L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Aldo Rossi e la dimensione tragica dell'architettura

Il percorso critico che si snoda da L'Architettura della Città del 1966 alla Città Analoga del 1976, attraverso i montaggi additivi di cui parla il testo di Bonfanti e il parallelo con la Collage City di Colin Rowe e Fred Koetter, ha permesso l'individuazione di alcuni nuclei problematici relativi al pensiero di Aldo Rossi.
1. Partiti da L’Architettura della Città, attraverso una serie di corrispondenze e associazioni che hanno considerato aspetti significativi della biografia dell’autore e della sua produzione architettonica, è stata individuata una chiave di lettura del pensiero e dell’opera di Aldo Rossi attraverso la lente interpretativa del concetto di paratassi: come sostiene Bonfanti, non si può cogliere il senso dei procedimenti di composizione additiva utilizzati nei suoi progetti, senza rilevare che l’addizione e la sovrapposizione sono le modalità con cui si manifestano le dinamiche conflittuali alla base dell’indole rossiana.
2. L’utilizzo delle pratiche additive come procedimento per la costruzione logica de La Città Analoga (sia in riferimento alla tavola del 1976, sia in riferimento al carattere teorico di questo progetto) hanno consentito un confronto tra il modello urbano proposto da Aldo Rossi e un’altra immagine di città che si misura con il montaggio e l’assemblaggio: La Collage City di Colin Rowe. Attraverso le differenze rilevate da questo confronto, è emersa un’altra categoria con cui è possibile interpretare e rileggere il contributo rossiano: la categoria del tragico.
La Città Analoga, come una “macchina celibe”, non è una città per i vivi, ma diviene una città per i morti, metafora di quella città dei morti che Aldo Rossi costruisce sotto “l’azzurro del cielo” all’interno del recinto labirintico del cimitero di Modena.
Dall’ironia della Collage City, dunque, all’atmosfera tragica della Città Analoga: ha, dunque, ancora senso un modello, una struttura logica in grado di rappresentare e sintetizzare in termini positivi le dinamiche future dell’urbano? O, forse, all’interno della crisi della civiltà e della cultura postmoderna sono possibili, attraverso un approccio fenomenologico, attraverso un eccesso di realtà, solo manifesti retroattivi?.
Sul concetto di tragico in Aldo Rossi occorre fare alcune precisazioni.
La dimensione tragica a cui facciamo riferimento è quella della tragedia greca e del teatro e la scelta risulta tanto più appropriata se pensiamo a quanto quest’ultimo svolga un ruolo significativo in Aldo Rossi come metafora del progetto e della condizione dell’architettura: “l’architettura è la scena fissa della vita degli uomini”.
Il teatro tragico mette in scena le conflittualità che sono alla base dell’esistenza (e dell’architettura) e che convivono, mai risolte, nella dialettica tra razionalità del logos e affezione patetica del mito. Ed ecco, dunque, che ritorna, come un’instancabile ripetizione, il tema del conflitto e della convivenza degli opposti (che è l’interpretazione assunta da questo lavoro) di cui l’epifania del tragico è al tempo stesso causa ed effetto.
In questo percorso che ci conduce da L’Architettura della Città al Teatro del Mondo è, tuttavia, partendo dall’analisi dei disegni di Rossi (che sono parte integrante e significativa del suo lavoro e si sommano alla produzione bibliografica e alle architetture) che possiamo ricostruire le dinamiche di un pensiero tragico.
Ci sono alcuni importanti disegni che già nel titolo scelto dall’autore contengono i presupposti di un aspetto tragico dell’architettura: Ora questo è perduto (1975), L’architecture assassinée (1974), Cedimenti terrestri (1977). In questi disegni vi è la costruzione (tipica della cinematografia e del teatro) di un piano-sequenza in cui gli elementi vengono accostati e inseriti all’interno di una dimensione prospettica che costituisce la scena della rappresentazione.
In Cedimenti Terrestri (Fig.10), la sequenza di oggetti, dall’immagine in primo piano di una parte di un edificio (un palazzo porticato, o più volumi parallelepipedi di altezze diverse disposti uno dietro l’altro?) sino al profilo stilizzato dei grattacieli newyorkesi (a cui lo stesso sottotitolo del disegno fa riferimento: sovrapposizione delle esperienze MI/NY), ricurva prospetticamente quasi a suggerire la presenza di una strada, di un percorso. Ma la curiosità dell’osservatore è distolta dall’immagine interrotta della caduta di parti (autonome) di un volume prismatico che introduce il pathos all’interno della rappresentazione. Queste immagini imminenti della distruzione, del cedimento, della rovina dell’architettura si ritrovano anche negli altri due disegni citati. In Ora Questo è perduto (Fig. 11), pezzi del Gallaretese, il triangolo di Segrate, il cubo di Modena (già frammenti del repertorio di forme rossiano) appaiono in uno stato di decomposizione, mentre oggetti della vita quotidiana (caffettiere, forchette, bottiglie, bicchieri) assistono come testimoni, a questo tragico evento.
Come osserva Francesco Dal Co (20) analizzando e commentando questo stesso disegno (il cui titolo riprende un famoso verso di Georg Trakl), il modo in cui gli elementi vengono accostati e occupano la scena è solo apparentemente casuale: come nelle nature morte morandiane, la costruzione logica del disegno è il risultato di una meditato e attento lavoro attraverso cui si riproduce l’essenza di una realtà spaziale all’interno di una cornice bidimensionale (che in Rossi diviene, di fatto, una cornice scenica). E non è neppure casuale che il disegno L’architecture assassinée, si ritrovi come immagine di copertina (nell’edizione del 1999) di Autobiografia Scientifica, dove questa volontà di distruggere e dimenticare l’architettura appare l’obiettivo più o meno esplicito della narrazione.
 
