L'editoriale di (h)ortus


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Ai lettori più assidui di (h)ortus non sarà sfuggito come, a fronte di una costante pubblicazione di saggi, progetti e recensioni all’interno della rivista nonché di testi della collana che di questa rivista è parte integrante – gli (h)ortusbooks – si assista a un progressivo diradamento degli editoriali che fino a qualche tempo fa accompagnavano mensilmente il percorso della rivista, cercando di circoscrivere ambiti di riflessione intorno ai quali i contribuiti provavano a Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Ispessimento

Anomala concentrazione di significati

Giancarlo Carnevale, Esther Giani

Lo spessore di un territorio naturale, di un’area antropizzata, di un insediamento urbano è una nozione ambigua, di recente utilizzata con molta frequenza dalla letteratura disciplinare, sia pure con accezioni molto diverse.
Accade, nell’adozione di terminologie scientifiche, di usare parole che, desunte dall’uso comune, assumano significati nuovi e più ricchi. Nel caso di “spessore” si intende suggerire l’idea di stratificazione, di sovrapposizione, di maggiore densità, ma anche un insieme di valori, di funzioni, di valenze iconiche che, nell’accumularsi, producono un rafforzamento della identità di una area, di un luogo.
Le variazioni d’uso che si producono, con il tempo, negli insediamenti urbani, tendono a modificare profondamente i comportamenti, le “regole d’uso”, e, in molti casi, anche la stessa morfologia urbana. Tali trasformazioni hanno però caratteristiche più radicali laddove gli insediamenti appaiono più fragili, meno identificabili come elementi ove si radica la memoria collettiva, ove non siano presenti manufatti di pregio, o non insistano presidi simbolici. Il trascorrere del tempo tende però, proprio nei luoghi dove le trasformazioni appaiono più frenate, a lasciare delle tracce, delle incrostazioni che, accumulandosi, rendono sempre più consolidate le permanenze sia materiali, quali gli spazi urbani e gli stessi edifici, sia percettive quali la memoria collettiva che vi insiste.
Questa accezione, che si avvicina in qualche misura al concetto di valore storico di un ambiente, appare quella più facilmente riconoscibile essendo in sintonia con la cultura abitativa di quanti vivono nelle nostre città; diversi possono essere i livelli di ispessimento di un luogo urbano, e variabili: dalle aree monumentali più consacrate fino ai luoghi ove si svolgono, permanendo nel tempo, alcune funzioni civili, quali ad esempio i mercati o persino alcuni parchi cittadini che attraversando il tempo, hanno acquistato i caratteri di forte radicamento.
In questo testo ci occuperemo però di una fenomenologia, per così dire, minore: cercheremo di applicare il concetto di spessore a quelle aree che vengono comunemente definite come dismesse, luoghi legati alla produzione industriale – ma non solo – e che hanno, nel tempo, perso la loro funzione originaria.
Cercheremo anche di non riferirci a singoli edifici, che pure bene possono esemplificare questa nozione (pensiamo ai recuperi funzionali di architetture industriali che costellano ogni città) ma proveremo ad osservare quanto accade in aree estese, in distretti industriali.
Porto Marghera (1) appare un interessante caso studio con la sua condizione di parziale dismissione e di metamorfizzazione in atto. Ebbene crediamo sia possibile ritrovare spessori diversi anche in questi luoghi.
Una breve considerazione su di un dato che appartiene alla esperienza soggettiva di ognuno: una irritazione superficiale produce, nella fisiologia umana, una maggiore sensibilità epidermica. Accade quando alcune parti del nostro corpo vengono sottoposte a sollecitazioni maggiori o, più insistentemente, devono svolgere alcune funzioni meccaniche. I tessuti sottoposti a sacrificio, dopo la iniziale irritazione, cercano di adeguarsi producendo una trasformazione difensiva, caratteristica e presente in ogni specie vivente, un incremento della protezione che possa proteggere le parti più esposte, frapponendo un maggior spessore.
Una analogia suggestiva che potremmo provare ad applicare per riconoscere quei fenomeni che, nel distretto industriale di Venezia, hanno prodotto degli accumuli, delle stratificazioni o densificazioni funzionali.
