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L'utopia feconda della decrescita
Appunti per un Habiter Ecologique Lecture di Serge Latouche, Auditorium del MAXXI. Index Urbis – Festa dell'Architettura di Roma
Alessandra FabbriIvan Illich, libero pensatore del nostro tempo, precursore della nuova corrente chiamata altermodernità, unanimemente riconosciuto come uno dei maggiori sociologi mondiali, ci insegna a riscoprire la saggezza della lumaca che, a dispetto di molti, non è solo quella della lentezza.
La lumaca costruisce la delicata architettura del suo guscio secondo leggi affascinanti che le impediscono di crescere all'infinito. Pur sposando con intelligenza la ragione geometrica, in base alla quale la spira successiva risulta sempre essere il doppio della precedente, arrivata alla quarta si ferma e torna indietro, decrescendo per rinforzare la propria casa.
“Una sola spira in più aumenterebbe di sedici volte le dimensioni del guscio. Anziché contribuire al benessere dell'animale lo graverebbe di un tale eccesso di peso che qualsiasi aumento di produttività verrebbe letteralmente schiacciato dal compito di affrontare le difficoltà dall'allargamento del guscio oltre i limiti fissati dai suoi stessi fini. A questo punto il problema del soprasviluppo comincia a moltiplicarsi in progressione geometrica, mentre le capacità biologiche della lumaca, nella migliore delle ipotesi, non possono che aumentare in proporzione aritmetica. Abbandonando la ragione geometrica che precedentemente perseguiva, la lumaca ci indica il cammino per pensare una società della decrescita, se possibile serena e conviviale” (1).
Le spirali si sviluppano fino ad un punto sufficientemente accettabile per dimensioni e funzionalità, rispettando quel senso del limite che il pensiero contemporaneo sembra aver dimenticato.
Un esempio, questo, per comprendere quanto la natura sia in grado di allargare i nostri orizzonti cognitivi spingendoci là dove non riusciamo a vedere oltre la linea che separa il conscio dall'inconscio - per usare un'espressione di Siegfried Giedion - la tecnica dal sentimento.
Serge Latouche, attento studioso dell'antropologia economica, tra gli avversari più noti dell'occidentalizzazione del pianeta, sostenitore accanito della decrescita conviviale e del localismo, durante il suo intervento nell'ambito della rassegna Index Urbis, ci invita a riflettere su quello che oggi domina il nostro immaginario collettivo: il sistema economico della società capitalistica che distrugge il senso dei luoghi e che lui stesso definisce il cancro dell'urbanizzazione.
Stiamo ormai andando, secondo il teorico francese, verso un collasso definitivo a causa di una crescita economica illimitata che ci conduce verso una deriva lontana dal ludico spirito dei situazionisti: la terra è un giardino finito dal quale non potremo attingere in eterno i frutti per la nostra sopravvivenza.
Parlare di decrescita è una sfida.
Il termine altro non è che lo slogan provocatorio di un progetto politico per decolonizzare il nostro immaginario fondato sulla religione del mito e del progresso.
Non vuole essere né una forma di regressione né l'apologia di una crescita negativa.
Decrescita non è il termine simmetrico di crescita ma “è un termine esplosivo che cerca di interrompere la cantilena dei 'drogati' del produttivismo. Decrescita è una parola d'ordine che significa abbandonare radicalmente l'obiettivo della crescita per la crescita, un obiettivo il cui motore non è altro che la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale e le cui conseguenze sono dannose per l'ambiente. A rigor del vero più che di decrescita bisognerebbe parlare di a-crescita, utilizzando la stessa radice di a-teismo, poiché si tratta di abbandonare la fede e la religione della crescita, del progresso e dello sviluppo” (2).
Per fare ciò è necessario cambiare il nostro punto di vista, operando un salto culturale, uno slancio che riorganizzi le nostre abitudini, le nostre modalità di relazione con l'altro.
A detta di Latouche, ragionare come se avessimo un martello nella testa non può che portarci a considerare tutte le problematiche che ci circondano come fossero chiodi: il capitalismo è il martello che affligge i nostri pensieri; eliminarlo ci permetterà di non considerare più la questione economica come unica e fondamentale per la nostra sopravvivenza.
Perché non è nel PIL che riusciamo a misurare il nostro grado di felicità, il nostro modo di vivere in comunità. Paragonare il sistema economico capitalistico ad un organismo che si sviluppa nel tempo è errato. L'economia fa parte di un organismo, non lo costituisce nella sua totalità.
