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Attualità di Gordon Matta-ClarkRossella CarusoUn’ampia retrospettiva su Gordon Matta-Clark è stata allestita di recente negli ambienti espositivi di Santa Maria della Scala a Siena, per la cura di Lorenzo Fusi e Marco Pierini (6 giugno – 19 ottobre 2008), proprio allo scadere del terzo decennio dalla sua morte (1943 – 1978).Una mostra di foto, documenti e video - come del resto altre rassegne a lui dedicate in questi anni - che testimoniano la febbrilità di una vita artistica racchiusa in un decennio e sciorinata in auratici frammenti e reperti. Contro la volontà del suo autore, si direbbe, che per contrastare concettualmente ogni idea di possesso auspicava che proprio col trascorrere del tempo si esaurisse il desiderio di esporre le rimanenze dei propri interventi; e anzi che fosse «molto più eccitante e interessante intervenire in modo transitorio, ricevendo una commissione dichiaratamente effimera, piuttosto che lavorare nelle stesse condizioni in cui lavorano normalmente architetti e scultori, tutta gente che opera in ambienti e situazioni controllati […]» (1).
Matta-Clark è noto soprattutto come energico artista cutting-edge, impegnato per buona parte della propria breve esistenza - e fino alla fine (Circus: The Caribbean Orange, Chicago 1978) - a tagliare, rimuovere, incidere e forare edifici preesistenti destinati all’abbandono, alla dismissione, alla totale e prossima distruzione o al parziale oblìo. Luoghi appartenenti alle derive debordiane, con evidenti e pregnanti concrezioni di un vissuto archeologicamente stratificato. Spazi angusti, interstiziali, spesso impraticabili, come quelli da lui stesso acquistati per pochi dollari. Ma anche spazi immaginari, disegnati nel cielo o nelle viscere della terra; pericolosamente sempre più in alto, o nella vertigine metonimica dello scavo in profondità. Cosicché l’omaggio al fratello gemello, morto tragicamente nel ’77, è sia in Jacob’s Ladder: un’impalpabile scala in rete che poteva condurre verso il cielo i più temerari tra i visitatori di Documenta 6; che in Descending Steps for Batan, dello stesso anno: uno squarcio nel pavimento della galleria parigina di Yvon Lambert. Si conosce forse meno l’aspetto etico ed esperienziale del lavoro di Matta-Clark che la spettacolarità dirompente delle sue azioni (come le intenderebbe Beuys), più di una volta irrealizzate o censurate: l’intervento per la mostra Idea as Model, 1976 e il progetto per Documenta (1977), per esempio. Eppure Matta-Clark - come testimonia anche l’importante catalogo che accompagna quest’esposizione senese, arricchito dalla testimonianza della moglie dell’artista, Jane Crawford (2) - ha contribuito in maniera oltremodo incisiva a ripensare lo spazio architettonico, nelle sue dimensioni simboliche, progettuali e sociali, anche attraverso l’azione dimostrativa, il supporto della scrittura, e finanche la pratica del restauro e ripristino di edifici industriali (3), mostrando un vero interesse «per lo spazio di cui si fa esperienza più che per quello costruito»(4).
A distanza di qualche decennio la sua intensa attività di anarchitetto - che pure ha avuto ampie ricadute nel lavoro di artisti visivi, anche di area europea (5) – registra ulteriori riverberazioni in un pensiero normativo che, ponendo al centro della riflessione l’uomo e le sue esigenze, riconosce centralità al tema onnicomprensivo dell’abitare. In questo la poetica di Gordon Matta-Clark, e la sua esplicitazione fattuale e performativa, priva di enfasi, avevano già toccato l’attualità di questioni cruciali (6): i problemi e gli interrogativi sulla crescita esponenziale delle città; il riuso degli oggetti e il riciclo dei rifiuti, anche come possibile risposta ecologista alle esigenze dei senzatetto; l’aggregazione, la condivisione del cibo e della sua preparazione per una politica di risparmio e solidarietà (è del ’71 il progetto Food: ristorante e opera d’arte, con Caroline Goodden); la coincidenza di etica ed estetica nella professione di architetto, quando le future archistars cominciavano a ricevere importanti commissioni; l’ininfluenza dell’autorialità per interventi pubblici destinati alla riflessione collettiva più che alla contemplazione elitaria del costruito. E poi la perlustrazione erratica di aree paesaggistiche infraurbane: nonluoghi ante litteram, fotografati da Matta-Clark per documentare, per esempio, le differenti tipologie dei ripari agricoli sulle colline genovesi (ottobre del ’76), costituiti da autarchici materiali di risulta, per un’inedita «serie sui paesaggi classici italiani non-u-mentali [sic]» (7). Note (1) L. Fusi, Gordon Matta-Clark: nulla si crea e nulla si distrugge, in Gordon Matta-Clark, catalogo della mostra a cura di L. Fusi e M. Pierini, Silvana Editoriale, Milano 2008, pp. 28, 29 e nota 23. (2) J. Crawford, Gordon Matta-Clark: in context, in Gordon Matta-Clark, op.cit., pp. 83 – 101; si tratta della traduzione di un intervento della Crawford al convegno su GMC, svoltosi nell’aprile del 2007 all’Akademie der Künste di Berlino, che del lavoro del marito descrive soprattutto le circostanze, ripercorrendo la situazione politico-sociale a New York negli anni Settanta. (3) Cfr. James Attlee, Nel mezzo del niente: Gordon Matta-Clark e il terrain vague, in op.cit., pp. 136 – 138; l’attività di restauratore è per Matta-Clark uno dei tanti modi per guadagnare qualcosa, in un periodo storico particolarmente difficile per la comunità di artisti del downtown newyorkese, «acquisendo manualità e tecniche che gli risulteranno poi utilissime per i suoi successivi tagli». (4) Cfr. J. Attlee, op.cit., p.142 e nota 21; citazione tratta dal manoscritto di GMC, An Old Man Crossing, in deposito al Canadian Centre for Architecture di Montréal. (5) Lorenzo Fusi individua tra gli artisti visivi variamente influenzati da Matta-Clark, Michael Sailstorfer, Steve McQueen, vedovamazzei, Carlos Garaicoa, Michael Elmgreen & Ingar Dragset, ma anche Rachel Whiteread, Hans Shabus e Rirkrit Tiravanija. Forti tangenze sono state anche riscontrate, in altra sede, tra il lavoro fotografico di Francesca Woodman (1958 – 1981) e GMC. (6) Cfr. M. Pierini, Anione nella città di Prometeo. Note sulla poetica di Gordon Matta-Clark, in op.cit., pp. 171 – 178; che nell’analizzare il pensiero e la fenomenologia di Matta-Clark chiama in causa Dewey, Berlage, Mumford e Assunto. (7) Da una lettera di Gordon Matta-Clark ad Anne Alpert (28 ottobre 1976), in deposito presso il Canadian Centre for Architecture (CCA) di Montréal; cfr. J. Attlee, op.cit., p. 127. |
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