Ad esempio l’area del Vega (2), per molti una vera porta di Venezia, appariva nella sua precedente forma urbana occupata da modesti edifici industriali in dismissione, con strutture metalliche modulari (3). L’aver scelto quel sito per proporre un recupero simbolico di un capannone e la edificazione di un nuovo polo terziario, ha generato fenomeni economici, urbani, di circolazione, ma anche nuove percezioni simboliche nell’immaginario collettivo. Un successivo, e più massiccio intervento ha prodotto incrementi rilevantissimi nei valori fondiari, ed uno spostamento degli investimenti nelle aree adiacenti.
Altri esempi riguardano il recupero di una vecchia mensa operaia – il Molocinque – che ha indotto modalità di uso degli spazi totalmente diversi, modificando orari e tempi di utilizzo (4). Processi analoghi riguardano le riconversioni dei docks in aree destinate alla ristorazione con conseguente accumulo funzionale indotto nelle immediate adiacenze (5). Questi fenomeni, non certo ignoti a quanti operano investimenti immobiliari, appaiono però caratterizzati da un margine di casualità particolarmente ampio nel caso studio individuato. La imprevedibilità degli ispessimenti, cui corrispondono incrementi di valore fondiario, maggiore intensità di circolazione, concentrazione di utilizzo di energie, appetibilità accresciuta delle aree immediatamente circostanti, appare dovuta sostanzialmente a due cause. La prima è l’assenza di un vero master plan, ovvero di una programmazione che consenta agli investimenti di seguire strategie preordinate, così l’improvviso concentrarsi di risorse in un’area produce sbilanciamenti, spostamenti di valore e repentini accumuli di funzioni e di cubature. La seconda causa riguarda le condizioni, non sempre evidenti, di inquinamento dei siti e che producono lunghe negoziazioni in relazione alle attribuzioni dei costi di bonifica: una volta concordate tali modalità, però, gli stessi siti divengono oggetto di investimenti  immediati e concitati.
Vi sarebbe anche un altro aspetto da considerare: un fattore che deriva dalla cottura che il tempo opera non solo sugli oggetti, sui manufatti architettonici, sugli ambienti urbani e naturali, ma anche sulle sensibilità, sulle attitudini percettive: parliamo dello spostamento di senso che gli scenari industriali, in un arco di due sole generazioni, hanno subito. Il glamour che le aree industriali dismesse e in via di dismissione esercitano sulla cultura visiva popolare può essere testimoniato dall’improvviso apparire di un nuovo paradigma: l’archeologia industriale. Un termine che ha prodotto innumerevoli fraintendimenti e nuovi ambigui specialisti. Ma ancora di più ha inciso, sulla popolarità degli scenari industriali, l’uso che se ne fa nei media, nella pubblicità, nelle narrazioni filmiche.
Sono, questi, fattori che sorprendono e sfuggono alle analisi di mercato; legati alla volatilità dei modelli culturali, ma, soprattutto, alle instabili deviazioni delle mitologie popolari, flussi dell’immaginario collettivo ormai solo inseguiti da quanti si occupano di comunicazione, avendo verificato l’impossibilità di precedere o la difficoltà di condizionare tali orientamenti del gusto. Eppure sono proprio queste condivise interpretazioni degli spazi urbani, nel nostro caso degli ambienti industriali di Porto Marghera, a produrre poi quegli ispessimenti, quelle anomale concentrazioni di significati, di usi, di materiali edilizi, di traffico urbano, di scambi economici.
Viene da chiedersi, e non ce ne vogliano gli urbanisti, se proprio il concetto di causa ed effetto non debba essere ripensato, in una nuova visione degli statuti scientifici che hanno, con reiterati e puntuali insuccessi, provato a programmare le trasformazioni delle strutture urbane.
Le repentine infiammazioni, le urticanti e trafelate densificazioni di alcuni ambiti producono queste nuove forme dell’insediarsi, nuovi fenomeni di aggregazione, gli spessori che alterano profondamente le topografie tradizionali.
Una chiave, enigmatica, può essere ricercata nel nesso che, da sempre, accompagna la nostra esperienza: una maggiore sensibilità produce sensazioni più intense, conflitti, dolore, ma viene sempre seguita da assuefazioni e adattamenti protettivi che frappongono, fra l’origine dell’alterazione ed la patologia prodottasi un nuovo e diverso tessuto, uno spessore…
 

