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Pagina 1 di 5 Il mausoleo di Allama Mohammad IqbalIl sacro, la comunità, la memoriaAntonio TadiottoIl turista e il pellegrino: i formanti figurativi Dopo essere entrati all’interno del piazzale antistante alla moschea Badshahi e al Forte di Lahore, oltrepassando l’ingresso settentrionale (l’Hatthi Gate) o meridionale (il Roshnai Gate che si collega alla città vecchia), è facile orientare lo sguardo utilizzando una guida turistica (la mia occasionale griglia di lettura) (1) e riconoscere nell’imponente costruzione, che domina il giardino sottostante dall’alto di una ripida gradinata, il portale della Moschea Badshahi. Di fronte ad esso, sul lato opposto del giardino, si vede, disposto simmetricamente, un altro portale, la Porta Alamgiri del Forte di Lahore. Nel centro del piazzale, circondato da un giardino – l’Hazuri Bagh, suggerisce la guida - c’è in piena evidenza il Baradari, un padiglione in marmo bianco. Nell’angolo destro del lato della moschea è collocata la tomba del primo governatore di Lahore nominato dopo la partizione dall’India. Dall’altra parte, invece, quasi mimetizzandosi con la moschea, dato lo stesso colore del marmo, si erige il mausoleo del poeta Allama Mohammad Iqbal.
Sempre la guida permette di collocare temporalmente gli elementi di questa superficiale tassonomia: il Forte fu costruito durante il regno dell’imperatore moghul Akbar (1556-1605) e sviluppato dai suoi discendenti Jahangir e Shah Jahan; la moschea Badshahi fu costruita contemporaneamente alla porta Alamgiri nel 1673 dal figlio di Shah Jahan, Alamgir Aurangzeb; l’Hazuri Bagh e il Baradari appartengono al periodo della dominazione del maharajah Ranjit Singh di religione sikh (1799-1849); infine il mausoleo del poeta Iqbal fu eretto nel 1951, quattro anni dopo la partizione dall’India.
Vi prego di scusare l’ingenua esibizione della competenza iniziale da cui è partita la mia analisi. È noto che le griglie di letture siano di natura semantica e sociale e sottoposte al relativismo culturale (2). Nel mio caso la guida mi ha permesso di riconoscere lo spettacolo rappresentato dal complesso architettonico composto dal forte-giardino-moschea e di costituirlo in formanti figurativi. La guida mi si è offerta come un’ottima disciplina per il mio occhio distratto di turista (è un attore Informatore). Tramite la sua consultazione mi sono ritrovato nello stato di poter scomporre le figure osservate in unità discrete leggibili, cioè in formanti figurativi, e trasformarle in oggetti architettonici.
Il dato di partenza della mia analisi è così costituito da una trasformazione passionale: l’azione esercitata dalla guida ha contribuito a modificare il punto di vista “distratto” del turista nel punto di vista “attento” del viaggiatore o - per riportare la dedica fatta da Manar Hammad (3) a Paolo Fabbri (4) - del “pellegrino nei luoghi del sapere”. Così, a partire da questo cambiamento di stato, da questa “rinascita”, mi è stato possibile interrogare gli oggetti architettonici sul come e sul perché della loro presenza. Per dirlo più semplicemente, uscendo da suggestioni allegoriche, è stato l’acquisizione di competenza – di informazioni enciclopediche – che mi ha permesso di inoltrarmi nell’analisi. E procedendo nella ri-costruzione di questo spazio architettonico, non ho potuto non rendermi conto che il tentativo di leggerlo, cioè di costituirlo in oggetto semiotico, mi spingeva verso una nuova trasformazione. Certamente per me si è trattato di acquisire conoscenze riguardanti la tradizione dell’architettura islamica, ma l’individuazione del linguaggio plastico, manifestato dalla configurazione del complesso architettonico forte-giardino-moschea, non poteva prescindere dallo specifico punto di vista attraverso il quale quegli oggetti hanno storicamente acquistato e continuano ancora ad avere senso. Mi sto riferendo al sentimento religioso: è attraverso di esso che le forme, sia degli oggetti architettonici che dello spazio, hanno potuto costituire il loro linguaggio specifico. È vero che il “pellegrino del sapere” non può che riferire le cose ignote, che incontra nel suo viaggio, alle cose a lui note, alla sua enciclopedia; però, data la sua passione, egli non può non sottoporsi a un altro punto di vista e assumere la prospettiva del Sacro. Questa necessità potrebbe rivelarsi anche solo una performanza simulata rivolta a incrementare le proprie conoscenze enciclopediche. Rimane il fatto che addentrarsi in uno spazio sacro significa inoltrarsi in una nebulosa di contenuto (5), il cui passaggio costituisce una esperienza simbolica che implica un’iniziazione, un cambiamento, un accesso ad un nuovo ordine (6). Chissà se il “pellegrino del sapere”, al quale “una espressione a cui corrisponde una nebulosa non codificata di contenuti può apparire la definizione di un segno imperfetto e socialmente inutile”, potrà trasformarsi nel “pellegrino religioso”, al quale, vivendo “l’esperienza del contatto con una verità (trascendente o immanente che sia), imperfetto e inutile è il segno non simbolico”. Chissà se egli sarà in grado di avere “la sensazione che ciò che è veicolato dall’espressione, per nebuloso e ricco che sia, viva in quel momento nell’ espressione” (7). Dirò in anticipo che non c’è stata ancora una mia conversione. D’altra parte l’analisi che seguirà non potrà che essere il tentativo di tradurre la tradizione teologica, l’auctoritas che assegna determinati contenuti all’espressione simbolica, in un sistema di significazione, in questo caso semi-simbolico (8). Si cercherà, pertanto, di mettere in luce le condizioni attraverso le quali l’esperienza del sacro può essere detta.
Se questo scopo fosse raggiunto, potremmo intenderlo come un omaggio “illuminista” (9) fatto alla “retorica della fede”: è bene essere consapevoli che, quando si entra in qualche nebulosa di contenuto, è possibile trovarsi nella situazione descritta da Salman Rushdie nel suo romanzo La vergogna, riferendosi al fondamentalismo islamico: “Che succede quando uno è costretto a consumare questi giganteschi, indigeribili pasti? Si rifiuta il nutrimento. Lettore: si vomita” (10). In altre parole, se è vero che la trasformazione dello spazio sacro in oggetto semiotico dovrà necessariamente tenere conto del sentimento religioso, è vero anche che questa trasformazione non potrà non possedere che un carattere razionalista e, in quanto tale, non potrà non tenere conto del punto di vista che intravede nel Sacro una pia impostura (11). D’altra parte che cos’è la semiotica se non la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire (12)? |
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