Il Jardin d'Eole di Michel Corajoud
Lo spessore come contenitore di luoghi
Benedetta Di Donato
Il Jardin d'Eole (Jd’E), opera di Michel Corajoud, si trova nel 18° Arrondissement di Parigi, in un'area di circa quattro ettari un tempo proprietà della SNCF (società ferroviaria francese). Il progetto s’inserisce in un ambito a sviluppo longitudinale, le cui dimensioni prevalenti sono delimitate ad ovest da un fitto reticolo di binari ferroviari e ad est dalla città; i due lati inferiori, nord e sud, sono stretti fra una strada di scorrimento (rue Riquet), e un’altra porzione di città. Il giardino, quindi, è tra la ferrovia e la città, ed è questo spessore che Corajoud frattura, ricompone ed organizza in una sequenza di spazi diversi articolati in fasce longitudinali.
Il Jd’E, ad un primo sguardo, sembra distante dalle prime esperienze progettuali di Corajoud – il Parc de l'Arlequin (Grenoble, 1974) e il Parc de Coudrays (Saint-Quentin-en-Yvelines, 1974) – che raccontano un atteggiamento orientato a trasformare radicalmente il contesto: il paesaggio, frutto di una sapiente operazione di modellazione del suolo, appare non più riconoscibile, quasi completamente trasfigurato. Qui la costruzione artificiale della topografia è denunciata dalla geometria astratta delle colline e dall'impianto regolare della vegetazione. Entrambi questi parchi si confrontano con la cultura francese del giardino e ne ereditano l'organizzazione dello spazio attraverso una costruzione geometrica rigorosa e l'uso della prospettiva per influenzare lo stato d'animo ed il comportamento dell'osservatore. Al tempo stesso l'interesse per il paesaggio agrario e il continuo interrogarsi sull'orizzonte introducono inediti elementi, che suggeriscono un nuovo modo di costruire il parco urbano. Oggi Corajoud si è allontanato da un approccio così trasformativo in favore di una maggiore attenzione al carattere dei luoghi. Egli stesso scrive:
(…) Je sais donc aujourd'hui, que j'ai trahi la notion que je prétendais défendre, celle de l'antériorité du site, de la contingence et de la circonstance. (…) J'ai appris depuis que le paysage résiste aux génerlités. (…) Mes projets d'aujourd'hui sont toujours tendus par les memes aspirations mais ils sont plus attentifs aux lieux ou' ils s'installent. Je cherche un prolongement plus qu'une trasformation. Puor matriser l'espace il n'est pas nécessarie de rompere avec le temps. (Corajoud, 1980).
Tuttavia tale cambiamento può essere considerato la diversa tappa di uno stesso percorso verso la costruzione della città. Pertanto, è da un confronto serrato di tutta la sua produzione che emergono i tratti di permanenza del suo atteggiamento progettuale: la moltiplicazione degli orizzonti, l'attento lavoro di misura dello spazio e la costruzione di paesaggi dove la comunità è rimessa in relazione con lo spazio pubblico. Nel tempo la sua poetica è molto cambiata: egli preferisce organizzare lo spazio come un prolungamento della configurazione precedente, e il progetto è più che altro una frattura interna originata da un lento processo di lettura del contesto. Leggiamo ancora la stessa aspirazione urbana, la stessa attenzione per costruire lo spazio secondo un ritmo più lento di quello della città, la stessa curiosità per i comportamenti che il paesaggio è capace di generare, la stessa necessità di instaurare una relazione con gli spazi che sono oltre il limite. Nel suo lavoro le idee si concretizzano nello spazio, che diventa così il centro riconoscibile del progetto. La poetica affronta l'idea e la risolve trasferendola sul piano spaziale in modo leggibile. Il progetto è decodificabile, gli elementi chiave dell'organizzazione spaziale possono essere immediatamente identificati, e l'operazione di costruzione del paesaggio è condotta con chiarezza, la stessa chiarezza che guida il Corajoud urbanista nella lettura della città. Nel Jd’E il rapporto intellettuale che il paesaggista stabilisce con la ferrovia diventa centrale per la definizione dell'atmosfera di attesa che caratterizza lo spazio: il disegno longitudinale dei binari ha suggerito l'idea di un paesaggio dal passo dilatato, dove le linee lunghe diventano l'elemento chiave della spazialità rinnovata. Corajoud al tempo stesso media il rapporto con il paesaggio ferroviario negando l'orizzontalità del sito e costringendo l'osservatore ad una posizione dominante rispetto alla ferrovia. Esattamente come il passeggero, l'abitante si trova ad una quota superiore, in uno spazio che amplifica la fascinazione per il viaggio a mezzo della distanza tra soggetto e oggetto. Il giardino è organizzato in tre ambiti, il primo dei quali è la collina artificiale che solleva il visitatore ad una quota diversa rispetto alla viabilità carrabile (rue Riquet): in questo modo Corajoud riscrive il suolo a nord isolando il giardino, evita che vi siano zone d’ombra e introduce una quota diversa con cui risolvere il rapporto con i binari. È infatti proprio portando il visitatore in una posizione dominante rispetto alla ferrovia e all’esplanade – il secondo ambito – che Corajoud gli permette di accedere all’ambito più importante, quel percorso