Note

(1) Porto Marghera è il distretto industriale di Venezia, situato in terra-ferma sul margine occidentale della Laguna. L’area paludosa dei Bottenighi cominciò ad essere bonificata e rettificata nei suoi confini con l’acqua a partire dagli anni Venti. Raggiunse la massima espansione negli anni Sessanta, sia dal punto di vista delle attività produttive sia della densità di popolazione. Porto Marghera si riconosce in due zone industriali a partire dal ponte della Libertà che la unisce a Venezia, in una fascia di produzione manifatturiera che la separa dalla città giardino di Marghera e una terza zona bonificata (cioè sottratta alla laguna) ma mai occupata da attività industriali e che si sfrangia in laguna nelle Casse di Colmata A, B e D-E. Porto Marghera ricopre un’area pari a Venezia, anch’essa frutto dell’azione antropica non solo dal punto di vista di sfruttamento del suolo ma di definizione morfologica: velme, barene, ghebi e chiari sono stati conterminati (prosciugati) per assicurare terra solida e, soprattutto, ampliare le superfici di banchinaggio così necessarie alle attività produttive, ragione della modificazione stessa. Tra le origini del nome Marghera vi è, infatti, Mar ghe era, il mare che vi era. Cfr. ZUCCONI G. (a cura di), La grande Venezia. Una metropoli incompiuta tra Otto e Novecento, Venezia, Marsilio, 2002; CARNEVALE G., GIANI E., Mar ghe era. Sintesi per un futuro possibile di Porto Marghera, Roma, Officina, 2004.
(2) Vega, ovvero il parco scientifico e tecnologico di Venezia. Negli anni Novanta l’area dell’ex Agrimont è individuata dalla UE come "Obiettivo 2 - aree industriali depresse” e viene inserita all’interno del processo di trasformazione urbana di Venezia e della sua terraferma previsto dalla Variante di Piano Regolatore per Porto Marghera (adozione 1994, approvazione 1999). L’area ha una posizione strategica essendo prospiciente via della libertà, unica arteria che porta a Venezia, e godendo del sistema infrastrutturale della prima zona industriale (vale a dire collegamento ai maggiori sistemi di viabilità della Regione). Il Vega è il primo progetto di riqualificazione di Porto Marghera, interessando anche operazioni di bonifica nonché di riqualificazione e riabilitazioni di manufatti industriali. L’operazione Vega ha suscitato molte discussioni, sia come scelta delle strategie di intervento, sia come finalità. La prima fase del processo di riqualificazione la si deve a Giovanni Caprioglio con la ristrutturazione dell’ex Cral Agrimont (raro esempio di architettura razionalista a Venezia, progettato da Luigi Scattolin negli anni Trenta)  e della torre di raffreddamento, attuale simbolo del Vega. Quindi la seconda fase che prevedeva lungo via della Libertà un edificio in linea: denominato Pegaso, con la sua grande vetrata e le superfici lapidee in pietra beola, accompagna il turista inconsapevole alla città di Venezia. L’intervento, progettato dagli architetti Paolo Piva, Wilhem Holzbauer e Roberto Sordina è poi stato declinato nel moltiplicarsi degli edifici, colonizzando tutta l’area fino al limite opposto su via delle Industrie. Vi è poi il restauro o riqualificazione di un ex silos di fertilizzanti, rivestito in acciaio inossidabile, che con il suo bagliore ci ricorda che l’acqua è nei pressi. È Antares. Il Vega nasce come Bic, incubatore per nuove imprese, attualmente invece, all’interno della sua importante cubatura, trovano spazio molte attività (da studi di architettura a consorzi a Confindustria) diventando, di fatto, una real estate. Ed infatti nel loro sito si legge «Chi lavora al VEGA vive in un nuovo quartiere urbano (!) della Città di Venezia, un ambiente moderno e di qualità dotato di un sistema di infrastrutture e di dotazioni tecnologiche d'avanguardia oltre che di necessari servizi di supporto, quali: l'asilo nido, la banca, il bar, il ristorante e il self-service, l'agenzia viaggi, il car sharing»…