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Fig. 10 Aldo Rossi, Cedimenti terrestri, 1977

Fig. 11 Aldo Rossi, Ora questo è perduto, 1975


Non è possibile, tuttavia, circoscrivere il tema del tragico in Aldo Rossi ai soli disegni in cui l’immagine apocalittica della distruzione è fin troppo esplicita, ma al tempo stesso riduttiva.
Bisogna considerare quanto la realtà del disegno incida sulla realtà dell’opera architettonica.
Rafael Moneo sottolinea le peculiarità con cui, nell’architettura di Rossi, si manifesta questo rapporto convergente. Il disegno non è semplicemente uno strumento di rappresentazione che anticipa cronologicamente la diversa realtà dell’opera costruita, non è subordinato all’opera stessa: disegno e realtà tendono a coincidere e “l’operazione di costruire si trasforma nello sforzo coraggioso di materializzare la realtà di ciò che si è disegnato” (21). E questo sforzo coraggioso diviene anche tragico.
La questione è ancora una volta duale.
É tragica la dimensione conflittuale (che abbiamo più volte individuato come caratteristica della condizione postmoderna) in cui Aldo Rossi lavora e sono tragiche le modalità con cui compone le sue architetture. Senza gli strumenti dell’ironia e del disincanto, il collage rossiano diviene manifestazione della convivenza tra consapevolezza del frammento e aspirazione all’unità (sempre presente come bisogno, come performativo infelice):

“le mie architetture, i singoli progetti sono a loro volta le parti di una sola architettura che sono incapace a comporre nella sua totalità. Ma li concepisco come frammenti e lo sono formalmente perché sono come i pezzi rotti di una sola cosa” (22).