a fascia che è il centro del suo progetto, un nastro attraversabile che si srotola sulla collina, si prolunga nella passerella sopra l’esplanade e infine congiunge la città. Non bisogna però immaginare tale percorso come un luogo a sé. Esso piuttosto è progettato all’interno dell’ambito della collina – e anche quando se ne allontana, esso si fa banchina fisicamente e ambiguamente sospesa sui binari e sull’esplanade – ed è solo per la sua forma rettilinea e per la sua organizzazione ragionata che possiamo differenziarlo. Esso è “portato” dalla collina, ed è quindi alla collina che occorre dedicare un primo sguardo analitico, visualizzando per ora il giardino come fosse strutturato solo di due ambiti, l’esplanade – il prolungamento della città – e la collina. L’uno e l’altro sono collegati da una grande scalinata, è fiancheggiata da rampe e percorsi longitudinali che dall’esplanade salgono fino a raggiungere la zona più raccolta del giardino, sempre organizzata da lunghe linee parallele. Alle sedute è lasciato il compito di risolvere alcuni salti di quota, così nel giardino le aree di sosta si alternano ai percorsi in modo puntuale e diffuso. Tale giardino però non rappresenta il punto di arrivo, alla stregua di un punto panoramico che sia posto alla sommità di un’altura; esso piuttosto è il punto di partenza per una diversa fruizione dello spazio, più esperienziale che contemplativa. Da qui si articola il percorso a fascia, che corre lungo i binari e lega la collina alla città. Il percorso è senz’altro l’ambito più costruito da Corajoud. Egli accentua infatti l’orizzontalità dei binari e del sito, con infinite ricadute sulla percezione dello spazio e sul senso dell’esperienza dell’attraversamento di un luogo, collega parti che sarebbero fra loro distanti e inserisce a mezzo di gabbie, stanze di gioco e di ritrovo inattesi che fratturano la longitudine della fascia, che intercettano ad ogni passo il cammino del visitatore imponendogli di girare lo sguardo. Sguardo che nel primo tratto incontra un lungo parapetto ligneo, troppo alto, da cui è costretto a cercare l'orizzonte tra i giunti; nell'ambito successivo il parapetto si abbassa bruscamente e le stanze - gioco rimettono in tensione la vista dei binari. In sequenza una serie di lunghe panche e i tavoli di legno sono pensati come veri e propri dispositivi di paesaggio: zone predisposte all'esperienza dell'incontro e a molteplici riunioni inattese. La fascia si conclude con una passerella, necessaria per riconnettere l'ambito a contatto con i binari con la quota della città, che appare come un residuo della ferrovia: un ultimo binario sospeso, traversabile, abitabile. Il muro traforato situato sotto la passerella, opera dell'artista Carmen Perrin, nega la vista del vallo dall'esplanade e ribadisce l'impossibilità di una relazione diretta con i binari. Di natura opposta il margine tra città e giardino: lungo i limiti dell’esplanade una lunga panca di pietra e una vasca con specie acquatiche sono gli unici elementi che “separano” questo luogo dalla città, salvaguardando la continuità della vista dall'esterno verso l'interno e viceversa. Qui il progetto si fa aperto verso la città senza ostacoli visivi, organizzato con specie arbustive e tappezzanti. All’interno si susseguono, parti a stabilizzato, vasche per la raccolta delle acque e aree aperte alla colonizzazione delle piante selvatiche. La leggera pendenza della superficie a prato, una topografia costruita, indirizza l'acqua meteorica verso i canali per il deflusso delle acque, così come la piazza pavimentata, che la convoglia verso la vasca ed il sistema di irrigazione; così il giardino si configura come un sistema capace di sostentarsi autonomamente. Il Jd’E è pensato dal paesaggista francese come un luogo di ricucitura urbana: traversandolo si ha la forte sensazione che sia stata la città stessa a disegnare il giardino, rimettendo in tensione le parti con il tutto. Pur moltiplicando gli elementi di complessità in un ambito urbano già sovraccarico di segni e significati, Corajoud riesce a costruire inaspettatamente uno spazio di pausa, dove l'atmosfera prevalente è quella dell'attesa. Il tema del giardino sembra quello dello spessore, spessore delle linee che costituiscono il centro della composizione, spessore degli spazi tra ambiti diversi e spessore che separa la città dal paesaggio ferroviario. Frammenti di micronatura sono collocati tra le rampe che connettono l'ingresso al belvedere, così come i campi da gioco, collocati a loro volta tra il belvedere e le linee lunghe del giardino. Quello che più stupisce è il rapporto poetico che questo spazio costruisce con il contesto: i bordi porosi e il superamento dei limiti attraverso gli immaginari è forse uno degli elementi più interessanti della ricerca di Corajoud, perfettamente espressa in questo giardino. Il Jd’E si limita a condurre e favorire la trasformazione leggendo e facendo della città il suo alfabeto.
Fotografie di Giulia Castaldi
| Autore |
Data pubblicazione |
Volume pubblicazione |
| DI DONATO Benedetta |
2012-06-15 |
n. 57 Giugno 2012 |
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