L'editoriale di (h)ortus
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Lo spessore della cittàLa ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi. Continua... |
Rassegna stampa
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Erano le basi del cosiddetto jumpcut, termine che poi è stato preso in prestito dalla materia urbanistica per indicare un fenomeno che proprio in quegli anni conosceva il suo stato larvale. Coeva è difatti la pubblicazione di Urbanisme e Vers une Architecture, testi nei quali Le Corbusier ebbe modo di teorizzare la sua definitiva scomunica della rue corridor a favore di un modello di città in cui volumi edilizi salubri ed efficienti “scordano” il rapporto con la strada e “stanno” nello spazio, rovesciandone le gerarchie che lo connotavano negli insediamenti compatti. Richard Ingersoll si diverte nel creare un fotomontaggio in cui un’automobile è inserita nella “scena tragica” di Sebastiano Serlio (2), valutandone il corto circuito che questa semplice azione innesca, per il quale la prospettiva della scena fissa viene snaturata e lo spazio di facciate, piazze e vicoli rifiuta questa scomoda ingerenza. Molto più a suo agio si trova invece l’auto nelle bretelle, nelle tangenziali, nelle circonvallazioni, in queste infrastrutture di “decompressione” centrifuga del traffico veicolare, pellicola di asfalto ai lati della quale lo sprawl si manifesta in tutta la sua “allucinata normalità” (3), per dirla alla Koolhaas: il ritmo che prima era serrato e costante diventa sincopato e “sedato”, le enclavi residenziali, commerciali o di qualsiasi altra funzione, risucchiano e rigettano il vuoto urbano contribuendo alla dispersione di ogni presunta logica misuratrice. L’impressione è che la città diffusa, la città generica o in qualunque altro modo la si voglia chiamare, smarrisca identità man mano che la sua densità si fa più rarefatta, secondo meccanismi per i quali la memoria della città che fu si perde tra i volumi figli delle teorie del Moderno e la parcellizzazione privata e selvaggia del territorio suburbano. La direzione che buona parte degli studi sul tema urbano ha intrapreso ormai da trent’anni a questa parte punta dunque a restituire consistenza teorica e fisica agli insediamenti, nella nuova costruzione come negli interventi sull’esistente; la densità, oltre che presupposto fondamentale, diventa anche strumento progettuale con il quale garantire sostenibilità alle dinamiche di crescita di popolazione urbana che non accennano a diminuire. L’isolato allora si presenta come il “dispositivo urbatettonico” (4) elementare, come cellula costitutiva base attorno alla quale concentrare gli sforzi di ricerca dati la sua persistenza nella forma urbana e in definitiva il suo successo storicamente comprovato rispetto ad altre strutture di insediamento. La città compatta. Sperimentazioni contemporanee sull’isolato urbano europeo, volume a cura di Luca Reale, supportato dai contributi di un gruppo di ricercatori e dottori di ricerca della Facoltà di Architettura della Sapienza di Roma, scandaglia appunto questo terreno fertile, declinando con completezza la questione sotto svariati punti di vista. Occorre innanzitutto premettere che si tratta di un libro agevolmente consultabile, i cui saggi dei diversi studiosi (distribuiti nei tre macrotemi: 1) l’impianto urbano: isolato come cellula costitutiva della città europea, 2) la differente struttura del blocco: ricerca morfologica della struttura dell’isolato, 3) isolato, strada, spazi interni, alloggio: sperimentazione tipologica e distributiva) possono anche essere consultati dal lettore in ordine sparso, data la sintetica esaustività dell’argomento da ciascuno affrontato, sostanziata da continui riferimenti a casi studio effettivamente realizzati. Passa per l’esperienza pilota dell’IBA di Berlino, attraverso la progettazione delle nuove centralità di Roma, nella consolidata tradizione di progettazione urbana olandese, per la continuità morfologica dei blocchi di Barcellona, la storia della rinascita dell’isolato raccontata e indagata in questo libro. Vengono dunque sondate tutte le possibili logiche che stanno dietro alla scelta dell’isolato come soluzione coerente alle nuove dinamiche e problematiche che il “fare città” presenta: scopo ultimo della pubblicazione è «l’individuazione di criteri e prospettive dell’edificazione ad isolati, cercando di coglierne gli aspetti urbani ed architettonici come pure le implicazioni tipologiche e di caratterizzazione dello spazio interno al blocco edilizio» (5). Scopo del tutto raggiunto, grazie ad un’analisi dell’isolato che tocca la sua evoluzione storica, il suo rappresentare l’anello di congiunzione tra la scala urbana e quella dell’alloggio e tra spazio pubblico e privato, il suo rapporto variamente strutturato con la strada, la predisposizione che ha a contenere nel suo volume funzioni diverse, tipologie ibride e flessibili, e non ultima la “familiarità antropologica” che la sua morfologia emana per chi abita nel continente europeo. Più che Ejzenstejn (per chiudere il cerchio) in definitiva il modello potrebbe essere Tarkowskij, con i suoi magnifici, lunghi e calibrati piani sequenza nei quali l’identità e la storia di un popolo possano ritrovarsi.
Note (1) Ejzenstejn S.M., La forma cinematografica, Piccola Biblioteca Einaudi, 2003
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Luca Reale (a cura di)
Sergej Ejzenstejn, regista magistrale e pioniere della sperimentazione nel campo del montaggio cinematografico, così scriveva nel 1929: «Non è questo forse il procedimento dell'ideogramma che combina l'immagine indipendente della “bocca” e il simbolo dissociato del “bambino” per dare il significato di “strillo”? Non è questo esattamente quello che facciamo noi cineasti nel tempo, come Sharaku nella simultaneità, quando creiamo una mostruosa sproporzione tra le parti d'un fatto che si svolge normalmente, smembrandolo di colpo in “un primo piano di mani che si torcono”, in “piani medi di lotta”, e “primissimi piani di occhi sbarrati”, disintegrando col montaggio il fatto su piani diversi?» (1).







