L'editoriale di (h)ortus


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recensioni_verzaCarlos Martì Artìs

Silenzi eloquenti

Borges, Mies van der Rohe, Ozu, Rothko, Oteiza

Eleonora Lucantoni

aris_silenzi.jpgIl libro di Carlos Martì Arìs Silenzi eloquenti è un percorso trasversale, un itinerario sincronico, lineare, articolato, ricco di rimandi in ogni direzione e settore dell’arte, un ipertesto di relazioni potenzialmente ampliabile all’infinito, perfettamente inserito all’interno del dibattito tra moderno e contemporaneo, di cui l’autore analizza un aspetto molto specifico, ma altrettanto significativo: il silenzio.
Per far questo Carlos Martì esplora il panorama artistico del XX secolo, focalizza l’attenzione su alcune personalità di rilievo dei diversi campi – la letteratura, l’architettura, il cinema, la pittura e la scultura – analizza il ruolo del silenzio nelle loro opere e ci mostra, con una semplicità impressionante, come questo sia identico per natura, finalità e risultato. Ne nasce un testo poetico che, pur mostrando una natura fortemente filosofica, passa inesorabilmente attraverso il pragmatismo della produzione artistica.


Il silenzio a cui è interessato Carlos Martì Arìs è voluto, pensato, ricercato, è significante – “una sorta di sorgente nascosta dalla quale possono sgorgare, con naturalità, le acque del significato”(1) , un “tessuto alveolare che si insinua nei segreti nascondigli del linguaggio, portandolo ad un insospettabile livello di polisemia”(2) – un’assenza più significativa di qualsiasi presenza, alleato della parola ma più eloquente della parola stessa – “viene dopo la parola […] quando questa, una volta pronunciata, ha perso il suo senso immediato; ma anche la precede, in una sorta di dimensione prolettica che la contiene e la predice”(3) – acerrimo nemico del rumore oppressivo e assordante che ci assedia, ci sottomette, ci bombarda, impedendoci di soffermarci a riflettere e ad ascoltare il vuoto.
Diverse sono le tematiche analizzate per individuare i tratti comuni tra Borges, Mies, Ozu, Rothko e Oteiza in riferimento al loro rapporto col silenzio: la trasparenza delle architetture di Mies e i “piani vuoti” di Ozu nascono dallo stesso intento e producono lo stesso effetto, cioè quello di spingere lo sguardo dell’osservatore al di là dell’opera; l’amore per il mito, che accomuna Borges e Rothko, attribuisce un valore sacrale ed universale alla loro produzione; il ruolo centrale che assumono le relazioni tra gli elementi è presupposto fondamentale delle poetiche di Ozu e Mies; i colorfields di Rothko, come gli svuotamenti di Oteiza, consentono la compenetrazione dello spazio esterno e lo spazio dell’opera coinvolgendo in questo dialogo anche lo spettatore che diventa, così, involontario ma costretto, interlocutore. Questa fitta trama di parallelismi viene arricchita di rimandi ad autori, compositori, filosofi ed ovviamente artisti figurativi che vanno da Brancusi a Kundera, da Bach a Cage, da Morandi a Tessenow, da Hegel a Brahms per mostrare quanto il rapporto col silenzio sia parametro atemporale di separazione tra “gli artisti che usano la loro opera per esprimere se stessi, da quelli che, con il loro lavoro, si trasformano in servitori dell’opera, in amanuensi dello spirito”(4).
Lo scopo principale e il contributo fondamentale offerto da questi artisti e dai loro silenzi sono, infatti, il progresso della concezione artistica, il superamento delle mode, delle tendenze, delle avanguardie e degli aspetti meramente individuali, la creazione di “un’arte fondata […] sulla dimensione sovrapersonale [e sovratemporale n.d.r.] delle sue manifestazioni”(5) e la “costruzione di un discorso collettivo”(6). Il loro intento comune è, quindi, quello di gettare basi universalmente valide, scevre da ogni inutilità e personalismo, dalle quali far ripartire la produzione artistica e il dibattito estetico.  

Carlos Martì Aris, Silenzi eloquenti, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2002, pp. 176, €13,00

Note
(1)    Carlos Martì Arìs, Silenzi eloquenti. Borges, Mies van der Rohe, Ozu, Rothko, Oteiza, Christian Marinotti Edizioni, Milano, 2002, p. 13.
(2)    Ibidem, p. 109.
(3)    Ibidem, pp. 121-122.
(4)    Ibidem, p. 69.
(5)    Ibidem, p. 17.
(6)    Ibidem, p. 6.



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