione che si configura come un atto dovuto nei confronti e nel rispetto di coloro che, con passione e dedizione, studiano questa città, dei professionisti che hanno deciso di operare, stoicamente, all’interno di una realtà come quella romana complicata, per usare un eufemismo, ancor più che complessa, per i docenti che sono chiamati a formare gli architetti di domani, per quegli stessi studenti che coltivano l’illusione di una realtà di cui, ben presto, ne valuteranno direttamente gli elementi di criticità.
Un atto dovuto prima ancora verso coloro che questa città la abitano.
E allora ai pensieri è giusto associare gli auspici.
Che finalmente la qualità dello spazio urbano sia tenuta in considerazione più di quella dei singoli manufatti, perimetrati e chiusi da eleganti e moderni recinti in lamiera forata.
Che le azioni di chi governa e di chi disegna la città s’indirizzino con forza verso la ricerca di una qualità diffusa, quella qualità che, se pianificata, può essere generata in congrui intervalli di tempo, senza timore che il risultato finale di questo percorso possa palesarsi dopo il termine del proprio mandato elettorale.
La storia ha dimostrato come l’architettura, più delle altre discipline dell’agire umano, ha bisogno di un suo tempo naturale per produrre benefici alle città e ai suoi fruitori.
Una qualità diffusa, la cui assenza di significato e percezione traspare dai volti delle persone che guardano docenti e studenti camminare per la città indicando edifici a loro sconosciuti, domandandosi per quale lontanissima ragione dei giovani si soffermino su spazi e architetture nelle quali non hanno mai riconosciuto niente di eccezionale.
Tanto vale allora indirizzare la serie dei prossimi appunti alle scuole di architettura sulle spalle delle quali, inevitabilmente, peseranno molte delle responsabilità.
La prima è quella, di cui molto si è discusso sulle pagine di questa rivista, di recuperare e diffondere un principio della pratica dell’architettura fondata sull’equilibrio tra la dimensione etica ed estetica del progetto di architettura, sul valore scientifico del progetto a prescindere dalle scelte lessicali e dagli esiti formali.
Affinché questo accada, occorre che naturalmente il progetto di architettura recuperi sempre più centralità nell’insegnamento: a dire il vero, molto non hanno giovato le vicende giudiziarie che hanno coinvolto alcuni dei docenti delle facoltà italiane all’interno dei ciclici e malsani episodi che hanno interessato il sistema degli appalti nel nostro paese. Tra non poco la nostra generazione sarà chiamata inevitabilmente a prendere una posizione nei confronti di quella che l’ha immediatamente preceduta, ma la prudenza impone saggiamente di attendere il termine dei processi prima di esprimere giudizi.
Impossibile negare, allora, l’evidente momento di difficoltà che saranno chiamati ad attraversare i docenti universitari. Il Sole - 24 Ore – non certo un giornale eversivo – ne ha resi pubblici gli stipendi, di cui si può rilevare l’assoluta normalità dell’importo, e in parallelo la consistenza dei tagli. Non bisogna essere un eccezionale uomo di mondo per farsi un’opinione serena su quello che sta succedendo. Occorre che qualcuno dica che la riforma universitaria in corso di discussione è tutt’altro che una riforma che premia il merito. Piuttosto è una riforma che punta ad azzerare il livello della cultura e la qualità dell’istruzione e con esso la coscienza di chi si affaccia alla società. Nessun docente è contrario ad inserire il principio del merito nella logica dei tagli. Piuttosto siamo logicamente contrari ai tagli indiscriminati.
Ma perché il progetto ritorni elemento centrale ed efficace all’interno delle scuole, sarà ancor più importante la volontà di definire come imprescindibile il rapporto che insiste tra pratica professionale, ricerca e, conseguentemente, didattica.
Che praticare la professione ed esser professore universitario siano, oggi, attività di base incompatibili, è sicuramente un paradosso, non fosse altro per le evidenti affinità etimologiche delle due parole. Si parla molto spesso di una forte inclinazione della scuola a laureare teorici della progettazione. Un confronto tra le istituzioni del nostro paese nel merito di questa ormai annosa questione, per il futuro e la qualità dei giovani delle scuole, più che auspicabile appare necessario.
Un elemento comune sottende questi pensieri e questi appunti: il richiamo al senso di responsabilità. Non potranno mai esistere provvedimenti legislativi, atti amministrativi e scelte politiche in grado di trovare efficacia senza il recupero del senso di responsabilità di ognuno degli attori del processo. Nessuna scelta potrà mai essere equa se non è diretta a uomini responsabili.
aymonino2.jpgIn conclusione ci sentiamo di porre un doveroso saluto a Carlo Aymonino, maestro per chi l’ha avuto come docente e anche per chi ha studiato il suo pensiero. Uno degli ultimi, se non l’ultimo, di quegli architetti di cui si era in grado di apprezzare la qualità scientifica del lavoro e, al contempo, discutere animatamente e senza remore sugli esiti formali. Uno dei protagonisti di una stagione nella quale architettura e politica si parlavano. Ma anche di questo abbiamo già scritto. Lavoriamo con fiducia perché quelle stagioni tornino ad affacciarsi.

AG
Luglio-agosto 2010


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