Il seme di un albero non crescerà in modo da diventare gigante, ma si modificherà nel tempo, diventando altro da sé: un albero.
Lo sviluppo, quindi, altro non è che una trasformazione qualitativa della crescita.
Come trasformare quindi il nostro modo di vivere la città affinché diventi un'esperienza qualitativa del vivere?
Scriveva Le Corbusier nel 1946: “L'urbanistica è l'espressione, rappresentata nelle opere dell'ambiente costruito, della vita di una società. Di conseguenza, l'urbanistica è lo specchio di una civiltà. Non si tratta di una scienza limitata, troppo strettamente specializzata e specificatamente tecnica, ma di una manifestazione di saggezza che si propone come oggetto ed effetto di discernere i fini utili ed enunciare i programmi corrispondenti” (3).
Nell'ambito di una rassegna dedicata allo sviluppo urbano ancora una volta c'è da chiedersi se la questione, ancora prima di essere architettonica, sia culturale.
La società della crescita è da sempre una società unilaterale che schiaccia le diversità culturali, omologando popoli e contesti urbani: dobbiamo uscire dall'unidirezionalità del pensiero e dell'economia per ritrovare la pratica della diversità, l'unica in grado di rafforzare le nostre capacità di adattamento per resistere ai cambiamenti dell'ambiente.
È necessario, secondo Latouche, stabilire un nuovo sistema di valori per definire una nuova cultura, modificando quello su cui fondiamo la nostra esistenza. Il Programma delle 8 R (rivalutare – riconcettualizzare – ristrutturare – ridistribuire – rilocalizzare – ridurre – riutilizzare – riciclare) è l'unica via attraverso la quale la società contemporanea riuscirà ad uscire dal paradigma dominante del capitalismo.
In questo senso le Transition Towns rappresentano tutto quello che i seguaci di Rob Hopkins hanno messo in pratica dal 2005, realizzando comunità pronte ad affrontare la sfida del riscaldamento globale del pianeta e il picco del petrolio.
In oltre settecento paesi e città del mondo si stanno portando avanti progetti strategici per cercare di riorganizzare la vita di ognuno senza dipendere dal petrolio.
Le Transition Towns, come ci spiega Latouche, costituiscono delle esperienze di resilienza locale essendo le comunità che le costituiscono completamente autosufficienti rispetto all’esterno per quel che riguarda il cibo, l’energia e le attività economiche.
Il passo non è facile e la questione rasenta i limiti dell'utopia, ma forse un nuovo modo di ripensare il nostro costruito anche in rapporto alla natura è possibile.
Per una società che consideri l'individuo come parte di un ecosistema più ampio.
Per far sì che il gesto architettonico non si riduca a mero segno sulla carta ma si realizzi nell'umano del nostro quotidiano, coinvolgendo saperi e mestieri; abbandonando la figura dell'architetto demiurgo, divino artigiano, illusorio creatore del migliore dei mondi possibili.
Ancora Le Corbusier, quando le cattedrali erano bianche, sosteneva l'impossibilità di una vita in cui l'uomo non trovasse spazio per offrire la sua carcassa pallida ai raggi rigeneratori del sole. “Come una pianta nella cantina – scriveva – vive nell'ombra. […] Per incuria e insaziabile avidità di denaro sono state prese iniziative nefaste in materia urbana” (4).
Profitto a discapito del bene degli uomini.
Allora si ergeva nel cielo, come simbolo della tecnica a favore della felicità umana, il grattacielo. Quel grattacielo in grado di limitare gli spostamenti, di integrare la natura nella città, di aggregare invece di separare l'uomo dall'uomo, concentrandolo nel suo contesto quotidiano.
Oggi c'è una nuova storia da scrivere.
Siamo uomini ancora prima che architetti. La nostra sofferenza più grande – sostiene ancora Latouche – ci viene dall'incapacità di soddisfare i nostri bisogni: solo spingendoci verso la frugalità riusciremo a ritrovare l'abbondanza, quel senso di reale progresso della specie umana verso il quale tutti dovremmo aspirare.
Note
(1) Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2007, p. 43
(2) Ibidem, p. 11
(3) Amedeo Petrilli, L'urbanistica di Le Corbusier, Marsilio, Venezia 2006
(4) Le Corbusier, Quando le cattedrali erano bianche, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2003, p. 266
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