É tragico, infine, il modo in cui le architetture di Rossi si fanno percepire e si inseriscono all’interno della realtà. Nella solitudine che caratterizza gli edifici (per dirla con Moneo), edifici che, una volta costruiti, si separano dalla dimensione biografica dell’autore ed entrano a far parte del divenire della storia, le architetture di Rossi producono un’affezione patetica (paragonabile al pathos rilevabile nei suoi disegni) che deriva dal loro essere semplicemente se stesse e cioè la rappresentazione fisica del conflitto. Forme-oggetto (mutuando l’espressione usata da Pier Vittorio Aureli (23)) che nel loro rigoroso silenzio, nel loro non voler dire e aggiungere nulla, raccontano l’inesprimibile.
E proprio questa condizione si sublima nell’immagine del Teatro del Mondo che, lento e silenzioso, si muove sull’acqua dei canali di Venezia.
Osservando il Teatro del Mondo, così come ce lo restituiscono le foto di Antonio Martinelli (Fig. 12), possiamo dunque ripercorrere a ritroso le fila del nostro discorso critico.
 
 rossi_oliva_12.jpg Fig. 12 Il Teatro del Mondo di Aldo Rossi a Venezia 

Possiamo cioè partire dalla dimensione tragica del teatro galleggiante rossiano che, pur essendo un elemento formalmente autonomo e compiuto, conserva e conferma il suo carattere di frammento. Esso è frammento in quanto concepito per essere parte di una realtà più complessa, quella della città di Venezia, di cui diviene uno degli elementi fissi nonostante la sua evidente natura effimera.
Esso dialoga paratatticamente con gli altri monumenti della città e, come nel collage di Canaletto, si affianca e si somma (anche solo per il tempo necessario ad essere testimoniato in una fotografia) alle architetture palladiane, all’architettura della città.
Ma il Teatro del Mondo è anche un dispositivo dal cui interno è possibile guardare e osservare la città, come se fossero invertite le dinamiche teatrali e il teatro fosse il palcoscenico e la città, con le sue architetture, il teatro. E in questa volontà di conoscenza che è caratteristica intrinseca del teatro stesso, ritroviamo, dunque, quella componente razionale e logica dell’architettura rossiana come misura della dimensione tragica.


Note

(1) Ci riferiamo, in particolare, alla lettura del pensiero e dell’opera di Aldo Rossi che Moneo propone nelle sue lezioni ad Harvard, pubblicate in Italia in Rafael Moneo, Inquietudine teorica e strategia progettuale nell’opera di otto architetti contemporanei, Milano, Electa, 2005 e ad articoli e studi precedenti pubblicati nel secondo volume della raccolta di scritti : Rafael Moneo, La solitudine degli edifici e altri scritti. Sugli architetti e il loro lavoro, a cura di Andrea Casiraghi e Daniele Vitale, Torino, Umberto Allemandi & C., 2004.
(2) Ezio Bonfanti, Elementi e Costruzione. Note sull’architettura di Aldo Rossi, in Ezio Bonfanti, Scritti di Architettura, a cura di Luca Scacchetti, Milano, Clup, 1981, pag. 286.
(3) Emil Kaufmann, Da Ledoux a Le Corbusier, Milano, Gabriele Mazzotta Editore, 1973
(4) L’espressione è ripresa dal titolo del libro, Gianni Contessi, Vite al limite. Giorgio Morandi, Aldo Rossi, Mark Rothko, Milano, Christian Marinotti Edizioni, 2004.
(5) Ezio Bonfanti, op. cit., pag 283.
(6) Aldo Rossi, Lettera ad Ezio Bonfanti, 3 gennaio 1971, in Bonfanti Ezio, Nuovo e Moderno in Architettura, a cura di Marco Biraghi e Michelangelo Sabatino, Milano, Bruno Mondadori, 2001, pp. 367-369.
(7) Aldo Rossi, Architettura per i musei, in AA. VV., Teoria della progettazione architettonica, Bari, Edizioni Dedalo, 1985, pag. 123.
(8) Aldo Rossi, op. cit., pag 126.
(9) Giuseppe Samonà, in AA. VV., Teoria della progettazione architettonica, Bari, Edizioni Dedalo, 1985, pag. 9.
(10) L’utilizzo di queste immagini è stato suggerito dalla lettura di alcune considerazioni di Peter Eisenman in merito agli studi condotti sulla pianta del Campo Marzio di Piranesi: Peter Eisenman, Un’analisi critica: Giovan Battista Piranesi, in Peter Eisenman, Contropiede, Milano, Skira, 2005, pag.40-49.
(11) Vittorio Savi, L’architettura di Aldo Rossi, Milano Franco Angeli Editore, 1976
(12) Questo scritto di Rossi è pubblicato all’interno di Aldo Rossi, Scritti scelti sull’architettura e la città, a cura di Rosaldo Bonicalzi, Milano,Clup, 1975 con il titolo L’architettura della ragione come architettura di tendenza.
(13) Colin Rowe, Fred Koetter, Collage City, Milano, Il Saggiatore, 1981.
(14) Gilles Deleuze , Lo strutturalismo, Milano, SE, 2004, pag. 13.
(15) Colin Rowe, Fred Koetter, op. cit, pag 168
(16) Colin Rowe, Fred Koetter, op. cit, pag 167
(17) Daniele Vitale, Ritrovamenti, traslazioni, analogie. Progetti e frammenti di Aldo Rossi, in Lotus International, n° 25, 1980, pp. 55-59.
(18) Colin Rowe , Fred Koetter, op. cit, pag 276
(19) Vittorio Magnago Lampugnani, Utopia assente. Frammenti per una storia critica, in Casabella, n° 487-488, 1983.
(20) Francesco Dal Co, Ora questo è perduto il Teatro del Mondo di Rossi alla Biennale di Venezia, in Lotus International, n° 25, 1980, pp. 66-70.
(21) Rafael Moneo, L’apparenza come realtà. Considerazioni sull’opera di Aldo Rossi, in Rafael Moneo, La solitudine degli edifici e altri scritti. Sugli architetti e il loro lavoro, a cura di Andrea Casiraghi e Daniele Vitale, Torino, Umberto Allemandi & C., 2004, pag. 68.
(22) Aldo Rossi, Lettera ad Ezio Bonfanti, op. cit., pag. 362.
(23) Pier Vittorio Aureli, Speaks forms to shape, in Log n° 3, Fall 2004. Versione italiana: Pier Vittorio Aureli, Architettura e contenuto. Chi ha paura della forma oggetto?, pubblicato su arch’it (www.architettura.it).

