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Bocche che non parlano
Intendiamoci, ritengo che sotto molti fronti l’architettura dei
nostri giorni stia fornendo prove di grande maturità: in generale, in
tutti i campi che beneficiano dello sviluppo tecnologico che tanto
caratterizza la nostra epoca. Nuovi modi di costruire, nuovi materiali,
modelli di gestione e di organizzazione tecnica: anche questi aspetti
fanno la buona architettura di oggi.
In altri ambiti, tuttavia, non si può dire che le cose vadano
altrettanto bene. In particolare, sembra che molta architettura di
“avanguardia” abbia optato per una strada di totale scisma rispetto ad
una espressività largamente condivisibile, promuovendo, al contrario,
una sfrenata ricerca di forme inusitate. Questa stirpe di “alieni
architettonici”, che al momento popola i nostri schermi ma in misura
crescente atterrerà nel mondo reale, induce alcuni di noi – incluso chi
scrive – ad una sorta di xenofobia della forma, che ci conduce ad
arretrare sospettosi di fronte a quanto non conosciamo, non
riconosciamo come nostro.
La conseguenza più evidente di questo processo si ha sul
linguaggio dell’architettura. Le forme espressive tradizionali, già
largamente messe in discussione dal ‘900, sono relegate oggi per lo più
all’architettura commerciale, o alle contro-utopie nostalgiche di
qualche esponente di un tardivo storicismo. Mai, prima di oggi, si era
giunti ad una tale distanza dalla figurazione tradizionale: con circa
un secolo di ritardo rispetto alle altre arti, finalmente
l’architettura è entrata nell’età dell’astrattismo.
L’antica polarità tra espressione ed evento, divisione quasi
archetipica tra due modi di intendere il mondo, è oggi spezzata a
favore del predominio schiacciante della fenomenologia. Spazi sensuali,
superfici tattili, interattività, sono solo alcuni tra gli slogan che
invocano una fusione carnale tra architettura e utente, mentre il
dominio del linguaggio è stato derubricato ad un ambito accademico,
conservatore, destroide. Eppure, sebbene questa specie di utero
architettonico nel quale il progetto d’avanguardia contemporaneo vuole
consentirci di rifuggire ci trova comunque straniati: il disagio
continua. L’architettura dei sensi, nel tentativo di sorpassare la
barriera cognitiva del linguaggio, inseguendo il vessillo della
creazione di luoghi, spazi e sensazioni universali, si scontra con un
ostacolo ancora più grande: l’impossibilità, fuor di metafora, di
traslarci nel corpo di qualcun altro.
Dove l’architettura non produce più figure ma soltanto immagini è
difficile riconoscere e riconoscersi, dare un nome alle cose. Il
carattere, baluardo della tassonomia illuminista di Quatremère de
Quincy, fondamentale strumento semantico sino alla fine della
tradizione beaux arts, consentiva al viaggiatore di orientarsi persino
nelle città a lui ignote, riconoscendo la chiesa, il palazzo, il
comune, la casa, il castello al primo sguardo. L’architettura del ‘900
ha iniziato a interrompere questo legame antico; le avanguardie di oggi
stanno portando a termine la cesura.
Lasciando per un istante da parte il disagio del viaggiatore
contemporaneo, è forse utile ricapitolare le cause di quanto sta
avvenendo, pur nella difficoltà data dall’osservazione di un fenomeno
in corso, ben lontano dall’essere storicizzato.
Innanzi tutto è opportuno rilevare come la stessa nozione di
avanguardia sia, il più delle volte, sostituibile con quella di
invenzione. Benché spesso l’avanguardia si sia avvalsa dell’invenzione
– soprattutto formale, ma anche tecnologica – per distaccarsi dal
mainstream della contemporaneità, quanto avviene oggi sembra
caratterizzato da una estenuante ricerca stilistica ma anche da una
grande povertà sul piano della riflessione teorica. Più che
avanguardia, dunque, potrebbe essere giusto parlare di maniera.
Sembra ripetersi, ancora una volta, lo “scippo”, da parte della
disciplina architettonica, delle modalità operative e di invenzione di
altri ambiti culturali: una confusione spesso deliberata, sovente
legata ai movimenti di avanguardia. Ma a differenza di quanto avvenuto
in altre epoche storiche, questa volta non sono le arti “tradizionali”
ad essere saccheggiate: oggi si prendono in prestito i segreti di
bottega del fashion design, del marketing, del cinema. L’architettura,
muovendosi verso una sempre più spiccata eteronomia, digerisce le
capacità culturali di discipline a lei confinanti e non.
In secondo luogo, benché sia ormai storia, la rivoluzione digitale
non sembra aver ancora esaurito le proprie potenzialità di innovazione
formale. Già da molto tempo è più che evidente una scollatura profonda
tra produzione di immagini e produzione architettonica: la prima ha
ampiamente distanziato la seconda. Nonostante questo, l’indagine
sull’uso dei mezzi digitali prosegue senza sosta. Ma ben più profondo
dell’impatto di questi strumenti – ormai inscritti in una spirale di
autoreferenzialità – è quello di uno degli effetti collaterali della
rivoluzione digitale: l’idea di processo in architettura.
Infine, la storicizzazione dell’idea di globalizzazione ha causato
un prematuro arresto della doverosa riflessione intorno a uno dei
fenomeni culturali più imponenti della nostra epoca. Una volta esaurito
lo spettro delle possibilità espressive indotte da questo movimento
epocale, che spaziano dal superspecifico al supergenerico, diviene
sempre più difficile individuare una corretta collocazione per i
prodotti culturali. L’avvento della prima generazione di autori
cresciuta all’ombra globalizzazione ha inevitabilmente marcato il
passaggio ad una situazione in cui questa, minaccia o potenziale che
sia, non viene comunque più recepita come nodo problematico. In un
certo senso, si tratta di una rivisitazione dell’idea di espressività
largamente condivisibile: ma sembra di scavare tra le macerie della già
franata Torre di Babele.
Il disagio dell’architettura contemporanea è quindi dovuto ad una
super-produzione di immagini, siano queste derivate dall’universo
digitale, dalla creolizzazione della cultura mondiale, o dalla
steroidizzazione del processo di invenzione formale. Gli edifici, un
tempo concepiti di modo da possedere un corpo fisico ed una presenza
metafisica, hanno gettato la zavorra di quest’ultima per realizzare
oggetti di più immediato, universale accesso. Sono opere che accolgono
i nostri corpi ma rimangono ostinatamente in silenzio, rifuggendo il
dialogo: bocche che non parlano.
Ma una volta registrato il disagio, verificato che non si può
certo parlare di una condizione generalizzata, per quanto comunque
molto diffusa, rimane un ultimo interrogativo: se si tratti della
difesa da una patologia in atto, o piuttosto di una semplice reazione
anafilattica da xenofobia architettonica.
FDM
Novembre 2009
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