(3) L’area attuale del Vega, di circa 35 ettari, era occupata dall’azienda Agrimont che produceva fertilizzanti. Prima dell’intervento immobiliare vi erano silos e magazzini alcuni in calcestruzzo altri in ferro, oltre a torri di raffreddamento e, come tipico delle aree industriali, vaste superfici per le manovre dei camion. L’area orginaria giungeva fino al Canale Industriale Ovest; attualmente via delle Industrie separa l’area di insediamento del Vega con l’ex Agrimont Complessi ricca di silos estremamente interessanti dal punto di vista del potenziale di riutilizzo che esprimono. Ma nel 2007 il Comune di Venezia tramite l’Ive (Immobiliare veneziana), per 8 milioni di euro circa, ha ceduto i 7 ettari dei Complessi a Fincantieri, che potrà così avviare il suo progetto di espansione industriale. E come si legge dal loro sito: «Nell’area ex Complessi saranno realizzati spazi parcheggio e zone verdi, nasceranno il laboratorio delle saldature e altre realtà legate alle attività di servizio, della logistica e della ricerca, facendo diventare l'area una vera e propria appendice del VEGA»!
(4) Il Molocinque nasce nell’estate del 1999 all’interno del manufatto un tempo Cral di Italsider nel porto commerciale di Marghera (confine tra la prima e la seconda zona industriale). La struttura, testimonial di archeologia industriale, conserva tutto il fascino dell’originale edificio degli anni Trenta: un maestoso palazzo caratterizzato dal bianco colonnato tipico dell’epoca, con un ampio giardino e una terrazza estiva. Oggi il Molocinque è uno spazio polifunzionale: ristorante, piano bar, un centro ricreativo molto attivo con un campo da calcetto, un’ampia area adibita a spettacoli e concerti. Pochi anni dopo l’apertura del Molocinque altre attività produttive hanno scelto di riqualificare edifici adiacenti (si ricorda il bell’intervento di Rubelli), avviando, di fatto, una rigenerazione spontanea dell’area, intervenendo sull’ispessimento più che sulla nuova costruzione.
(5) Le riqualificazioni dei dock, vere e proprie rigenerazioni di tessuti urbani, appaiono come una metafora dello “spessore” di cui scriviamo, casi paradigmatici delle trasformazioni urbane indotte dalla cosiddetta terza rivoluzione industriale. A partire dalla nota vicenda dei Docklands londinesi (2.200 ettari che nel settecento ospitavano circa 600mila persone) la cui totale ristrutturazione, fisica e funzionale, di un segmento (urbano) lungo le sponde del Tamigi ha come volano la crisi delle funzioni portuali dell'area londinese e la drammatica riconversione dell'intera base economica metropolitana. Amburgo che, grazie ad attente politiche di riconversione, restauro e pianificazione ha rigenerato i suoi storici moli tali da assurgere a European Green capital 2011. Ma si ricordano anche gli interventi di Lisbona nella zona portuale delle Docas (i moli che un tempo erano industriali), quasi sotto il Ponte 25 de Abril; i progetti per Genova  e i recenti investimenti di Marsiglia.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
CARNEVALE Giancarlo, GIANI Esther 2012-07-01 n. 58 Luglio 2012
 
Hortus

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