Riferimenti bibliografici

AA. VV., Teoria della progettazione architettonica, Bari, Edizioni Dedalo, 1985.
Bonfanti Ezio, Elementi e Costruzione. Note sull’architettura di Aldo Rossi, in Ezio Bonfanti, Scritti di Architettura, a cura di Luca Scacchetti, Milano, Clup, 1981, pp. 281- 296.
Ferlenga Alberto, a cura di, Aldo Rossi. Architetture 1959-1987, Milano, Electa, 1990.
Moneo Rafael, L’idea di architettura in Rossi e il Cimitero di Modena, in Moneo Rafael, La solitudine degli edifici e altri scritti. Sugli architetti e il loro lavoro, a cura di Andrea Casiraghi e Daniele Vitale, Torino, Umberto Allemandi & C., 2004, pp. 11-59.
Moneo Rafael, L’apparenza come realtà. Considerazioni sull’opera di Aldo Rossi, in Moneo Rafael, La solitudine degli edifici e altri scritti. Sugli architetti e il loro lavoro, a cura di Andrea Casiraghi e Daniele Vitale, Torino, Umberto Allemandi & C., 2004, pp. 61-71.
Moneo Rafael, Inquietudine teorica e strategia progettuale nell’opera di otto architetti contemporanei, Milano, Electa, 2005, pp. 91-121.
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Dal Co Francesco, Ora questo è perduto. Il Teatro del Mondo di Rossi alla Biennale di Venezia, in Lotus International, n° 25, 1980, pp. 66-70.
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Rossi Aldo, La città analoga:tavola, in Lotus n° 13, Dicembre 1976, pp. 5-9.
Tafuri Manfredo, Ceci n’est pas une ville, in Lotus n° 13, Dicembre 1976, pp. 10-13.
Vitale Daniele, Ritrovamenti, traslazioni, analogie. Progetti e frammenti di Aldo Rossi, in Lotus International, n° 25, 1980, pp. 55-59.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
OLIVA Gina 2007-12-12 n. 3 Dicembre 2007


 
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Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

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Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

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